Sulle tracce di Emma Jung – Dall’Ombra al Sé. Recensione ANIMAta della biografia “Amore e sacrificio. La vita di Emma Jung” di Imelda Gaudissart

Quella che state per leggere è una libera interpretazione sulla biografia di Emma Rauschenbach, meglio conosciuta come la moglie del grande psichiatra svizzero Carl Gustav Jung, in seguito alla mia visita alla casa museo di Küsnacht, dove la famiglia ha vissuto dal 1909. L’immagine di questa donna, qui di seguito raccontata in una visione romanzata, emerge dall’oscurità in cui è stata avvolta dalle cronache storiche, per rivendicare un posto di rispetto nella cultura femminile del Novecento.
“Amore e sacrificio. La vita di Emma Jung” dell’analista junghiana belga Imelda Gaudissart, Armando Dadò Editore.
«Ci possiamo immaginare le conclusioni della riunione degli dei che ha deciso sul destino da riservare a Carl ed Emma: “A te, Carl Gustav, apriamo le porte delle profondità dell’animo umano. Pagherai questo viaggio con prove terribili e lascerai dietro di te le tracce eterne del tuo passaggio”. “Emma! Tu tesserai la ricca stoffa su cui verranno scritte le opere del tuo sposo. Pochi conosceranno il prezzo che verrà chiesto per adempiere a quella che ha tutti i tratti di una ricca e spesso oscura tragedia.”» (Amore e sacrificio. La vita di Emma Jung  – Imelda Gaudissart) Un sussurro di voce, fra luci e ombre Emma Rauschenbach Jung ha bussato alla porta del mio cuore con impeto, come se volesse squartarlo per far uscire dalle crepe, finalmente, la sua voce. “Emma, Emma, come hai potuto sopportare tutto quel dolore?” mi sono chiesta, e lei ha risposto dandomene un assaggio… È notte sul Lago di Zurigo, un corteo di nuvole scure, cariche di pioggia, minaccia l’avvicinarsi di un violento temporale. In lontananza il rombo dei tuoni è accompagnato da un incessante bagliore di lampi che squarciano il cielo. Un forte boato fa tremare la terra e la pioggia inizia a scrosciare sulla folta vegetazione che circonda le sue sponde. Il sibilo del vento tra le fronde degli arbusti porta con sé sinistri lamenti che si trascinano sulla riva destra, a pochi chilometri dal centro abitato del piccolo villaggio di Küsnacht. La luce dei lampi illumina una porta di pietra dal frontone in stile neobarocco e lascia intravedere un’iscrizione in latino “VOCATVS ATQVE NON VOCATVS DEVS ADERIT” (Chiamato o non chiamato, il Dio sarà presente). Un forte vento innalza mulinelli di foglie che si spandono intorno sulla ghiaia e all’improvviso il portone si spalanca con un deciso cigolio. Un nuovo lampo rischiara la piccola scalinata che conduce all’ingresso. Poi una nuova e violenta raffica di vento richiude il portone alle mie spalle e l’oscurità ferma il tempo… La fioca luce di una candela, al ritmo danzante di una tremolante fiammella, viene giù dalle scale. Si ode il fruscio di una vestaglia avvicinarsi all’ingresso. La luce rischiara la figura femminile che la indossa e che incede verso di me. Ha un viso rotondeggiante, capelli bianchi arruffati che ricadono appena sulle spalle robuste, un sorriso stanco ma accogliente. Solleva un lembo della vestaglia per non inciampare nell’ultimo gradino, è scalza. La sua è una presenza silenziosa ma al contempo rischiarata dal bagliore che irradiano i suoi occhi. Mi invita a seguirla. Con una mano spalanca una porta che si affaccia su un salottino che funge da anticamera alle cui pareti, tappezzate in stoffa dal rosa antico, sono appesi quadri che raffigurano austeri ritratti di famiglia; in basso, piccoli scaffali ricolmi di libri. Il pavimento è in parquet disposto a spina di pesce, agli angoli poltroncine e divanetti in tessuto dalle tenui tonalità. Sulla destra della stanza troneggia una stufa in maiolica azzurra, decorata con incisioni zodiacali. Dall’anticamera si accede a un ampio salone, dove improvvisamente si accendono i lampadari. Dal camino arde scoppiettando la legna e un vivace chiacchiericcio echeggia tra le pareti. Qualcuno ha preso a suonare il pianoforte e dal centro della stanza, dove è disposto un ampio e lungo tavolo in legno massiccio, proviene un ticchettio regolare di lancio di dadi. Una figura imponente, di spalle, conduce il gioco. Si volta leggermente e scorgo il profilo appesantito di un uomo di mezza età, che indossa un paio di occhialini tondi e porta un paio di baffetti ben definiti. Sulle sedie accanto a lui, cinque ragazzi eccitati urlano fra loro, incitando il padre a un nuovo lancio.
L’iscrizione latina che Jung volle incidere sulla porta d’entrata della casa di Küsnacht: “VOCATVS ATQVE NON VOCATVS DEVS ADERIT” (Chiamato o non chiamato, il Dio sarà presente).
Doni e rinunce sull’altare della Vita La donna che mi fa da guida, la padrona di casa, Emma Jung, si volta chiedendomi di seguirla. Saliamo al piano superiore percorrendo la forma circolare della torretta intorno alla quale è costruita la tromba delle scale. Emma mi fa accomodare in un angusto salottino dalla candida tappezzeria, porgendomi educatamente una tazza fumante di tè. “Era qui che sostavano i pazienti prima di entrare nello studio di mio marito” e con gesti eleganti adagia le spalle nel basso schienale del divanetto. Il tono della sua voce è calmo, rassicurante, l’espressione del viso serena. “Con il tempo anche io, diventata psicoanalista, ho seguito i suoi pazienti, specie quando mio marito è stato sopraffatto dagli impegni che imponevano la sua presenza all’estero. Ha ritenuto che io fossi pronta per assumermi questo compito, del resto ha sempre condiviso con me, sin dall’inizio della sua pratica di medico, le sue ricerche. Quando vivevamo presso il Burghölzli, la clinica psichiatrica presso l’Università di Zurigo dove mio marito era assistente medico, ho collaborato attivamente con lui. Sono stata sempre attratta dalle ricerche scientifiche, un mio desiderio era proprio quello di dedicarmi agli studi scientifici, ma non mi è stato possibile, in quanto donna. Alla mia epoca non era consentito continuare gli studi, sebbene provenissi da una famiglia aristocratica della città industriale renana di Sciaffusa, dove nel 1880 mio nonno Johannes Rauschenbach-Vogel acquistò, risollevandola con estro creativo dalla bancarotta, una fabbrica di orologi fondata dodici anni prima e che presto passò nelle mani di mio giovane padre Johannes.” A questo punto socchiude gli occhi e rallenta il suo racconto per alcuni secondi. Sommessamente, canticchia un antico motivetto e un largo sorriso si disegna sulle sue labbra. “Stavo ricordando la mia magica infanzia, trascorsa accanto alla mia premurosa nonna paterna Barbara, a mia madre Bertha e alla mia amata sorella Margaretha, a Rosengarten, come era chiamata la nostra casa, fino a quando, dopo il 1890, mio padre decise di demolirla per trasferirci in collina, a Ölberg, dove aveva fatto costruire una lussuosa dimora dallo stile architettonico ridondante.” I suoi occhi si posano su una vecchia fotografia. Una bambina, di forse undici anni, per la statura, dallo sguardo più maturo, posa in un abito serioso. Improvvisamente, sulla parete di fronte si proietta una immagine in bianco e nero. Un giovane adolescente, sembra avere diciassette anni, sorprende la stessa bambina sulla scalinata di Rosengarten, illuminata da un raggio di sole accecante. Il ragazzo sembra estasiato dalla visione, la piccola gli è apparsa come una vera principessa, dal portamento distinto e lo sguardo dignitoso. Come in un film muto, rapide sequenze si susseguono: l’adolescente diventa uno studente di medicina a Basilea e stenta a mantenersi, ma spesso torna a far visita alla Signora Bertha Schenk Rauschenbach, legata a sua madre Emilie Preiswerk da profonda amicizia, e rivede Emma, ormai quattordicenne, alla quale viene promesso in sposo. “Non mi sentivo pronta ad affrontare una vita matrimoniale – interrompe bruscamente la visione Emma – ero nel pieno della mia giovinezza, leggevo avidamente, sognavo di continuare la mia formazione dopo aver terminato gli studi che comprendevano anche la conoscenza del greco e del latino, che si riveleranno utili in futuro per comprendere e approfondire la mitologia, ma come già detto non mi fu possibile, così mi lasciai convincere da mia madre che quello con il giovane Jung sarebbe stato un buon matrimonio. Del resto ero affascinata dalla sua cultura e nei suoi occhi si leggeva una profonda ambizione, e io non aspettavo altro che elevarmi nella mia curiosità e avidità di apprendere! Ci sposammo il 14 febbraio del 1903. Eravamo entrati nel XX secolo e troppe cose stavano cambiando.”
I coniugi Emma e Carl Gustav Jung nei primi anni del loro matrimonio, celebrato il 14 febbraio del 1903.
Dal piano di sotto proviene un brusco trambusto: qualcuno strilla, poi si odono passi scalpitanti, una vocina rotta dal pianto chiama sua madre. Emma, premurosamente, chiede scusa e torna nel grande salone. Durante la sua assenza lascio la scomoda poltroncina e comincio a osservarmi intorno. Spinta dalla curiosità, mi precipito nell’ampia biblioteca che si affaccia da un po’ alla mia vista. Sulla mia sinistra, un camino in pietra dove sono riposti cimeli di provenienza orientale, tra i quali un teschio di scimmia. La visione mi appare un po’ terrificante, ma in realtà a guardarmi meglio attorno, la cosa non stride affatto con il resto delle suppellettili che adornano la stanza: arazzi con mandala dipinti e altre statuine e immagini simboliche. Una strana sensazione mi pervade e mi sento risucchiare in un vortice di commozione. Sembra quasi che una mano invisibile mi guidi in ogni angolo della stanza e uno spirito benevolo mi sollevi l’animo. Comunicante alla biblioteca, appare lo studio di Jung. I miei passi si arrestano per alcuni secondi, poi con solenne devozione mi incammino verso lo stanzino. L’atmosfera è sobria: uno scrittoio su una parete e piccoli scaffali di libri sull’altra. Ciò che colpisce la mia attenzione sono le tre vetrate variopinte. La luce dei lampi riflette le scene che vi sono disegnate, tratte dalla Passione del Cristo, dalla Croce alla Resurrezione, a cui lo psichiatra attribuì una forte valenza simbolica alchemica. Tollerare la Crocifissione per l’uomo è un atto eroico, coraggioso, il momento catartico in cui l’individuo riesce a mantenere la tensione degli opposti, Bene/Male, Vita/Morte, Luce/Oscurità, attraverso la Resurrezione, passaggio ultimo di un processo di trasformazione interiore, che conduce a quello che egli ha definito il lungo e interminabile processo di Individuazione nella vita dell’uomo, il passaggio dall’Io al Sé. Penso a quanto le sue teorie abbiano rivoluzionato la storia della psicoanalisi, all’importanza del suo contributo in quella che fu una vera e propria rivoluzione del nuovo secolo. Come se mi stesse leggendo nei pensieri, appare alle mie spalle Emma. “Fu un infaticabile ricercatore nei primi anni di matrimonio trascorsi presso il Burghölzli che non era un posto ameno in cui cominciare una unione coniugale, ho sofferto per l’atmosfera cupa e spesso spaventosa che si respirava a causa dei lamenti dei pazienti. Mi sforzavo di rendere più accogliente e raffinato l’ambiente e alleggerivo l’animo con gli studi sul Graal, una ricerca il cui interesse era nato pochi anni prima durante un mio soggiorno a Parigi e che mi assorbì per tutta la vita. In ogni caso riuscii a farmi apprezzare dal personale e dai dottori, mi sentivo benvoluta, mio marito mi coinvolgeva nei suoi studi e divenni sua assistente. Poi arrivò il fatidico 1904…” Penso a quella data e subito lo associo al nome di un’altra donna celebre sulla scena della psicoanalisi: Sabina Spielrein. Sul volto di Emma, luce e ombra si alternano rapidamente. “Il 26 dicembre nacque la nostra prima bambina, Agathe, che aspettavo da un po’ quando in agosto giunse al Burgholzli Sabina.” Al posto della smorfia di dolore che mi aspetto, noto con mio grande stupore un abbozzo di sorriso. “In molti hanno parlato del torbido rapporto amoroso fra Sabina, la sua prima paziente diciannovenne con la quale applicò i suoi nuovi metodi psicoanalitici, e Carl, all’ombra della mia devozione di moglie, giovanissima moglie alle prese con le numerose gravidanze. Fu un rapporto che scombussolò non solo la nostra vita matrimoniale, ma la psicoanalisi stessa, che di lì a poco vide acuirsi il contrasto fra mio marito e Freud, con il quale cercai di mediare tramite una fitta corrispondenza epistolare, all’insaputa di mio marito. Il grande Maestro mi ha attribuito il talento di redimere i conflitti. Eravamo uniti da una profonda stima reciproca e con sua moglie Martha avevo creato un legame di amicizia, sebbene fossimo tanto diverse in fatto di convinzioni religiose e tradizioni sociali.” “Di solito vado abbastanza d’accordo col mio destino e vedo benissimo di essere fortunata, ma a volte sono torturata dal conflitto, come fare a valorizzarmi accanto a Carl. Non ho amici, tutti quelli che ci frequentano non vengono che per Carl. Tutte le donne sono naturalmente innamorate di lui e dagli uomini vengo immediatamente scartata in quanto moglie del maestro o dell’amico … Carl mi dice anche che non dovrei concentrarmi solo su di lui e sui bambini, ma come faccio a fare una cosa simile?” (Sigmund Freud-C.G. Jung: Corrispondenza 1906/1914) Nonostante le sue parole pronunciate con tono pacato, percepisco un urlo represso che giunge da lontano e ancora mi si parano dinanzi immagini in bianco e nero. Una donna dagli occhi gonfi che si tiene il ventre ingrossato e soffoca singhiozzi, una donna che trattiene relazioni con medici e pazienti diffondendo sorrisi e parole concilianti, una moglie accomodante e disponibile dopo violenti eccessi di rabbia. “Il dolore o ti spezza o ti ricompone più forte di prima. È un lungo e penoso percorso quello della redenzione interiore, ma io ci sono arrivata” riprende Emma. “Tra il 1909 e il 1910 ci trasferimmo in questa dimora, il nostro arrivo nella casa sul lago profumava di un nuovo inizio e invece nello stesso periodo un nuovo dramma si stava abbattendo sul ritrovato idillio familiare.” So bene che si riferisce alla morte del padre di Toni Wollf, che a seguito della depressione in cui sprofondò per la perdita paterna divenne paziente di Jung, in seguito sua collaboratrice, esploratrice dell’inconscio assieme a lui e amante, convivente nella casa degli Jung fino alla sua morte. “Non voglio essere ricordata per l’infedeltà coniugale di mio marito. Non ce lo meritiamo entrambi. È una visione limitante della nostra storia, che stride con il pensiero che Carl ha sviluppato e che si rivela ancora in continuo divenire. Capisco bene che, seppure il XX secolo sia ormai passato, a molti la nostra situazione sentimentale appaia intollerabile, inaccettabile. Come tutte le giovani donne giunte troppo presto e inaspettatamente al matrimonio, credevo in un legame esclusivo e indissolubile. Eravamo troppo giovani quando questa scienza così potente prendeva piede e mio marito la trasformava, troppo giovani per capacitarci che ci stava risucchiando prepotentemente. Siamo stati attori su questo palcoscenico, marionette forse di un Fato indispensabile per uno scopo superiore.” Nei suoi occhi si intravede un’espressione di pace. “Toni è stata una mia rivale, ma anche un supporto. Da nemiche, con gli anni siamo diventate alleate. In fondo lei era una anima persa e solitaria, che con la sua intelligenza e cultura colmava un grande vuoto interiore, io avevo una vita piena, godevo del focolare domestico e familiare che ogni donna desidera. Non ce l’avrei fatta senza di lei a comprendere e sostenere sempre Carl. E io stavo crescendo, fuori e dentro me. Da giovane ventenne, moglie devota e innamorata, ero diventata la nota e apprezzata consorte di un grande pioniere di un rivoluzionario metodo di esplorare la psiche umana. Madre indaffarata, appena potevo mi trasformavo in assistente e studiosa e in questo ero incoraggiata da mio marito, l’uomo al quale non avrei mai rinunciato. Era il padre dei miei figli, ma non solo per questo, io non avrei mai rinunciato a restare al fianco del Dottor Carl Gustav Jung! E in virtù del percorso interiore e intellettuale di quest’uomo, io ho riscattato il mio destino. Egli stesso nella sua opera L’io e l’inconscio ha affermato: «A ogni passo verso l’individuazione si produce una nuova colpa, che richiede una nuova espiazione. I nostri peccati, errori e colpe sono necessari, altrimenti saremmo privati dei più preziosi incentivi allo sviluppoProprio così, è stato necessario, per quanto doloroso, agire in vista di un’etica superiore. «Qui si può domandare perché mai sia desiderabile che un uomo si individui. È non solo desiderabile, ma indispensabile, perché l’individuo, non differenziato dagli altri, cade in uno stato e commette azioni che lo pongono in disaccordo con se stesso. Da ogni inconscia mescolanza e indissociazione parte infatti una costrizione ad essere e ad agire così come non si è. Onde non si può né essere d’accordo in ciò né assumerne la responsabilità. Ci si sente in uno stato degradante, non libero e non etico.» E questo processo di individuazione, il fine dell’esistenza umana, reca in sé i semi per la sviluppo di una nuova collettività. Il dolore mi ha lacerata, ma è servito a elevarmi.” Mi colpiscono la sua calma e la discrezione con cui descrive il lavoro svolto da suo marito, l’ammirazione che ne deriva. Jung l’ha definita “una colomba senza peccato”, una personalità centrata “al suo posto”, alla quale ha affidato la sua intera vita, privata e professionale. Quando nel 1944 Jung attraversò un lungo momento di debilitazione fisica, Emma gli fu accanto con riservatezza e gentilezza e quando successivamente lei si ammalerà a causa di un cancro e devotamente predisporrà, secondo quanto previsto dalla legge svizzera che la sua fortuna finanziaria andasse al marito, preservandolo da preoccupazioni future, l’uomo sprofonderà in lunghi mesi di depressione. La donna che lo aveva sempre sostenuto, aveva sempre organizzato con rigore la loro vita sociale, mostrandosi premurosa verso tutti, dai medici ai pazienti ai quali in occasione di lieti o tristi eventi non si risparmiava in parole gentili o di compassione, che pensava sempre al suo abbigliamento in vista di incontri rinomati, che lo preservava da eventuali disturbi che la numerosa prole e in seguito i nipoti avrebbero potuto arrecare ai sui studi, condividendo con pazienza e premura il suo tempo con loro nello svolgimento di compiti e nell’ascolto attento delle loro esigenze … quella donna, la sua roccia, la Regina, come la definirà alla sua dipartita, adesso era scomparsa, lasciando dentro e fuori sé stesso un segno profondissimo. “È senza dubbio una triplice sfida quella che venne proposta ad Emma. Quella di assicurare l’equilibrio della sua famiglia, di mantenere la saldezza della coppia e, con pari determinazione, perseguire lo sviluppo della sua vita psichica e intellettiva. Questo triplice obiettivo l’ha tenuta col fiato sospeso. Di fronte alla forza emanante dall’uomo Jung, ha dovuto trovare in se stessa abbastanza risorse per mantenere la propria autonomia. Questo compito l’ha maturata, arricchita, le ha portato vera gioia.” (Amore e sacrificio. La vita di Emma Jung  – Imelda Gaudissart)
La famiglia Jung nel 1915 a Château d’OEx. A sinistra Franz, nato nel 1908 abbracciato al padre, seguono sedute Emma con la piccola Marianne e le sorelle maggiori Agathe, la primogenita nata nel 1904 e Margaretha nata nel 1906. Manca nella foto la piccola Hélène, detta Lili, nata nel 1914.
Pensiero e opere di Emma Jung “Come l’Anima per mezzo dell’integrazione apporta Eros alla coscienza, così l’Animus apporta Logos; e come l’Anima presta alla coscienza maschile relazione e connessione, così l’Animus presta alla coscienza femminile riflessività, ponderatezza e conoscenza” (Aion-C.G. Jung) “Nel 1916 entrai a far parte del Club di Psicologia di Zurigo come primo presidente e socia, con mio marito e altri, fra i quali anche la Wollf che ne diverrà presidente nel 1928, con lo scopo di dar vita a un’organizzazione di individui che avevano sperimentato l’analisi individuale.” Continua il suo racconto, questa volta accarezzando una fotografia che la ritrae a pochi anni dalla sua morte. Ha i capelli raccolti, indossa un abito bianco e tiene stretta fra le mani una borsa dello stesso colore. Ma ciò che colpisce è lo sguardo disteso e il sorriso radioso, espressione che non è possibile cogliere nelle fotografie scattate nei primi anni di matrimonio, dove appare quasi sempre austera e in pose rigide. Quando Emma aveva sessantacinque anni, nel 1947, fu pubblicato in tedesco il suo saggio “Animus e Anima” analisi chiara e semplice della realtà psichica delle due immagini archetipiche, ovvero Anima l’immagine femminile nell’uomo e Animus, l’immagine maschile nella donna. L’autrice ammonisce che ciascuna delle componenti non deve essere né ignorata né tantomeno soffocata, ma soprattutto non bisogna farsi dominare da essa. Quello del principio maschile Animus viene definito da Emma Jung un problema. Per intenderci, esso si esprime nel termine greco logos: volontà, azione, parola e pensiero. Me la immagino Emma Jung, illuminata da una sicurezza interiore, scrivere febbrilmente e sostenere le sue teorie che vanno ben oltre la posizione estrema assunta dal movimento femminista. Le parole di Emma sono il lungo risultato di un’Odissea interiore, il viaggio di un’anima che guidata finalmente da un vento favorevole approda a un’isola di pace: “Così come ci sono uomini dotati di particolare forza fisica, uomini d’azione, uomini abili con le parole e uomini di pensiero, anche l’immagine dell’Animus è diversa a seconda del livello di sviluppo o delle doti naturali della donna che lo porta in sé. (…) Alcuni sostengono che la donna non abbia in realtà alcun bisogno di occuparsi di questioni spirituali o intellettuali, giacché questo non sarebbe che un goffo tentativo di imitare l’uomo o l’espressione di un istinto di competizione sotto al quale si nascondono manie di grandezza. (…) Non siamo tentate, come accadde a Eva dalla bellezza del frutto dell’albero della conoscenza, né vi è un serpente che ci incoraggia a goderne: piuttosto, ci è stato dato un ordine. Ci troviamo di fronte alla necessità di addentare questa mela, buona o cattiva che sia, e di riconoscere che il paradiso della naturalezza e dell’incoscienza nel quale molte di noi indugerebbero ancora è finito per sempre. (…) Se la donna non affronta il problema, se non tiene dietro ai progressi della coscienza e dello spirito, l’Animus si rende indipendente e comincia ad agire in modo distruttivo sia sull’individuo che sui suoi rapporti con gli altri. (…) nella donna è presente una certa quantità di libido destinata allo svolgimento di funzioni intellettuali. (…) Pare tuttavia che occuparsi di questioni intellettuali e oggettive non sia sufficiente, e ciò è dimostrato dal fatto che molte donne, pur avendo studiato e pur svolgendo una professione di tipo maschile- intellettuale, nono sono mai venute a capo del problema dell’Animus. Un tipo di educazione e un modo di vivere esclusivamente maschili possono infatti aver luogo solo sulla base di una totale identificazione con l’Animus, cosa che tuttavia implica la soppressione della femminilità. È invece fondamentale che l’elemento spirituale, il logos presente nella psicologia femminile, venga integrato al modo di vivere e alla personalità della donna in modo tale che i fattori maschile e femminile cooperino armoniosamente e che nessuno di essi sia condannato e restare nell’ombra.” “Psicologicamente il Sé esprime la totalità dell’essere umano che trascende la coscienza. È alla base del processo di individuazione e, attraverso questo lavoro di trasformazione, diventa gradualmente consapevole.” (Aion – C. G. Jung) La scoperta della strada da intraprendere per completare la propria grande opera è una ricerca lunga e tortuosa, come quella intrapresa dal cavaliere Parsifal per ritrovare il Graal, la coppa che contiene il sangue di Cristo, simbolo femminile, il mistero dell’Anima che viene portata alla coscienza. Per anni Emma Jung studiò e tradusse testi mistici sulla leggenda, in cui ritrovava il riflesso del dramma psichico umano, la ricerca del senso della vita. Le sue numerose ricerche furono pubblicate, per volere di Jung, dall’allieva Marie-Louise von Franz con il titolo Psicologia del Graal”. La leggenda del Graal esercitò su Emma un profondo fascino per tutta la vita, a riprova del fatto che il percorso verso il suo valore, del Sé, a lungo ignorato, è emerso alla coscienza non senza sacrificio.
Emma Jung a pochi anni dalla sua morte.
È quasi l’alba, le nuvole si stanno dissolvendo e il cielo è rischiarato dai primi spiragli di luce che adesso penetrano attraverso le vetrate che si affacciano sul lago. Il volto di Emma è splendente, irradia la stanza come un astro nascente, una donna che si fa dea, proprio come nelle parole di Cicerone:Le stelle poi occupano la zona eterea. E poiché questa è la più sottile di tutte ed è sempre in movimento e sempre mantiene la sua forza vitale, è necessario che quell’essere vivente che vi nasca sia di prontissima sensibilità e di prontissimo movimento. Per la qual cosa, dal momento che sono gli astri a nascere nell’etere, è logico che in essi siano insite sensibilità e intelligenza. Dal che risulta che gli astri devono essere ritenuti nel numero delle divinità.” Si avvicina alle finestre e la sua immagine si confonde nella luce di un nuovo giorno. E nelle lunghe e fredde notti d’inverno, in cui le donne si ripiegano su se stesse, alla ricerca di un riparo sicuro, ecco che una figura dallo sguardo luminoso e compassionevole appare nel buio, giunta da un lontano passato, ad accarezzare quelle spalle ricurve che presto esse troveranno la forza di sollevare per realizzare il sogno di se stesse. Emma Jung è fra loro.   Altre fonti: “Oltre l’Ombra. Donne intorno a Jung” di Nadia Neri – Borla Editore

Maternità e letteratura a confronto nel libro Latte nero di Elif Shafak

Latte nero. Storia di una madre che non si sente abbastanza di Elif Shafak è un viaggio nell’universo femminile con le sue laceranti contraddizioni interiori dinanzi alla scelta della maternità. Creare o procreare, l’aut aut che affligge da secoli la donna, viene analizzato su un duplice piano letterario, fra saggio e romanzo.

 “I romanzieri sono individui innamorati di se stessi che preferiscono non attirare l’attenzione su questo fatto. Le madri, invece, devono essere creature altruistiche – almeno per un po’ – che danno più di quanto prendano.” Donne, prima di tutto donne, e spesso madri, le scrittrici ancora oggi, quando ormai i diritti femminili sono stati rivendicati (ma non del tutto rispettati) sono assillate da questo grande dilemma: è meglio creare o procreare? Pare proprio che queste due polarità non possano convergere in un punto comune. Se sei madre non potrai aspirare se non al ruolo di brava nutrice e se sei scrittrice non potrai pensare di metter su famiglia perché l’immane dovere materno potrebbe impedirti di cogliere occasioni importanti per la tua affermazione. Perennemente sottoposte a questo lacerante conflitto con se stesse, le donne scrittrici, nei confronti della maternità, hanno dunque mostrato nel tempo un atteggiamento ambivalente: chi provandoci, finendo poi col sentirsi schiacciate da un inevitabile senso di colpa e chi, in maniera completamente radicale, vi ha rinunciato del tutto. La storia della letteratura è tuttavia anche piena di esempi di autrici che hanno voluto sfidare la sorte, perseverando nel proprio percorso artistico. Si apre così uno spiraglio che ridimensiona, in qualche maniera, una visione, diciamo così, troppo femminista della questione, come viene sottolineato nel libro Latte nero dell’autrice turca Elif Shafak, oggetto del presente approfondimento. A metà strada fra saggio letterario e romanzo, il libro è caratterizzato da numerosi approfondimenti e riferimenti ad autrici, per lo più del passato, che si sono ritrovate a dover affrontare la grande scelta di cui si sta parlando. Il conflitto interiore che impone questa grande decisione è stato affrontato il più delle volte in maniera drastica, come per la De Beauvoir in riferimento alla quale Elif Shafak afferma: “Simone credeva che la maternità fosse incompatibile con la vita da scrittrice e intellettuale che aveva deciso di abbracciare. Aveva bisogno di tempo, concentrazione e libertà per perseguire i propri ideali”, pur riconoscendo che se solo il suo amato e stimato Sartre avesse voluto dei figli, lei lo avrebbe accontentato.  Ma c’è un esempio, invece, quello della femminista Audre Lorde,  che si definiva “nera, lesbica, madre, guerriera, poeta” che sembra risolvere la questione con la sua metafora della Madre Nera, simbolo della creatività, che accomuna tutti gli essere umani, donne o uomini che siano, madri/padri o meno. Essa alberga in ognuno di noi e sussurra:

“Sento, dunque posso essere libera.”

  Fra narrazione e riflessione Latte nero, pubblicato nel 2012 da Rizzoli, è un libro variegato, così come lo ha definito la stessa autrice, “è stato scritto con latte nero e inchiostro bianco, un cocktail di narrazione, maternità, spirito vagabondo e depressione, distillato per diversi mesi a temperatura ambiente.” Non si tratta solo di un romanzo, Latte nero è a tratti, come è stato già accennato, un saggio letterario, che prende in considerazione l’esperienza di numerose scrittrici, contemporanee e del passato, che hanno affrontato il momento della maternità con piglio ora ribelle, ora più pacato e silenzioso, doloroso e contrastante, imparando a scoprire parti di sé assopite o incorruttibili alla luce del sacrificio verso altri esseri, altro da sé. Sapevate ad esempio che dietro il genio letterario di Tolstoj ci fosse una moglie devota, Sofija Andreevna Bers, donna colta e generosa che rinunciò ai suoi sogni per occuparsi della famiglia e,  soprattutto, per l’affermazione del marito come scrittore, o che l’autrice di Piccole donne, Louisa May Alcott, fu spinta dall’editore durante la stesura del seguito del popolare romanzo a far sposare Jo, mentre lei l’avrebbe voluta indipendente e votata alla scrittura, per sempre?
Louisa May Alcott, autrice di “Piccole donne” fu obbligata a far sposare Jo, la protagonista del libro.
Il libro di Elif Shafak trasporta dunque nel mondo delle donne, nella loro più profonda interiorità, scandagliando tutte quelle forze e debolezze che fanno del l’essere femminile un soggetto multiforme e multicolore, capace di trasformarsi e reinventarsi giorno dopo giorno, specie dopo momenti unici come la maternità, che può sorprendere ora come un’alba tanto attesa, ora come un pozzo buio in cui si precipita, un’esperienza assoluta che conduce a uno stravolgimento di priorità e ideali e che, quasi sempre, rappresenta una vera e propria rinascita per ciascuna. Il richiamo della maternità bussa per tutte Tic tac tic tac … Prima o poi l’orologio biologico comincia a ticchettare all’impazzata nel cuore di una donna che, per quanto convinta della sua libertà possa essere, non può sfuggire all’antico richiamo della procreazione, almeno così si dice e pare sembra essere così per molte. Può dunque anche una donna fiera della sua indipendenza, scrittrice affermata, femminista convinta e attivista politica, sentire l’esigenza di metter su famiglia, a un certo punto della sua vita? E cosa succede se invece di dare ascolto al flebile sussurro nascosto, quello che relega nelle stanze più buie del suo Io interiore, si ostina a voler andare avanti per la sua strada, a testa alta, decisa a non lasciarsi turbare da questa insospettata esigenza? Elif Shafak, scrittrice turca nota soprattutto per il romanzo “La bastarda di Istanbul” pubblicato nel 2006, grazie al quale si è aggiudicata la nomina nella lista dell’Orange Prize, libro che le è oltretutto costato una denuncia per attacco all’identità turca, terminata con un’inchiesta conclusasi nello stesso anno, condivide con il suo affezionato pubblico la propria personale esperienza della maternità e lo fa non redigendo una cronaca edulcorata del magico momento che, prima o poi, tutte le donne sognano. Il lettore non deve infatti aspettarsi particolari intimi sul suo rapporto esclusivo con i figli, ma equipaggiarsi di stupore e coraggio, in vista di un lungo viaggio interiore, non privo di ostacoli come tutti i percorsi avventurosi affrontati dalle più temerarie eroine. Comincia l’avventura Tutto inizia con un incontro quasi predestinato su un battello durante la traversata del Bosforo che conduce la protagonista, sempre la stessa autrice, dal suo ennesimo rientro dagli Stati Uniti dove vive momentaneamente dopo essersi aggiudicata una borsa di studio. Intenta a trascrivere di suo pugno le leggi del Manifesto delle single, si accorge che accanto le siede una donna dal fisico appesantito e dai tratti stanchi, madre di due bambini e in attesa di un terzo, la perfetta antitesi di se stessa. Quel breve tragitto in mare sarà l’inizio di un susseguirsi di segnali voluti dal destino che preannunciano la svolta che di lì a poco prenderà la sua vita. Proprio come in una fiaba, sarà l’incontro con un personaggio da lei ammirato, la rinomata scrittrice Agaoglu, a metterla di fronte a una scelta difficile: sfornare figli o libri? Inizia così per la protagonista un cammino tortuoso, scandito da una estenuante lotta contro se stessa, contro le piccole donne del Coro di voci discordanti che albergano dentro di lei, fonte di perenne confusione e turbamento. L’harem within L’autrice confessa: “C’è un miniharem dentro la mia anima. Un gruppo di donne che litigano e bisticciano di continuo, aspettando solo di cogliersi reciprocamente in fallo. Sono creature minuscole, non più alte di  Pollicina. Dieci o dodici centimetri di statura, due o tre etti dipeso, sono queste le loro dimensioni. Rendono la mia vita un inferno, eppure non so vivere senza di loro. Emergono o restano nascoste senza che io possa controllarle”. Chi sono queste Pollicine contraddittorie che si muovono in continuo dissenso fra loro negli angoli oscuri dell’anima della scrittrice? Sono la Signorina Efficienza, dallo spirito pratico e dallo stile casual, che ha sempre la soluzione a tutto, la Signora Derviscio, spirituale, che sprizza serenità interiore da tutti i pori e si accontenta di poco, pungolando con le sue domande esistenziali, l’Ambiziosa Cechoviana, instancabile stakanovista, dal fisico esile, perennemente indaffarata, e l’Intellettualoide Cinica e filosofa anticonformista dallo stile hippy, che ha sempre una citazione famosa da pronunciare e una teoria filosofica da ricordare. A queste si aggiungeranno, inaspettatamente, ma non troppo, la Mamma Budino di riso, dalle guance paffute, sempre impegnata a occuparsi del focolare domestico, e l’avvenente e sensuale Blue Belle Bovary. Perseguitata da queste voci in contrasto fra loro, l’autrice si ritroverà a fare i conti con l’antica dicotomia che ha afflitto, e continua a farlo, numerose donne intellettuali nel corso della storia. Scrittura e maternità, una questione sempre aperta A questo punto della storia si alternano momenti prettamente narrativi a capitoli più argomentativi, in cui l’autrice passa in rassegna una serie di casi artistici e letterari di donne che si sono ritrovate a fronteggiare profondi divari interiori che le hanno spinte verso scelte non sempre facili da comprendere. Si parte dal riferimento a Virginia Wolf che nel suo saggio Una stanza tutta per sé ha evidenziato come, a differenza degli uomini, le scrittrici, non avendo le pari opportunità,  sono prima di tutto considerate solo ed esclusivamente donne, per poi passare ad altri esempi come Sylvia Plath, che “per tutta la vita (…) fu tormentata da ansie relative alla femminilità e alla maternità e nei suoi diari scrisse: ‘prima devo conquistare scrittura ed esperienza, poi avrò tutto il diritto di conquistare la procreazione’ e ancora ‘Scriverò finché esprimerò il mio io profondo, poi avrò dei figli ed esprimerò qualcosa di ancora più profondo’”. Diventata madre, la poetessa e scrittrice inglese si sentì trascinare da una duplice corrente: euforia e frustrazione. Si svegliava all’alba per potersi dedicare alla scrittura, con la quale dovette mantenere se stessa e la famiglia, specie dopo la separazione dal marito, Ted Huges, anch’egli famoso poeta. Come la Plath, fa notare l’autrice, anche altri scrittrici paragonarono la loro creazione artistica a un parto, durante il quale si affollavano bambini, ora affamati, ora in cerca di attenzione, ovvero poesie e opere d’arte. In un capitolo successivo intitolato Libri e bebè, l’autrice affermerà: “tra i bebè e i libri esiste una differenza cruciale (…) I neonati richiedono una smisurata quantità di cure premurose dal momento in cui vengono al mondo (…) I libri, invece, non sono così. Camminano da soli appena nascono, cioè a partire dalla data di pubblicazione) e imparano immediatamente a nuotare – con l’entusiasmo, la caparbietà e la goffaggine delle tartarughine di mare – dalle tiepide sabbie delle case editrici verso le sconfinate acque azzurre dei lettori”.
La poetessa e scrittrice Sylvia Plath si suicidò l’11 febbraio del 1963, dopo aver accuratamente preparato la colazione ai suoi figli.
Di fronte alla scelta del matrimonio e della maternità, molte donne dallo spirito indomito e ribelle si tirarono indietro o, come nel caso di Zelda Fitzgerald, la vita accanto al noto partner fu scandita da momenti di rabbia, competizione, violenza e sofferenze. Maternità, non solo gioie Con la memoria assalita da lontani ricordi, sia personali che artistici, la protagonista di Latte nero si ritroverà spiazzata e subirà in piena notte un repentino Colpo di Stato da parte delle vocine interiori, capeggiato da Milady Ambiziosa Cechoviana, presto soppiantato da una ben più severa oligarchia da parte di Mamma Budino di burro. Nel frangente, in seguito a un patto con il proprio cervello, deciderà di anteporre la mente al cuore e le conseguenze sul proprio fisico saranno devastanti. Prima di capire che in fondo le voci del coro non possono né essere rinchiuse definitivamente, né tanto meno ritrovarsi in lotta continua fra loro, l’autrice dovrà affrontare i propri demoni interiori, guardandoli in faccia in tutta la loro crudeltà. Innamorata, capitolerà nella decisione dell’unione coniugale, non senza aver scelto in maniera singolare luogo e modalità di rito e convivenza; incinta e poi finalmente madre, dovrà attraversare un lungo momento di solitudine con se stessa, durante il quale nella Terra di se stessa dominerà la più assoluta anarchia, scandito da paure, amarezze e infine rinnovato da nuove consapevolezze. L’autrice dichiara infatti di essere stata vittima di una lunga depressione post partum, fenomeno da lei affrontato con la solita razionalità, in seguito esorcizzata nel suo libro attraverso la sua innata fantasia e propensione alla narrazione. Questo oscuro male, che affligge le donne dopo aver partorito, viene paragonato a un Jinn, una creatura minacciosa della tradizione orientale, che le fa visita proprio nel momento in cui la pressione di paure e interrogativi che la soffocano, raggiunge l’acme. Nei momenti di sconforto i suoi dubbi riguardano le sue capacità materne, non l’amore verso la bambina partorita. Racconta così che durante la prima fase della maternità, guardandosi allo specchio non si era riconosciuta: “La mia fiducia in me stessa è diventata una pallina di gelato che si scioglie rapidamente sotto la violenza della maternità (…) So di aver bisogno di aiuto ma non mi viene in mente di chiederlo (…)”. Ancora una volta le grandi donne del passato tornano a bussare alla sua mente e lei questa volta le accoglie con uno spirito nuovo, nella consapevolezza che non esiste una formula universale per la maternità e per la scrittura. Scrittrici come Dorothy Parker, Audre Lorde e Sandra Cineros, ad esempio, non identificarono la creatività femminile con la riproduzione, scelsero di seguire la loro passione senza rinchiudersi in rigidi stereotipi, facendo un balzo in avanti, senza dare per scontato ruoli e barriere sessuali, ma mettendo in discussione certezze sociali radicate, esse perciò “cambiarono il mondo cambiando prima se stesse”. L’armonia interiore Nel corso del suo lungo viaggio interiore, la protagonista affronta dunque le proprie paure, sconfiggendole con coraggio: dapprima le accoglie nel suo grembo come i figli tormentati di tutte le donne, che osserva inizialmente con eccessiva razionalità, in seguito con maggiore tolleranza, fino ad accarezzarli con serena accettazione. Prendendo per mano i lettori, Elif Shafak conduce a una pacifica conclusione in cui si pone l’accento sulla questione moderna della condizione femminile in rapporto alla maternità, che vede le donne come lavoratrici instancabili che vogliono tutto, in contrapposizione all’idea  più tradizionale che identifica la maternità in un assoluto sacrificio, due visioni che non tengono conto della complessità dell’esperienza materna, che trasforma la donna in un essere unico e completo, in cui le voci dentro se stessa non sono più in lotta fra di loro, ma rappresentano, tutte insieme, il vero essere che fa della donna l’essere unico che è. Ritrovate le Pollicine del suo harem, la scrittrice dirà: “Io sono tutte loro; con i loro pregi e difetti, i loro pro e contro, le loro storie compongono il Libro di Me”.
Latte nero.Storia di una madre che non si sente abbastanza. Rizzoli-2007

Afrodite nel salotto di Anima

Recensione di La giustizia di Afrodite di James Hillman – Edizioni La Conchiglia Questa è una recensione un po’ fuori dalle righe, una lettura “creativa” che si propone di rendere più accessibili e diretti alcuni concetti psicoanalitici che, diventando di ampia portata, possono fungere da guida nel cammino arduo, ma necessario, dell’individuazione di ciascuno di noi. Buona lettura.
Ultimo saggio dello psicoanalista junghiano statunitense James Hillman, è il resoconto della conferenza tenutasi a Capri nel settembre del 2017. Edizione corredata di testo a fronte in lingua originale, tradotto dalla nota saggista e antichista Silvia Ronchey

“Venere (…) manda la natura, con le sue piante, ovunque a fiorire, perché non solo ci doni vita, ma giovinezza (…), facendo sì che in noi straripi uno spirito vitale” (Marsilio Ficino)

Incede nella stanza con passo suadente, emettendo intorno un caotico tintinnio di monili che adornano il suo capo dalle ciocche dorate e i lobi delle orecchie, a cui si intrecciano fiori che riscendono sin giù, nella profonda scollatura del candido e prosperoso seno. Si accomoda sulla poltrona che le viene ceduta con fare rispettoso, sistemandosi i riccioli ribelli dietro le orecchie. «Lei non sa, Dottor Hillman, che io ho già varcato la soglia di questo studio una miriade di volte. I grandi Maestri, che prima di lei si sono addentrati in quelli che voi psicoanalisti definite gli intricati meandri della psiche umana, hanno “curato” i loro primi pazienti, affetti tutti dallo stesso sintomo. Che siano state “infatuazioni idolatranti, gelosie rabbiose, desolazioni del rifiuto, promiscuità sconsiderate”, o la stessa passione che paziente e dottore hanno sentito insinuarsi fra loro, c’era sempre e soltanto lui: l’Amore.» «Mi spieghi meglio, come sarebbe entrata?» «Mentre voi, ignari dottori, eravate intenti a osservare cosa c’è negli esseri umani, io ero dietro di voi, invisibile ai vostri occhi, perché non eravate pronti a cogliere, oltre all’Amore, il desiderio della Bellezza! L’ho lasciata senza parole, Dottore…» «In realtà, Signora Dorata, Sorridente, Grande Signora, pensavo al fatto che già qualcuno, molti secoli prima dei padri della psicoanalisi, aveva colto la dicotomia di cui lei mi parla al proposito.» «Mmmh, capisco bene a chi si riferisce, parla di Apuleio, l’autore de “Le Metamorfosi, ovvero l’Asino d’oro”, in cui ha inserito la nota favola, ai più poco chiara sino in fondo, ridotta nel tempo a una storiella d’amore.» «Lei, Afrodite, si sente buona? » «Non sempre lo sono stata, per alcuni … Vede, Dottor Hillman, c’è stato un tempo in cui essere buoni significava essere luminosi, di una luce che irradiava tutto l’Essere nella sua interezza, fuori e dentro. Ai tempi in cui sono nata essere buoni significava essere belli ed essere belli significava essere buoni. Le sembra strano? – e mentre accavalla le floride gambe con una movenza sensuale e sicura, sottolinea – Vede, lei ora mi sta osservando in questa mia posa …. Come direste voi dai tempi cristiani? Ah sì, da tentatrice! E questo solo perché io non nascondo il mio sentirmi, il mio essere bella, non vuol dire che io voglia necessariamente indurre lei o qualsiasi altro uomo alla tentazione. Lei potrebbe perdersi nella mia Bellezza, così come potrebbe, allo stesso tempo, cogliere nel suo guardare un Desiderio che va oltre l’istinto, che voi chiamate sessuale, di cui per nascita io sono dotata, ma non per questo io sono priva di una vita interiore, fallace, mortale …. O per lo meno non sempre è così, secondo quanto si è letto finora.» «Eppure lei una volta si è sentita minacciata da una bella mortale, sua ancella devota, di cui suo figlio Eros si è innamorato. » «Già – e afferra pensosa un ginocchio tra le mani, scoprendo ormai del tutto la coscia dalla pelle vellutata – e non ne vado fiera, ma è stato necessario provare quei sentimenti.» «Si spieghi meglio, mi sembra di capire che lei stia ammettendo una sua mancanza?» «Anche gli dei sono mancanti di qualcosa. Voi attribuite al dio monoteista caratteristiche di perfezione morale, imperscrutabile virtù, ma noi dei dell’Olimpo, che voi avete dimenticato e soprattutto sottovalutato per tanti secoli, siamo esseri molteplici, dotati di innumerevoli sfumature caratteriali. Ci innamoriamo e subito dopo ci infuriamo, commettiamo gesti estremi ed escogitiamo vendette terrificanti, ma tutto questo perché … noi viviamo!» «E quindi come giustifica la sua ira verso l’innocente Psiche, che invece subiva la Vita?» La giustizia di Afrodite. James Hillman La Conchiglia EdizioniUn lampo di luce abbaglia lo sguardo della Dea, che riprende il suo discorso accompagnandolo con un sinuoso movimento della mano ingioiellata: «Oh quegli sciocchi e ciechi immortali osavano definirla bella! Ma che ne sapevano della Bellezza – e qui gli occhi si immobilizzano dritto in quelli del suo interlocutore – prerogativa esclusivamente divina, condivisa con le mie simili Era (Giunone) e Demetra (Cerere). Si è meritata, è il caso di dirlo, una bella punizione, l’ingenua e sottomessa fanciulla.» «E come dicevamo pocanzi Lei ha provocato in Psiche la terribile sofferenza dell’Amore.» «Può anche definirla, senza remore alcuna, mostruosa! Forse non tutti sanno che se da mio padre Urano ho ereditato, come accennavo prima, irrefrenabili impulsi sessuali, che preferisco definire erotici, mia madre Dione apparteneva alla famiglia dei Titani e mi ha trasmesso, perciò, una forza incontrollabile. Ebbene, l’Amore che voi uomini di Ragione considerate un’emozione, ridotta nel tempo dalla morale cristiana a essere un imperativo, in realtà è una giusta punizione.» «Adesso mi fa venire in mente che il mio collega Kerèny, nel suo libro “Gli dei e gli eroi della Grecia” fa notare che questa giusta ira si traduce nella parola nemesis, la figura mitologica di Nemesi che, posseduta da Zeus, diede alla luce un uovo.» «Ah sì, quello da cui nacque Elena, e da noi non c’era bellezza senza guerra o abbandoni e sofferenze … ma continui pure il discorso su Nemesi, può indurre i mortali a capire come hanno ucciso la vera Bellezza. «Dunque, dicevamo che l’amore come punizione è inteso come sofferenza, ovvero un eccesso (Hybris), una serie di forze compulsive che derivano dal mondo infero, da cui Nemesi, per l’appunto, agisce. È un richiamo ancestrale a muovere il nostro cuore, un’eco che oggi ci arriva ormai come un sussurro di mero piacere.» «Ben detto! I mortali, paradossalmente, vivono già morti! Scambiano ciò che sconvolge in qualcosa che annienta.» «Lei invece è la Dea dei sensi, della confusione delle emozioni…» «Che voi mortali, come già detto, considerate un male. Non siete più in grado di cogliere la Bellezza nella confusione. Il piacere non nasce dai sensi, il piacere è il Desiderio stesso! Il suo Maestro Freud ha parlato di libido, quella pulsione da cui, se non soffocata, nascono forme d’Arte sublime, e chi crea dona Vita!» In quelle espressioni concitate, dagli occhi della Grande Signora favilla un riverbero di verde accecante che inonda il salotto del Dottore. Lo sguardo della Signora Dorata si posa ovunque, riempie ogni spazio fino a ingravidare l’aria che si respira. È un’esplosione di Vita! Come può, una tale forza dirompente ridursi a una mera Joissance? Con la sua presenza impetuosa, adesso Afrodite confonde fino a terrorizzare, trascinando nell’abisso oscuro… Amore e Psiche -Antonio Canova«Ma allora Psiche cosa ha appreso dalla sua punizione giusta?» «Oh, in realtà ha continuato a rivelarsi una sciocca fanciulla (o almeno così pensavo) – ma queste ultime parole vengono appena sussurrate – quando per metterla ancora alla prova l’ho scaraventata giù negli Inferi per riempire un cofanetto con la bellezza di Persefone (Proserpina). Una volta risalita alla luce, ha aperto il cofanetto ed è precipitata in un sonno profondo.» «Ma Eros l’ha rianimata, quindi a Psiche è riservata una sorte, diciamo, felice.» «Già, pur essendo una debole e vulnerabile mortale.» «Ma Psiche torna indietro dal mondo degli Inferi e vi torna gravida. Tutta quella oscurità, quel sonno profondo in cui cade, creano in lei immagini che la fanno tornare in Sé.» Sul volto della Grande Signora comincia a disegnarsi un sorriso, non di quelli che attirano a sé sguardi languidi, ma un sorriso che adesso ridimensiona ira e impulsi, e una punta di vergogna, mista a un’insolita serenità che distende ancora di più la sua espressione, la lancia, in un attacco di inaspettata generosità, verso il Dottore. Lo osserva a lungo, poi lo saluta con queste parole: «Amo e mi adiro e allo stesso tempo posso provare compassione per Psiche, e adesso posso correre da lei ad abbracciarla per accoglierla finalmente, affinché Giustizia sia fatta, dentro me e tra i mortali, che finalmente imparano a conoscermi(si).» E così si volta, avanzando verso la porta con la sua innata eleganza e a ogni passo spuntano fiori dietro di lei.

“Perché la psiche resti umana deve restare vulnerabile, come lo è Psiche, cui la ricettività permette di concepire e restare gravida. È questa continua capacità di essere feriti che ci mantiene mortali, fertili, e umani.” James Hillman – La giustizia di Afrodite

   
 

Un’antica casa sul mare – Cancro Luglio 2019

«La sua vita era stata confusa e disordinata… Ma se poteva ritornare a un certo punto di partenza e ricominciare lentamente tutto da capo, sarebbe riuscito a scoprire qual era la cosa che cercava.» (Il grande Gatsby – F.S.Fitzgerald) Il suo unico interesse, quando la vide per la prima volta, fu di portarla via da quel posto aberrante. La vide e ne fu subito attratto. Occhi a mandorla, di un colore cangiante fra il giallo e il verde smeraldo, sembrava un cerbiatto scalpitante alla ricerca di una via di fuga. Lo colse subito il tremito nel suo sguardo. Sorrideva a chi la osservava, ma poi subito ti faceva sentire un estraneo; la sua era un’attenzione dettata dall’educazione più che dalla voglia di dare confidenza. Alta non più di un metro e sessanta, indossava un tailleur stile anni ‘50 panna e al collo portava una sottile collana di perle. La gonna a tubino fasciava un paio di gambe asciutte e le scarpe, anch’esse di tonalità chiara e dal tacco altissimo, slanciavano i polpacci ben torniti. Vestita così, sembrava una moderna Vestale pronta a immolarsi all’altare degli spietati affaristi che occupavano quel giorno la sala congressi dello storico Grand Hotel Excelsior Vittoria, situato nel cuore di Sorrento. Era l’inizio di maggio e le temperature si prospettavano più elevate del solito. Il ristorante dell’albergo era posto su un terrazzo a picco sul mare, da cui si godeva dell’ampia vista che toglieva il fiato sul Golfo di Napoli e sul Vesuvio.  Appoggiato alla ringhiera, gustando il suo Montecristo a lente boccate, accompagnando la fumata con un bicchiere di porto d’annata, James Green osservava gli astanti, quella mattina di primavera, più calda del solito. Lanciava sguardi sprezzanti sui commensali, scrutando acutamente ogni vezzo, cogliendo manie, smascherando piccole verità sconosciute agli stessi fautori. “Non illuderti, in questo lavoro non esistono amici” gli era stato detto quando aveva deciso di diventare mediatore immobiliare. Dotato di un grande intuito, abile dialettica e audacia, James Green si era subito distinto nel cinico mondo della finanza, scalando in breve tempo la vetta del successo, affermandosi tra i broker più richiesti della facoltosa agenzia immobiliare Tillow and Company che copriva il mercato di New York e dell’Italia. Quel giorno erano lì riuniti i più scaltri speculatori del gruppo per il Meeting annuale e molti dei manager più facoltosi erano accompagnati dalle loro consorti o amanti. La donna vestita di bianco si stava versando dello champagne nel flute di cristallo. Un uomo dal viso abbronzato e la barba argentea finemente rasata, la afferrò per le spalle, facendola sobbalzare dallo spavento. Lo sguardo della donna, fino a pochi minuti prima acceso e vispo, si incupì, e subito lasciò il calice sul tavolo, seguendo obbediente l’uomo. James osservò la scena spegnendo nervosamente il Montecristo nell’ultimo goccio di porto sul fondo del bicchiere. Erano le tre del pomeriggio, quando la vide imboccare Piazza Tasso. Era un punto di luce candido che si affannava, con passo deciso, a raggiungere l’angolo della piazza in cui si ergeva la statua di Sant’Antonio, protettore della città, che l’aveva difesa in passato ora dagli attacchi saraceni, ora da epidemie e possessioni demoniache, fino a praticare il miracolo della liberazione di un fanciullo dal ventre di una minacciosa balena, di cui si custodiva ancora un osso nell’ingresso ad arco della Basilica dedicata all’antico frate. Ma lei da cosa voleva proteggersi, mentre si piegava in un inchino devoto davanti alla lapide marmorea, sulla quale era posta la statua? Si guardò intorno con sospetto mentre faceva un rapido segno della croce e subito riprese il suo cammino. Mentre la donna avanzava decisa, James lanciò uno sguardo furtivo allo sfondo della piazza, dove si intravedeva uno scorcio del famoso Vallone dei Mulini, in cui un tempo le colline erano attraversate dalle acque sorgive che avevano portato alla costruzione di un mulino per la macinazione del grano con annessi segheria e lavatoio, dove le donne si affaccendavano con il bucato. Adesso una selvatica vegetazione, composta prevalentemente da felci giganti, nascondeva i resti dell’antico rudere, isolato a partire dal XIX secolo con la realizzazione della piazza. James affrettò il passo, seguendo la donna attraverso l’intricato dedalo di viuzze che si snodavano lungo il centro storico. Dal ritmo veloce con cui incedeva, l’uomo capì che la donna sapeva dove andare. Aveva tolto i tacchi alti e ora portava un paio di calzature più comode. Al collo scintillava il filo d’oro della collana di perle, mentre un ampio foulard colorato le avvolgeva il capo e un paio di occhiali da sole nascondeva il suo sguardo vivace. Se lo immaginava, James, mentre si posava sfuggente sulle chincaglierie delle bancarelle e poteva vedere, ai metri di distanza a cui si teneva, il gesto nervoso della mano con cui scansava gli ambulanti impudenti che provavano ad avvicinarsi a lei. Aveva un portamento raffinato e i suoi movimenti erano decisi e disinvolti. Di tanto in tanto alzava il capo per osservare i fregi dei portali sfarzosi delle antiche dimore nobiliari di Via Giuliani e Via Tasso e le leziose decorazioni arabo-bizantine dei palazzi storici che si ergevano lungo Via Pietà. Dalla pietra lavorata, lo sguardo si posò infine sul legno finemente intarsiato della Cattedrale dalla facciata neogotica per un tratto in cui sembrò smarrirsi ma poi, instancabilmente, la donna tornò indietro e proseguì verso la Basilica romanica di Sant’Antonino. Saliti rapidamente i quattro gradini, si intrufolò nel piccolo portico, per poi avanzare lungo il lato meridionale della basilica, dove osservò, indugiando ammirata, la serie di colonne in marmo giallo culminanti nei capitelli in stile corinzio. Poi, finalmente, entrò nel maestoso edificio. Poco dopo anche James faceva il suo ingresso nel luogo sacro, in tempo per osservare l’incedere più calmo e rassicurane della donna davanti a lui. La navata centrale, già illuminata dai riverberi dorati delle decorazioni dei rosoni sul soffitto, sembrò accendersi al passaggio sinuoso dell’ignara pedinata. Anche James avanzò di alcuni passi, sostando, di tanto in tanto, sotto una delle navate laterali. Le scene affrescate della vita e delle imprese del santo gli scorrevano davanti, rapendo i suoi pensieri: ‘Quanto coraggio, devozione e abnegazione. Si nasce per aiutare, la mano tesa a sorreggere, a proteggere e salvare le anime perse nei loro tormenti.’ La donna nel frattempo si era genuflessa tra i primi banchi, raccolta in preghiera. Allora James la raggiunse e si sedette alle sue spalle. Quando ebbe finito di pregare, la donna si tolse gli occhiali e soffocò un singhiozzo, poi prese a rovistare nella minuscola borsa che portava a tracolla, ma non fu necessario spazientirsi oltre, qualcuno dietro di lei le porgeva un fazzoletto inamidato, finemente ricamato. Alzò lo sguardo per ringraziare timidamente, mentre accettava quell’offerta generosa. Si tamponò leggermente gli occhi, poi tese il fazzoletto al suo soccorritore, che prontamente esclamò: “Può tenerlo, è suo.” “Non potrei mai, è un pezzo artigianale di valore, si vede, non vorrei privarla di un ricordo prezioso.” “Proprio per il suo valore, lo dono a lei.” Questa volta la donna restò senza parole. Stemperò l’imbarazzo con un lieve sorriso, lasciò il fazzoletto all’uomo e si rialzò con prudenza, facendo attenzione a non inciampare tra i banchi, ma il mocassino, forse per il piede sudato dopo il troppo camminare, le si sfilò impigliandosi nell’inginocchiatoio e scoprì il piede arrossato e indolenzito. James raccolse prontamente la calzatura e la infilò al piede della donna, che spazientita esclamò: “Lasci stare, non si preoccupi, ci penso io!” Ma James non colse l’irritazione nella voce, perso in quei due occhi smarriti e lucidi come smeraldi che sotto la luce della navata avevano assunto sfumature di un intenso verde indefinibile.  “Si tratta di un regalo di mia madre…” Poi, dinanzi all’espressione interrogatoria e stupita della donna, aggiunse: “Il fazzoletto, intendo, lo ha ricamato lei, se guarda con attenzione ci sono le mie iniziali: J. G., James Green.” “Capisco, ma adesso devo proprio andare.” “La aiuto, Signora …” “… Grace … mi chiami Grace … ma adesso devo proprio andare” e così dicendo si liberò dalla presa dell’uomo e si allontanò da lui, frettolosamente. L’eco dei passi di Grace si diffuse per tutta la navata. James  la guardò andare via, in silenzio. La mattina successiva, sul terrazzo dell’Excelsior Vittoria, i partecipanti al meeting erano intenti a consumare la loro colazione, frastornati dal brusio dei rumorosi commensali locali. Impettiti, nei loro smoking di pregiata fattura, celavano l’imbarazzo per quell’intrusione inaspettata. I turisti si erano imbucati per ammirare il panorama che dal piano in cui avevano prenotato non suscitava la stessa suggestione. Quando il maȋtre, imbarazzato, li aveva intimati ad abbandonare la sala, avevano reagito con fare scontroso e, irremovibili, avevano preteso di condividere la colazione con gli affaristi americani. Al tavolo delle bevande, la calca dei commensali facevano scontrare fra loro i bicchieri provocando un incessante tintinnio. James Green si teneva alla larga da quella confusione, sorseggiando un caffè in disparte dalla folla. Improvvisamente la vide sbucare in difficoltà da quella ressa e nell’allontanarsi, il tovagliolo che teneva sul piatto a coprire la sua colazione, precipitò sul pavimento del terrazzo. Si piegò a raccoglierlo e lo porse a Grace, che lanciando lo sguardo all’uomo apparso all’improvviso al suo fianco, emanò in un sussurro un timido: “Grazie.” “Sono destinato a porgerle sempre qualcosa, in un modo o nell’altro.” Il grigio impenetrabile di quegli occhi su di lei, turbarono Grace come il giorno precedente nella basilica. “Mi auguro, questa volta, che il tovagliolo non le serva per asciugarsi gli occhi, non permetterei una seconda volta che una donna sia triste dinanzi allo splendore di un luogo simile” e così dicendo allargò il braccio verso la terrazza e inavvertitamente colpì il gomito di uno dei tronfi affaristi al suo fianco. Lo sguardo che ricevette non inquietò minimamente James, che corrugando la fronte e alzando le spalle, si allontanò da lui senza voltargli le spalle e, sfacciatamente, lanciò l’occhiolino a Grace che non riuscì a trattenere un sorriso. Al termine della prima parte del congresso, la sala si svuotò lentamente. Qualcuno si attardò a contemplare la lavagna luminosa dove era rimasta impressa l’ultima diapositiva di torte e istogrammi multicolori. James, seduto in ultima fila, aspettava paziente che anche Grace lasciasse la sala e, quando la donna fu a pochi passi da lui, sentì il fruscio dell’ampia gonna cremisi di taffetà a pieghe, che indossava quel giorno. “Permetta che le offra un caffè, Grace.” La donna si guardò spaesata in giro, ma oltre a James Green, ormai nella sala non c’erano più partecipanti. Lo guardò allora dritto negli occhi e annuì col capo. Inaspettatamente, James la prese per mano e iniziò a correre, imboccando la scala antincendio. Grace si tenne il tupet che a fatica era riuscita a sistemarsi quella mattina con la mano libera e, affannata, chiese preoccupata: “Ma dove stiamo andando?” “Vuoi vedere un vero spettacolo, Grace?” Gli occhi di James avevano assunto un’espressione nuova, da bambino divertito, assalito da un improvviso entusiasmo che la contagiò, inebriandola come non accadeva da tempo. “Siii!” esclamò d’istinto. James allora le lanciò un sorriso genuino che la fece arrossire inaspettatamente. Dopo aver sceso in fretta due piani di scale, James si fermò dinanzi a una porticina di legno, che aprì lentamente verso l’esterno. Grace restò ammutolita dinanzi alla scena: un balconcino si affacciava su una scogliera da cui si innalzavano lapilli di schiuma di mare. Fu invasa da una vertigine che le fece sobbalzare lo stomaco. Il blu intenso del mare si perdeva nell’azzurro terso del cielo. In lontananza, alcuni gabbiani in volo sfioravano a picco le onde agitate. “Sembra un quadro vivente!” disse commuovendosi. “Sapevo che avresti apprezzato, Grace. Perché non scappiamo da qui, il meeting è così noioso e questo posto così meraviglioso da ignorarne il richiamo.” Una smorfia turbata incrinò l’espressione serena di Grace. “È per lui?” chiese James severamente. “Lui? … No, lui …” “L’ho visto Grace come ti tratta, non è gentile e tu non dovresti stare con lui!” La donna indietreggiò di alcuni passi e lasciò la presa della mano dell’uomo, ma questi la afferrò tempestivamente per un braccio attirandola a sé. La donna non lo respinse questa volta e indugiò nei suoi occhi, mentre l’uomo avvicinava sempre più il viso al suo. Gli schiamazzi degli affaristi dal piano di sopra distolsero James dal gesto che stava per fare e fece cenno a Grace di scendere ancora di un piano. La donna obbedì. Giunti al pianerottolo, entrarono in una piccola sala dove, come fuori dal balconcino, predominava l’azzurro. Le pareti erano finemente tappezzate con pregiati tessuti damascati, gli stessi che ricoprivano le poltrone al centro della stanza. Le ampie vetrate ad arco erano aperte verso l’interno, ma in quel momento sembrava che il vento si fosse d’un tratto fermato. L’aria era immobile nella sala, come l’argenteria sui tavolini rotondi dinanzi alle poltrone e la luce fioca delle applique sulle pareti. Grace si guardò intorno intontita, circondata dagli enormi specchi incastonati alle pareti tra un finestrone e l’altro. Improvvisamente notò James accasciarsi su una delle poltrone al centro. Stringeva la testa fra le mani e si scompigliava i capelli. Grace gli si avvicinò lentamente, ma James inaspettatamente si rialzò e prese a muoversi su e giù per la stanza. “Quand’è il suo compleanno?” chiese all’improvviso, guardandola dritto negli occhi. “Il … 19 Lu-glio” rispose Grace, spaventata, a monosillabi. “Il 19 Luglio?” ripeté James, facendo un pausa. Poi diede le spalle alla donna e, avvicinandosi alla finestra, aspirò una nuova boccata d’aria. Si voltò nuovamente e continuò: “Conosco molte persone nate il 19 Luglio, sa?” “Ah sì?” fece di rimando Grace. Il colletto della camicetta, color champagne, mostrava piccoli aloni di sudore che andavano allargandosi dietro la schiena. Allora sbottonò i primi bottoni della camicia lasciando intravvedere il pizzo del candido reggiseno. La voce dell’interlocutore la fece tornare alla realtà, e subito richiuse uno dei due bottoni. “Sì – continuò James con tono caldo e suadente – alcuni vecchi amici, si fa per dire, sono nati il 19 Luglio e uno di questi è un noto uomo d’affari. Comincio a credere che il 19 Luglio sia una data che sforni talenti.” “E così lei crede che mia moglie abbia del talento” una voce alle loro spalle irruppe nella stanza. La porta spalancata fece gonfiare le tende della finestra che diffusero nella stanza un refolo d’aria nuova. “Sei tornato Aaron, ti stavo aspettando, andiamo via di qui” e così dicendo Grace afferrò la borsa e infilò il suo braccio sotto quello del marito. Spaventata, tese timidamente la mano al suo interlocutore, dicendo “È stato un piacere Signor Green, ma ora dobbiamo tornare al Congresso.” L’uomo di fronte a lei non la degnò più di uno sguardo, i suoi occhi, vitrei e severi, erano puntati su suo marito. “Sì, penso proprio che sua moglie abbia talento” sentenziò boriosamente. “Ma davvero?” chiese sarcastico, a quel punto Aaron, sfilandosi il braccio della moglie. Poi, fece alcuni passi verso l’uomo che gli stava davanti. La moglie lo afferrò con decisione per la manica della giacca, ma lui bruscamente si divincolò e a un palmo di naso dall’uomo che restava impassibile al centro della stanza, esclamò canzonatorio: “E mi dica, caro Signor Green, che talento pensa abbia mia moglie?” “Il talento di scegliere uomini vili come lei!” e così dicendo gli sferzò un pugno sul naso. La donna urlò spaventata, il pugile improvvisato abbandonò lungo la gamba il braccio della mano che aveva appena lanciato il colpo, come se la cosa non lo riguardasse. Il marito della donna si pulì il mento dal rivolo del sangue che scivolava lungo la sua guancia e cercò di avventarsi sull’avversario, ma questi schivò il colpo e, roteandogli attorno con movimento felino, afferrò Grace per le spalle, alitandole sul collo. La donna restò immobile, mentre i suoi occhi si riempivano di lacrime. “La guardi, sua moglie. Ha occhi verdi e chiari come il mare, sguardo docile e labbra suadenti. Chiunque vorrebbe una donna così, pronta a piegarsi al volere di uomini vigliacchi come lei, che desiderano solo ammaestrare al proprio volere gli altri. E si circondano di persone deboli per sentirsi più forti.” “Lasci stare mia moglie!” urlò infuriandosi Aaron. Poi di colpo si zittì. James, tenendo stretta a sé Grace, aveva puntato una pistola contro di lui. La presa con cui l’uomo stringeva l’arma era decisa, lo sguardo irremovibile. Aaron capì che se avesse provato a reagire, le cose si sarebbero messe male per tutti. Cercò di rallentare il respiro e prendere tempo. I due uomini erano in piedi, immobili, l’uno specchiandosi negli occhi dell’altro, la fronte di Grace imperlata di sudore e l’espressione sempre più spaventata. Lentamente James cominciò a indietreggiare e Grace a imitarlo. La presa dell’uomo sul suo collo le impediva di respirare, ma non osava proferire parola. James uscì sempre indietreggiando dalla stanza, poi con un piede chiuse la porta e trascinò Grace giù per le scale. Aaron prese a inseguirli urlando aiuto, ma in quel momento, nel sottoscala, non c’erano inservienti e dai piani superiori proveniva il frastuono del Meeting e dei camerieri indaffarati nella preparazione dei tavoli per il pranzo. James correva tenendo forte il polso di Grace, con l’intento di raggiungere il garage e infilarsi nell’auto. Libera finalmente di respirare regolarmente, Grace provò a rivolgersi con calma a James: “È tutto finito, James, lui ora non c’è, ci siamo solo io e te.” Ma l’uomo sembrava non ascoltare le sue parole, intento a cercare le chiavi dell’auto. Giunti dinanzi alla cadillac bianca di James, Grace fu scaraventata sul sedile posteriore. L’uomo si precipitò al volante e con una stridente sgommata uscì dal garage. La luce accecò lo sguardo di James che parve ridestarsi dal torpore che lo aveva avvolto pocanzi. “Grace vedrai, saremo finalmente liberi. Tu da quell’uomo impostore e tiranno e io da quegli affaristi avvoltoi e degenerati.” La donna dietro di lui si sistemò sul sedile, sporgendosi verso il guidatore “Jam…” In quel momento la gonna si sollevò lasciando scoperte le gambe e d’improvviso le note di un brano jazz proveniente da un grammofono d’epoca si diffusero nell’abitacolo del veicolo. Ilari risatine provenivano dalla porta socchiusa oltre il corridoio. Il bambino, incuriosito, attraversava il lungo corridoio dalla moquette sbiadita, dove le suole pesanti delle sue scarpe di vernice lasciavano ampi solchi. Più si avvicinava alla porta, più la risata di sua madre echeggiava per il corridoio. Giunto accanto alla porta, osservò un uomo di spalle che accarezzava le gambe di sua madre che, notatolo, lasciò cadere il calice di champagne sul divano, precipitandosi verso di lui. “Copriti le gambe!” urlò James irato. Grace si lanciò sullo schienale e cominciò a piangere. “Non fare così, cazzo!” sbraitò l’uomo al volante, picchiando sul cruscotto con pugni violenti. L’auto aveva imboccato una stradina che da Piazza Tasso portava al centro, da dove James si sarebbe precipitato fuori dal paese, diretto verso il promontorio sul mare. La cadillac prese a sbandare lungo i brevi tornanti e Grace, preoccupata, chiese: “Dove andiamo? James, cosa vuoi fare? Così ci ammazziamo!” James non rispondeva, lo sguardo perso nel vuoto. D’improvviso, oltre l’insenatura rocciosa che avevano appena raggiunto, alla vista di Grace apparvero antichi ruderi. Di lì a pochi minuti James parcheggiò. Grace tentò immediatamente di aprire lo sportello, ma James lo bloccò. “Non puoi lasciarmi così, Grace, ti ho salvata. Adesso tu starai sempre con me.” Il tono con cui pronunciò quelle parole suonava assente. Alzò il braccio verso il rudere: “La vedi quella villa, è lì che vivremo d’ora in avanti. Benvenuta a casa, Lillian.” Era il giorno di Natale e sua madre lo spingeva a varcare la soglia di una piccola casa di campagna dove l’attendeva un uomo in vestaglia, seduto su una poltrona dal tessuto logoro. Aveva una pesante coperta sulle gambe e gli faceva cenno di avvicinarsi con la mano esile, che presto si portò alla bocca per soffocare acuti colpi di tosse. James strinse più forte che poté la mano a sua madre, la quale inginocchiandosi verso di lui, gli sussurrò all’orecchio: ”Va’ da tuo padre, oggi starai con lui.” “No, mamma! Io non conosco quest’uomo, io voglio restare con te.” Ma in quel momento la donna allentò la presa e si precipitò fuori dalla porta, chiudendola pesantemente alle sue spalle. James corse verso di lei, ma fu afferrato da due robuste braccia. Si voltò spaventato e vide su di lui il volto bucherellato di un donnone in grembiule. Era Susan, la donna che si sarebbe occupata di lui da quel giorno fino alla morte di suo padre, nella casa in cui sua madre lo aveva lasciato per sempre, dopo che il suo amante era sparito e lei era rimasta senza un soldo. “Dov’è la mia mamma?!” urlava James dimenandosi fra le braccia di Susan. “Tornerà, James, vedrai, è andata alla ricerca di una nuova casa” diceva suo padre fra un colpo di tosse a l’altro.   “L’ho trovata prima io, mamma, la casa, vedi?” Grace rabbrividì. “Un tempo ci viveva un’antica famiglia romana e di notte le ninfe marine si affacciavano agli scogli per rubare i grappoli dei vigneti. C’erano anche le terme al suo interno, dove si ergeva un tempietto dedicato a Ercole, che con la sua forza proteggeva l’abitazione dalle impetuose onde del mare. A te è sempre piaciuto il mare, vero mamma?” e così dicendo porse la mano verso la donna seduta dietro di lui. A quel punto Grace capì che James non sarebbe tornato sui suoi passi e fece scivolare la sua mano tremolante in quella dell’uomo, che subito aprì lo sportello. Grace scavalcò il sedile e si ritrovò fuori dall’auto. La brezza marina le schiaffeggiò le guance, scompigliandole la capigliatura. Una pioggia di ciocche ondulate e dorate cadde sul suo volto pallido. James le sistemò un ricciolo ribelle dietro l’orecchio, baciandole delicatamente la fronte. “Seguimi” sussurrò e subito la trascinò con sé su per gli scogli. Grace faticava ad arrampicarsi con i tacchi, e la gonna si impigliava tra i bassi arbusti e nei gesti che faceva per liberarla, annaspando mentre James la tirava per un braccio, si lacerava le ginocchia. Un forte rombo di auto li distolse dalla scalata. Grace riconobbe l’auto di Aaron e, liberatasi violentemente dalla presa di James, sollevando le braccia cominciò a urlare a squarciagola il nome del marito. James si spazientì e cercò di riafferrarla, ma Grace trovò il coraggio di cominciare a scendere disperatamente giù per la scogliera inginocchiandosi, strappandosi le unghie. “Non lasciarmi ancora, Lillian!” La voce di James, incrinata dal pianto, dissuase Grace dalla sua furia e allora gli lanciò uno sguardo docile, dicendogli: “Non sono Lillian, James, Lillian non tornerà più, lasciala andare! Torna giù con me e sistemeremo tutto.” L‘uomo al di sopra di lei, sulla scogliera, si afferrò la testa fra le mani, scompigliandosi nervosamente i capelli. Poi la osservò preoccupato, vide gli uomini sotto di lui che si arrampicavano con foga sul promontorio e volse lo sguardo verso il mare. Grace allora lo chiamò ancora, insistentemente: ”James, afferra la mia mano e torniamo giù.” James le sorrise come aveva fatto poche ore prima sul balconcino e, continuando a guardarla, si lanciò, precipitando a picco sul mare, come un gabbiano, finalmente libero. Grace continuava a urlare il suo nome, mentre il marito la scuoteva per le spalle. La donna, incapace di alzarsi, restò inginocchiata a osservare un fazzoletto volare su per la scogliera. Tese un braccio e lo afferrò, poi prese ad asciugarsi le lacrime, baciando le iniziali finemente ricamate.  

In ricordo di Wislawa Szymborska, la poetessa che ha saputo trasformare l’ordinario in straordinario

In un’epoca in cui tutti si danno alla poesia, la forma artistica più immediata per esternare un’incontenibile urgenza emotiva, la poetica della polacca Wislawa Szymborska, che oggi ricordiamo per l’anniversario della sua nascita avvenuta il 2 luglio del 1923, rischia di incorrere in una banale strumentalizzazione stilistica che giustifica questa voglia di farsi poeti. Cerchiamo di comprendere, allora, in cosa consiste la grandezza della poetessa polacca tanto decantata dal pubblico contemporaneo. Brevi cenni biografici: Wislawa Szymborska crebbe a Cracovia, dove studiò, clandestinamente negli anni della Seconda Guerra mondiale, e dove nel 1941 finalmente si diplomò. Non completò i suoi studi in sociologia a causa delle difficoltà economiche, ma già nei primi anni ’40 scriveva storie e poesie. Determinante fu l’incontro con il poeta e saggista Czesław Miłosz, fortemente coinvolto nell’azione politica e sociale della nazione. Quando iniziò a pubblicare le sue prime poesie, la Szymborska fu sostretta a essere sottopsta alla censura socialista, che non superò, cosa che la spinse ad adattare la sua produzione all’ideologia corrente, da cui negli anni prenderà le distanze, definendo in seguito la decisione accomodante un “peccato di gioventù”. Fu redattrice e illustratrice di riviste e dal 1993 autrice di recensioni per l’importante quotidiano polacco “Gazeta Wyborcza”. Il 1996 fu l’anno del Nobel per la Letteratura. Tra le motivazioni del premio, leggiamo: è autrice di una poesia che, con una precisione ironica, permette al contesto storico e biologico di manifestarsi in frammenti di verità umana. Si rivolge al lettore combinando in modo sorprendente lo spirito, la ricchezza inventiva e l’empatia, ciò che fa pensare talvolta al secolo dei Lumi, talvolta al Barocco”. È morta a Cracovia il 1 febbraio del 2012. Una poetica indefinita La prima poesia di Wislawa Szymborska, intitolata “Cerco la parola”, fu pubblicata nel 1945 sul quotidiano locale “Dziennik Polski” Ed è da questi versi che partiremo con la nostra analisi: Cerco la parola Voglio con una parola Descriverli – Prendo le parole quotidiane, dai dizionari le rubo Misuro, peso e scruto – Nessuna corrisponde. Le più ardite – sanno di codardia, le più sdegnose – ancora sante. Le più crudeli – troppo compassionevoli, Le più odiose – tropo poco violente.   Questa parola deve essere come un vulcano, che erutta, scorre, abbatte, come terribile ira di Dio, come odio bollente. Voglio, che questa unica parola, sia impregnata di sangue, che come le mura tra cui si uccideva contenga in sé tutte le fosse comuni. Che descriva precisamente e con chiarezza chi erano loro – tutto ciò che è successo. Perché questo che ascolto, perché questo che si scrive è ancora tropo poco. La nostra lingua è impotente, i suoi suoni all’improvviso – poveri. Cerco con lo sforzo della mente cerco questa parola  – ma non riesco a trovarla. Non riesco. Cosa è, dunque, la parola tanto avidamente cercata dalla poetessa polacca? Una parola che quando pronunciata si svuota del suo significato, è indicibile, è una parola che non riesce a esprimere “tutto ciò che è successo”. Eppure, nei suoi versi questa parola tanto voluta c’è, si esprime nel suo voler essere potente e distruttiva “come un vulcano (…) come terribile ira di Dio”. È una parola che contiene la morte, è “impregnata di sangue”, è la parola che non si riesce a trovare, ma che in qualche modo si sforza di dire la realtà. E’ chiaro che i versi si riferiscono alla tragedia bellica, ma se andiamo più a fondo nella ricerca delle liriche successive, si comprende come la parola cercata sia il punto di partenza per provare a dire di una realtà che di per sé è indicibile. Nella poesia intitolata “Tutto”, si legge: Tutto – una parola sfrontata e gonfia di boria. Andrebbe scritta fra virgolette. Finge di non tralasciare nulla, di concentrare, includere, contenere e avere. E invece è soltanto un brandello di bufera. In “Vista con granello di sabbia” leggiamo ancora: Lo chiamiamo granello di sabbia. Ma lui non chiama se stesso né granello, né sabbia. Fa a meno di nome generale, individuale, instabile, stabile, scorretto o corretto. Anche l’Amore, nel suo incontro, nel suo ricordo, è una prospettiva di cui non si ha certezza.   Sono entrambi convinti Che un sentimento improvviso li uni’. E’ bella una tale certezza, Ma l’incertezza e’ più bella. (…) Ogni inizio infatti E’ solo un seguito E il libro degli eventi E’ sempre aperto a meta’.   (da “Amore a prima vista”)   Dire l’amore è una prospettiva all’occhio dell’osservatore. D’altronde nessuna garanzia Che fossero loro. Sì, forse, da lontano, ma da vicino niente affatto.”   (da “Prospettiva”)   Indicibile è invece definire la donna alla luce di paura e distruzione: Vietnam Donna, come ti chiami? – Non lo so. Quando sei nata, da dove vieni? – Non lo so. Perché ti sei scavata una tana sottoterra? – Non lo so. Da quando ti nascondi qui? – Non lo so. Perché mi hai morso la mano? – Non lo so. Sai che non ti faremo del male? – Non lo so. Da che parte stai? – Non lo so. Ora c’è la guerra, devi scegliere. – Non lo so. Il tuo villaggio esiste ancora? – Non lo so. Questi sono i tuoi figli? – Sì. E ancora, nella chiusa della già citata “Vista con granello di sabbia” si legge: Il tempo passò come un messo con una notizia urgente. Ma è solo un paragone nostro. Inventato il personaggio, insinuata la fretta, e la notizia inumana. In “Nulla due volte” viene invece detto: Nulla due volte accade/né accadrà   Conclusioni: Attraverso uno stile semplice e lineare, con la scelta del verso libero, le poesie della Szymborska superano la difficoltà dell’illusione tradizionale del poter dire tutto, del rendere Uno il molteplice. Il poeta contemporaneo sa di non potersi esprimere, sin da Leopardi si scopre dotato di una doppia vista, fino a diventare visionaria e profetica, non può più tornare indietro, a un ruscire a esprimere la materia, il dicibile si è fatto frammento di una realtà indicibile. Come cogliere ciò che scorre velocemente sotto gli occhi (dis)umani? La poesia diventa allora l’unico strumento per provare a parlare dello straordinario che si nasconde nell’ordinario. Paradossalmente la Szymborska ha confessato di preferire la prosa alla poesia, di aver sempre desiderato voler scrivere e scrivere in prosa, ma le è riuscito scrivere in versi, in frammenti di vita. Non sa dirla, la parola, la poetessa polacca, ma la tira fuori, dal profondo colloquio che ha con se stessa, con la realtà delle cose che la circondano (animali, oggetti, ortaggi), che la spinge a un esprimersi talvolta ironico, una delle sfumature possibili dell’essere presenti in questa realtà. E il poeta, oggi, allora, chi è? Un letterato erudito o un reietto solitario? Per rispondere al quesito, lasciamo la parola alla protagonista della nostra analisi, ricordando il suo discorso in occasione del conferimento del Nobel: Il poeta odierno è scettico e diffidente anche – e forse soprattutto – nei confronti di se stesso. Malvolentieri dichiara in pubblico di essere poeta – quasi se ne vergognasse un po’. Ma nella nostra epoca chiassosa è molto più facile ammettere i propri difetti, se si presentano bene, e molto più difficile le proprie qualità, perché sono più nascoste, e noi stessi non ne siamo convinti fino in fondo…”

Intervista ad Anna Maria Scopa, autrice di “Dove nevicano le viole”

Mi abita di fronte una parola zoppa che mi rappresenta/un vociare dentro di sogno a trama larga. I suoi versi cantano in un apparente silenzio del cuore, dove “il mare recita preghiere al vento”, “il sole versato in un bicchiere/distrattamente muore”, “dormono le cose/dormono/o forse muoiono in silenzio…” e le “libellule d’ombra/sussurrano silenzi”. Lei è Annamaria Scopa, autrice della silloge poetica “Dove nevicano le viole”, Letteratura Alternativa Edizioni, che oggi conosciamo meglio. Ciao Annamaria, benvenuta in questo spazio dedicato alle interviste. Sei la prima poetessa che lo riempie ed è un vero piacere per me, che ho avuto la possibilità di leggere in anteprima la tua delicata raccolta di poesie “Dove nevicano le viole”, pubblicata l’anno scorso dalla casa editrice Letteratura Alternativa, che mi ha gentilmente chiesto di scrivere la postfazione. Mi piacerebbe cominciare con una domanda classica, che in realtà prevede ogni volta una risposta inedita. Chi è, nella realtà quotidiana, Annamaria donna e chi la poetessa che scrive versi senza sosta? Ciao Domizia, mi imbarazza sempre molto parlare di me. Annamaria donna è una bambina dentro un corpo di donna, cresciuta troppo in fretta e che combatte ogni giorno contro la sua sensibilità per ridurla quel tanto che basta perché non possa farle male, perché si sa in questo mondo la sensibilità spesso è vista come debolezza, ti rende sottile, tutto passa e, a volte, è difficile proteggersi. Non mi piace definirmi poetessa, diciamo che scrivere per me è un bisogno, faccio vivere e curo quella bambina che ho dentro, che anche se è cresciuta, vuole rimanere se stessa. La poesia mi rende libera e felice, spesso è una vera e propria catarsi. La tua raccolta è permeata da metafore e sinestesie floreali: “i gelsomini piangono”, “i fiori fanno rumore tra le dita”, “le viole nevicano”, per citarne alcune. Cosa rappresentano i fiori per te? Oh i fiori…rappresentano la gentilezza, la mia affettività, i miei sentimenti, la mia spiritualità. Sono la mia anima, che è in continua evoluzione, sboccia, per poi appassire e poi rinascere ancora. “Si dirà bisogno/questo cercare una ragione/questa rivoluzione”. Partendo da questa chiusa che sembra stridere con l’apparente bucolicismo delle immagini campestri che caratterizzano l’intera raccolta, mi piacerebbe sapere cosa cerchi nella poesia: una ragione o una evasione dal caos delle emozioni? “Si dirà bisogno” è proprio la risposta! Non so cosa lei voglia da me, un bisogno si, che cerca spazio nelle parole. In essa cerco l’emozione che non so contenere, la cura, spesso il sogno, la fantasia. Nelle tue liriche prevale l’elemento primordiale per eccellenza, quello acquatico, come nella similitudine del cielo definito “liquida parete”, nei versi “le lacrime le devi sotterrare/nell’uragano”, “tu dici fiume le parole che/m’annegano dentro”, “umidi nidi/i tuoi occhi” e ancora ne “le mie piogge/di grano” oppure nell’immagine dell’acqua che piove dalla luna, fino a raggiungere l’acme nella lirica intitolata Hanno chiuso il mare che si conclude con un passaggio fortemente icastico: “così in un secchio verso la luna/travaso di cielo/senza stelle”. Così, in un ritmo fluido in cui le emozioni si rincorrono attraverso un flusso di coscienza marcatamente visionario, all’improvviso spiazzi il lettore con immagini claustrofobiche, fino al boato del tuono. Cosa urla, in realtà, dentro te, che non riesce a venir fuori? Urla: “Il delirio del mare sopra ogni silenzio, il tormento dei narcisi appeso al canto di mille calabroni, i miei passi incrinati nel vento, il suono di mille grilli nel petto”, la mia emotività. Possiamo definire la poesia la musica dello spirito, del resto già i primi aedi dell’antica Grecia coniugavano note e versi e lo stesso Aristotele ha asserito che la poesia è l’arte dell’uomo di imitare ritmo e armonia, operazione inconscia, forse, di ricongiungere dimensione terrena e dimensione celeste. La poesia eleva, secondo te, e dove riesce a condurti? La poesia conduce nella propria interiorità e rende visibile ciò che spesso non lo è, ma sola a chi sa guardare.
La raccolta di liriche di Anna Maria Scopa è un omaggio ai fiori, ai sentimenti che animano la fantasia dell’autrice.
La poesia è un genere considerato di nicchia eppure, fortunatamente, ci sono case editrici che insistono nel voler pubblicare raccolte di versi. Perché, secondo te, il pubblico dovrebbe amare la poesia e leggere le tue liriche? Ti rispondo con un verso di una delle mie poetesse preferite, Wislawa Szymborska: “ io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo come alla salvezza di un corrimano”. Leggere poesia dona benessere, è come ascoltare la musica di Mozart, la poesia favorisce l’empatia, l’introspezione e tutti ne avremmo bisogno. Perché leggere le mie liriche? Perché sono un’empatica, perché “hanno lucciole negli occhi e il temporale sull’orlo del vento”, le mie poesie sono come me. Ringraziandoti per la disponibilità a questa piacevole chiacchierata, vorrei chiederti in conclusione di lasciare un saluto floreale ai lettori di Mi libro in volo. “ Ha chinato corolla il ciclamino ferito. Fiore irto d’incanto nell’infiorescenza del grano a guardare lontano.” Dalla postfazione di “Dove nevicano le viole” edito da Letteratura Alternativa Edizioni, di Domizia Moramarco “Le parole/a volte sembrano fiori” Da sempre l’uomo è prigioniero del linguaggio. Segni, suoni e parole, scritte o tramandate, lo ingabbiano in un codice che finisce per diventare dimora rassicurante. Ma arriva il tempo in cui sconosciuti smottamenti mettono in pericolo le fondamenta e, tra una scossa e l’altra, prima o poi nuove formule ricompongono i confini. I versi della raccolta “Dove nevicano le viole” sono un oscillare fra cuore e ragione, in un fruscio di parole che sfiora questa vita, che l’Io parlante prima odia, poi ama. La tristezza in fondo al cuore per la solitudine nella vetrina del mondo, dove sono in vendita amarezza e delusioni: “Ditelo voi /che una donna è caduta/ nella fossa dei papaveri/gli occhi di liquirizia/ ha perso la strada/ nel gioco alla tristezza/le è caduto un sogno/fuori nella pioggia” lascia posto a un percepire diverso che si fa sentiero da seguire. Si apre allora un portale che conduce a una dimensione altra: zagare, ranuncoli, giacinti, lavanda, thalie, limpide acque rischiarano i sensi, i colori riaccendono nuove pulsioni. É la natura che parla e la donna che adesso vi si immerge la vuole ascoltare. “Io torno in superficie. /Con le allodole”. Un profondersi di emozioni, un protendersi all’ascolto, un volersi lasciare risucchiare dal vortice di un nuovo pensare, più consapevole, dell’esserci al mondo. Le parole sgorgano dalla fonte del cuore, scivolano giù dalla montagna di pietra, “sono la neve candida/che cerca l’estate” trasportando torrenti e detriti, accolti nel grembo della valle lussureggiante che è la nuova dimora di un Io rinnovato. Un Io che ascolta, che vede, che tocca e che annusa quanto di diverso scopre dentro e fuori di sé. Uno specchiarsi al confine di un nuovo orizzonte, laddove sguardi umani non arrivano: “Guardami/sul filo dell’acqua”. E ancora “mentre sulle labbra il tremore./ Esiste?/Esiste./Ti prego vallo a cercare./Non farmi cadere le stelle,/quelle più belle”. Un voler sentire totale, con tutti i sensi, un volerlo vivere quel tremore che porta l’amore perché “Tornare indietro, poi non si può più”. E allora i segni non bastano, allora bisogna reinventarsi il linguaggio: “Sono il Requiem /delle mie domande,/gorgheggio in un /commiato di stelle”. Un nuovo flusso di melodia, al ritmo cadenzato dai nuovi bisogni del cuore, da sospiri che strabordano; non più confini fisici, né limiti ai silenzi, solo un risucchio di forti emozioni, un sentire diverso che ha urgenza di dire, in suoni e parole emessi di getto, con una scrittura automatica che non si vuole fermare. “Sono fatta di virgole e sole”.

La voce nascosta delle pietre di Chiara Parenti

Seguire le pietre per trovare la via, sentire il loro potere per ritrovare se stessi senza smettere mai di cercare: è questo il sentiero segreto che porta alla felicità nel romanzo La voce nascosta delle pietre di Chiara Parenti, edito da Garzanti.

  C’è stato un tempo in cui gli uomini ascoltavano con il cuore. Potevano sentire le parole sussurrate dal vento, quelle trasportate dalle onde delle acque, quelle nascoste sotto i granelli di sabbia, dietro le ombre di alberi secolari, le parole che scivolavano dai petali dei fiori che si aprivano al sole della primavera, fino a percepire i segreti contenuti nelle pietre. Così come diceva Giordano Bruno «l’universo forma un sol corpo», ovvero l’intero Cosmo è animato da forze vitali, la Natura intera contiene, in ogni sua forma, scintille divine. C’è stato un tempo in cui l’uomo era in armonia con il Tutto, così come accade, per un breve periodo della sua vita, all’individuo moderno. Succede quando si è bambini di sentire il potere che emana la Natura intorno, di percepirne il richiamo. Succede anche a Luna e a Leonardo, protagonisti del romanzo La voce nascosta delle pietre, due amici inseparabili durante l’infanzia e la prima adolescenza, sotto la guida del nonno Pietro, esperto conoscitore e cacciatore avventuroso di gemme preziose. Alla nipotina Luna, Pietro confesserà: “Le pietre sono vive e ci chiamano […] esercitano su di noi un’attrazione particolare, frutto della risonanza energetica che abbiamo con loro”. Così, attratti dal potere che sprigionano le pietre, di cui imparano a conoscere, anno dopo anno, caratteristiche, storie e leggende misteriose, Luna e Leonardo vivono avventure fuori dal comune, come la ricerca di frammenti calcarei, per loro preziosi, nei cantieri e tra i monti, fino a scoprire che esiste per ognuno una pietra giusta, “un’anima gemella che […] vibra della tua stessa energia” e che “dal momento in cui la indosserai, la pietra scatenerà il suo potere straordinario, legandosi a te in maniera indissolubile. E allora sarete inseparabili.” E Luna pensa davvero che Leonardo sia il suo diamante prezioso, l’anima gemella in grado di metterla sotto la giusta luce dove può brillare, fino a quando, una notte, la prima notte in cui dormono assieme, qualcosa si spezza per sempre fra di loro. Per tredici lunghi anni Luna non riuscirà più a sentire il richiamo delle pietre fino a quando, per una apparente casualità, non si ritrova davanti il suo compagno di giochi, nella bottega orafa di pietre del nonno in cui svolge l’attività di impiegata contabile. Il ritorno di Leo nella sua vita sarà il segnale di un totale scombussolamento nel precario equilibrio che è riuscita a crearsi, soprattutto con la relazione che la lega a Giulio, il quale, una volta ricomparsa la vecchia fiamma di Luna, chiede la mano della sua fidanzata. In quello stesso momento, ancora una inaspettata notizia turberà l’esistenza di Luna che si ritroverà ad affrontare per la prima volta un viaggio lontano da casa, negli inebrianti luoghi esotici esaltati dai racconti del nonno anni prima. Titubante e sconvolta, la “nuova” Luna dovrà scontrarsi con la Luna dei giorni andati e fare i conti con un passato che ha voluto cancellare per sempre. Lontana dalla sua ordinaria quotidianità, che ha eretto come gabbia di protezione dalla cocente delusione ricevuta, lontana da sua madre, donna apprensiva nei suoi riguardi, induritasi dopo l’abbandono da parte del marito, rimetterà assieme i pezzi del mosaico frantumato che era la sua vita prima del ritorno di Leo. Di nuovo accanto a lui, Luna rivivrà avventure emozionanti, esplorerà luoghi dalla natura palpitante vita, conoscerà persone che sanno come seguire il proprio cuore, e riprenderà a dare ascolto ai segnali che la vita continua a porgerle. “Sapete che cos’è il vero amore? […] È la persona che ci fa brillare. L’unica in grado di smussare gli angoli, in modo che la luce esalti tutta la nostra bellezza.” La storia che Chiara Parenti con La voce nascosta delle pietre regala ai suoi lettori è il racconto di un percorso di crescita interiore dei protagonisti, che imparano a rialzarsi dopo i duri colpi che la vita ha inferto loro durante la giovinezza, quello che contraddistingue gli eroi di tutte le fiabe, che questa volta imparano a districarsi nel mondo affascinante delle pietre. Ogni pietra nasconde un potere: l’agata infonde coraggio, l’acquamarina dona felicità, il granato promuove la fiducia in se stessi e così via. Questo concetto Parenti lo spiega nei brevi paragrafi che introducono ciascun capitolo che a sua volta si alterna al successivo, secondo uno schema temporale passato-presente, proprio come uno specchio in cui ogni personaggio si riflette per non smarrire la via; vuol significare che gli antichi richiami sono sempre in agguato e si rincorrono fra loro fino a quando non si è finalmente pronti a tendere l’orecchio per afferrarne il messaggio. E le pietre fanno da messaggere. Le pietre sanno aspettare, esse «vibrano, indipendentemente dal fatto che noi le sentiamo o no». E si impara a seguire la via che indicano quando si è realmente pronti. Così Luna riuscirà a trovare la propria felicità dopo aver imparato a stare da sola nel proprio sentiero ritrovato, quello della bambina che desiderava diventare una cacciatrice di pietre come suo nonno, la sua guida spirituale, il saggio che la accompagna con devozione e discrezione fino al raggiungimento dell’armonia interiore. A chi vuole immergersi nella magia della dimensione ammaliante e ancora poco conosciuta delle pietre, a chi desidera fermarsi ad ascoltare il richiamo dei propri sogni, a chi cerca la gemma che faccia da guida lungo il sentiero che porta alla felicità, La voce nascosta delle pietre di Chiara Parenti aiuterà a trovare le risposte.

La mia mamma è una sirena – Gemelli Giugno 2019

Giunta al portone di casa, Aminah si asciugò nervosamente la fronte umida con il polso e le piccole perle di agata bianca del braccialetto le lasciarono un profondo solco. La “Signora” quella mattina aveva davvero esagerato nel chiederle di lavare tutte le persiane fino all’ora di pranzo. Già alle prime luci dell’alba il cielo minacciava una giornata afosa. All’orizzonte, dalla finestra, mentre si portava la prima sigaretta della giornata alle labbra che ancora profumavano di caffè  appena sorseggiato, Aminah aveva intravisto le scie di foschia alzarsi sulle colline come funamboli disciplinati, in fila per l’allenamento quotidiano. La visione non l’aveva rassicurata ma, aspirando profondamente la sigaretta, si era detta che anche quella giornata le avrebbe insegnato qualcosa, nonostante l’ansia e la fatica che la assillavano negli ultimi tempi. Mentre spegneva la sigaretta nel posacenere ormai colmo, aveva lanciato lo sguardo alle sue unghie rovinate. Proprio non riusciva a indossare i guanti durante le incessanti pulizie del mattino, e la pelle delle mani era ruvida e indurita. Nella borsa portava sempre una crema idratante, ma poi dimenticava di cospargersela sulla pelle, lo stesso accadeva per il gel rigenerante per le caviglie gonfie. Troppe ore in piedi, troppa umidità le appesantivano le gambe e a sera faceva fatica a completare le faccende domestiche. Il disordine regnava ovunque nel piccolo appartamento in cui viveva, se avesse avuto il terzo occhio delle divinità indù, in quel periodo avrebbe chiuso anche quello. Sorridendo a quel pensiero e respirando profondamente, si era fatta coraggio per affrontare la mattina. “Siccome hai attraversato il deserto, a tutti sembra naturale che tu sia in grado di sopportare le alte temperature”, ripeteva furiosa fra sé quando si fermava sul pianerottolo di ogni piano. L’ascensore era guasto da settimane ormai, i condomini non si decidevano a chiamare il tecnico per non affrontare le spese dopo il conto salato della revisione annuale. Lei era affittuaria e pure in ritardo quel mese nel pagamento, di certo non poteva avere voce in capitolo sulla questione. Le buste della spesa che serrava a fatica tra le mani sembravano diventare sempre più pesanti, piano dopo piano. A un certo punto, mentre allentava la presa di uno dei sacchetti che pendeva sempre più verso il basso per le numerose bottiglie di acqua, questo si squarciò e le bottiglie rotolarono giù per le scale. Aminah tentò di agguantarne una al volo, ma subito la bottiglia scivolò alla sua presa umida e allora la donna si lanciò giù per le scale precipitosamente e il tacco del sandalo destro, dallo smalto scrostato, si impigliò nell’orlo della lunga gonna di cotone a stampe etniche facendola precipitare in discesa lungo tutta la rampa. Durante la caduta batté il ginocchio e si morse il labbro inferiore. Un modo davvero divertente per dare una svolta alla lunga giornata che aveva ancora davanti a sé, pensò ironica. Lentamente si fece forza sulle braccia e si tirò su. Si stirò la gonna spiegazzata massaggiandosi il ginocchio dolorante, poi si tamponò il labbro con le dita. Un leggero sapore metallico si diffuse all’interno della bocca, Aminah deglutì e subito un lontano ricordo le rabbuiò il viso. Era un’estate di molti anni prima, abitava ancora nella periferia rurale di Kano, dove la sua famiglia viveva di stenti in una bassa e maleodorante casa di fango, tra le anguste vie del perimetro murario dell’antica città. Suo padre era un muratore e sua madre cresceva lei e i suoi tre fratelli più piccoli. Aveva quattordici anni Aminah quell’estate e tutte le notti nel suo letto sognava di diventare una giornalista che raccontava al mondo quello che accadeva nella profonda Africa. Così, quando quel pomeriggio un capannello di vicini si era formato fuori dal cortile della sua abitazione, spinta dalla vivace curiosità che le apparteneva, si era precipitata ad ascoltare. La figlia di Mansur piangeva sommessamente mentre suo padre la trascinava davanti a un uomo alto, dall’abbigliamento occidentale: polo bianca e pantaloni di lino color cammello. Mansur gli porgeva una busta e con espressione dura si rivolgeva alla ragazza intimandola a seguire lo straniero. Aminah capì tutto: Kamil, il suo amico e compagno di giochi sin dall’infanzia che adesso lavorava come meccanico in città, le aveva raccontato degli agenti di viaggio che procuravano passaporto, visto e biglietto aereo per l’Europa, dove le ragazze vendute dalle famiglie avrebbero lavorato e mandato i soldi in Nigeria. Il ragazzo le aveva anche spiegato che la sorte di quelle ragazze era segnata per sempre: sarebbero finite a svolgere “brutti” lavori e non sarebbero più tornate. Aminah provò un forte brivido dinanzi alla scena e un impeto di sdegno e rabbia le salì in viso. Alle sue spalle sua madre la trattenne, conoscendo bene il senso di giustizia che animava la figlia. La ragazza allora si acchetò, ma provò una grande vergogna per essere rimasta inerte e in silenzio. Dopo cinque anni anche lei e Kamil avrebbero lasciato Kano, ma con la promessa di un lavoro onesto e la speranza di non separarsi mai. Dopo un’estenuante attraversata del deserto, in cui avevano creduto di non farcela più volte, tra minacce e indicibili pericoli, erano giunti sulla spiaggia dove li attendeva un gommone. A loro due era destinato il posto ai lati, era stato Kamil a chiederlo, perché quello centrale era il più rischioso: in caso di perdita di carburante si sarebbero ustionati. Prima di salire sull’instabile imbarcazione, davanti al mare, stretti in un forte abbraccio, Aminah e Kamil avevano pregato a lungo. E adesso Kamil aveva infranto la promessa, lasciandola sola con il loro figlio, alla ricerca di un nuovo lavoro e lei non sapeva dove fosse e quando sarebbe tornato da lei. Con le bottiglie strette al petto, circondate dal braccio sinistro, Aminah infilò la chiave nella toppa con la mano libera, poi con un piede si aiutò ad aprire il più possibile la porta e subito la calura l’assalì. La luce proveniente dalle finestre chiuse inondava il piccolo salotto, creando un asfissiante effetto serra. “Hassan! Hassaaan!” urlò mentre posava le bottiglie sul divanetto dalla fodera sdrucita. All’improvviso una testa riccioluta sbucò dalla porta del cucinotto. “Mamma, perché urli?” “E tu perché hai chiuso tutte le finestre? C’è un caldo infernale in questa casa!” “Va bene, va bene, adesso le riapro, non innervosirti! Lo sai che ci sono le api intorno alla magnolia del giardino e io ho paura delle api.” E così dicendo si precipitò a riaprire la finestra. Allora Aminah si liberò del turbante zuppo di sudore e si avvicinò al ragazzino. Lo aiutò nel compito, poi lo attirò a sé furtivamente. “Vieni qui, cucciolino!” “Non sono più il tuo cucciolo, dai non fare così!” rispose Hassan cercando invano di svincolarsi dall’abbraccio della madre che minacciava di solleticarlo e lui il solletico proprio non lo sopportava. Le allegre risate si diffusero per la stanza mentre un leggero refolo di vento sollevava i lunghi riccioli ribelli di Aminah. Qualcuno suonò al campanello. Hassan approfittò della distrazione di sua made per sgattaiolare nella sua cameretta e riprendere in mano il game boy. “Chi è?” chiese Aminah avviandosi alla porta mentre si ravvivava la folta chioma. “Sono io, Teresa” si sentì rispondere fiocamente. Allora Aminah, girando la chiave, aprì e fece accomodare con premura l’anziana vicina. “Ti preparo un caffè?” chiese col suo accento italiano incerto. “Non darti pena, mia cara, sei già tanto stanc… ohhhh ma che t’è successo al labbro? Hai del ghiaccio da metterci su? Penso si stia gonfiando…” Aminah sorrise dolcemente alla donnina premurosa che le sedeva accanto. Teresa era una vicina disponibile e affettuosa. Sin dal loro trasferimento nel condominio aveva accolto lei e la sua famiglia con estrema gentilezza, mettendosi a disposizione in ogni momento. Aminah era ricorsa spesso al suo aiuto quando Hassan era ancora un bambino e si ammalava sovente. Così, mentre lei lavorava, Teresa lo accudiva generosamente. “Un piccolo incidente, come dite voi?” rispose sfoderando un largo sorriso. La sua bocca ampia, dai denti candidi e perfetti conquistavano ogni volta Teresa, che in lei vedeva una nuova nipote, visto che le sue erano tutte al Sud e non era riuscita a seguire la loro crescita da vicino. Aminah sentì la fresca mano di Teresa sulle sue guance e inarcò il viso nelle scapole chiudendo gli occhi. Era lieve il suo tocco, ma intensamente dolce. Si lasciò coccolare per alcuni secondi, poi riaprì gli occhi e confessò: “Sono stanca Teresa, stanca di girare come una trottola giorno e notte, non riesco a fermarmi per un attimo a pensare a me, anche solo per una doccia rilassante che duri più di due minuti! I soldi non bastano mai da quando Kamil è andato via e io vivo nella paura che il padrone di casa un giorno ci cacci via!” Il tono della voce cominciava a incrinarsi in pianto. Allora Teresa le prese le mani fra le sue e lanciandole un’occhiata decisa, dichiarò: “Anche a noi qui non ci volevano. Non ci affittavano le case perché dicevano che eravamo sporchi, che le case le rovinavamo. Vietato affittare ai terroni, ci dicevano sbattendoci le porte in faccia. Ma poi, pian piano, hanno imparato a conoscerci e a chiamarci grandi lavoratori. Noi non abbiamo mai avuto paura della fatica, noi lavoravamo in campagna sin da bambini, in casa badavamo ai fratelli più piccoli e quando siamo arrivati qui, andavamo a servizio dalle signore e stavamo con i loro bambini. Hanno capito che non tutti sono sporchi, disonesti e fannulloni. Ci vuole tempo, mia cara, vedrai, presto capiranno che siete brave persone anche voi.” Le parole rassicuranti della vicina sollevarono per un attimo Aminah. Teresa era un Loa buono, uno spirito della sua tradizione che lei paragonava agli Angeli, presenze mandate dal cielo per soccorrere i bisognosi, un raggio di luce nella notte buia a indicare la via. “A che ora cominci il turno, stasera, al ristorante?” Teresa la distolse dai suoi pensieri. “Alle 18.30, purtroppo, e neanche stasera riuscirò a cenare assieme a mio figlio”, rispose desolata Aminah. “Posso restare io a fare un po’ di compagnia ad Hassan” si propose l’anziana donna. Gli occhi di Aminah si inumidirono e per risposta ebbe un forte abbraccio per il suo tenero Loa italiano. Divincolatasi, si confidò: “Mi sento tremendamente in colpa verso Hassan, passo così poco tempo con lui ormai e lui resta solo in casa, non ha neanche più voglia di giocare a pallone con i suoi amici ai giardini. Ho paura che mi sfugga qualcosa di lui…” “Devi stringerlo forte a te, il tuo bambino, è lui la tua forza. Lui sa che tu ci sei, anche se lavori tanto in questo periodo. Lui cresce bene con gli esempi che sai dargli, il tempo te ne darà conferma”. Teresa con le sue parole piene di saggezza, pronunciate con tono deciso, riusciva sempre a sollevarle il morale, e a lei bastava poco per rialzarsi. Il sorriso era la sua arma contro le avversità. Spesso l’avevano accusata di leggerezza, ma in realtà il suo era una sorta di rito magico, proprio come diceva a suo figlio: “Se tu sorridi, tutto il creato ti sorriderà!” L’orologio sul muro sverniciato dell’angusto cucinotto segnava ormai le 18:00. Fra pochi minuti Aminah si sarebbe incamminata, attraversando il paese sotto il sole ancora cocente, verso il ristorante in cui avrebbe trascorso sei lunghe ore a lavare piatti e sistemare la cucina. Decise di sgranocchiare qualcosa prima di uscire. Dalla credenza tirò fuori un enorme pacco di patatine, lo aprì con foga e cominciò a divorare il cibo, imbrattandosi le labbra di unto e di sale. Buttava giù avidamente i bocconi e nel frattempo si rammaricava per non riuscire a limitarsi. In quel periodo mangiava voracemente tutto ciò che le capitava sotto tiro. Più mandava giù e più le sembrava di placare l’enorme voragine di paura e solitudine che provava nelle ultime settimane. Era difficile contenersi, non voleva proprio farlo. I fari della sgangherata Rénault grigia di Syltana si spensero davanti al cancello del condominio. Una mano ingioiellata di anelli e bracciali tintinnanti accese la luce interna e l’abitacolo si illuminò. La giovane dominicana porse ad Aminah il pacchetto delle sigarette, questa ne estrasse una, se la portò alle labbra mentre l’amica prontamente gliela accendeva. Così le due donne si gustarono l’ultima sigaretta della giornata. “Ci pensi mai a tornare al tuo Paese, Aminah?” “No, mai. Il futuro per mio figlio è qui.” “Almeno tu hai un affetto a cui aggrapparti…Io penso agli occhi di mia madre mentre mi saluta pensando che forse non mi avrebbe più rivista. Ma io ci tornerò al mio Paese, per rivedere i suoi occhi illuminarsi ancora. Ogni notte, prima di addormentarmi, la vedo mia madre e ha uno sguardo spento.” Aminah posò la sua mano su quella della collega gentile che ogni sera la riaccompagnava a casa. Era un rito l’ultima sigaretta, il momento delle loro confidenze. “Fai bene Syltana a sperare, le cose cambiano, non sempre in peggio.” E così dicendo strappò un sorriso alla ragazza, che le aprì la portiera e le augurò la buonanotte. Aminah entrò in casa silenziosamente. Lasciò per un attimo la porta dell’ingresso aperta, approfittando della luce accesa delle scale, in modo da riuscire a togliersi le scarpe e infilare finalmente i piedi nelle comode ciabatte. Poi richiuse la porta cautamente e corse verso la camera di suo figlio. I riccioli bruni e increspati di Hassan erano riversi sul cuscino a incorniciargli il viso angelico. Le palpebre chiuse, dalle lunghe ciglia di velluto, proteggevano lo sguardo vispo che suo figlio lanciava al mondo sin dalla nascita. Le sue incessanti domande, i perché a cui spesso non aveva saputo dare risposte, ma che con la sua innata fantasia aveva cercato in qualche modo di risolvere, i suoi piccoli gesti di generosità quotidiana, il suo incessante impegno nello studio, la caparbietà con cui portava a termine i suoi impegni erano per lei la ricompensa delle fatiche che affrontava da sempre. Indugiò in furtive carezze sulla fronte imperlata di sudore di Hassan e sulle mani dalle unghie mangiucchiate, poi decise di tirare sù, sulle esili gambe da gazzella, il lenzuolo di lino. Un leggero fruscio attirò la sua attenzione e lo sguardo le cadde sul pavimento dove era scivolato un foglietto piegato in quattro parti. Aminah si chinò per raccoglierlo e, dopo aver esitato alcuni secondi, decise di spiegarlo. “Quando la bacio, la mia mamma profuma di mare perché la mia mamma viene dal mare. A volte penso che lei sia una sirena, perché vive sempre con la testa e le braccia sulla terra, ma la sua vera casa è il mare e nel suo mare ci sono tanti pensieri che formano un regno tutto da esplorare.”    

Il giardino degli oleandri di Rosa Ventrella

Edito da Newton Compton Editori nell’ottobre 2013, Il giardino degli oleandri è una saga familiare che coinvolge e trascina il lettore in un labirinto, le cui pareti riecheggiano delle voci di un passato che unisce il filo di una generazione antica a una più attuale, e rafforza la convinzione che il risveglio femminile valica i confini della storia.
“Le storie erano tante, a volte diverse, a volte sempre uguali ma tutte iniziavano nel lontano 1938. Tutte parlavano di una casa e di un giardino. Tutte parlavano di un oleandro in fiore.” Se nel linguaggio dei fiori l’oleandro simboleggia l’oblio, Rosa Ventrella, nella scelta del titolo del suo romanzo, Il giardino degli oleandri, esorcizza questo significato grazie alla forza prorompente dei ricordi. La memoria di antiche antenate, il cui sangue continua a scorrere nelle vene dei discendenti, non può piegarsi al fluire del tempo, resta viva nelle parole di chi decide di trascrivere quelle storie lontane, che si affacciano prepotentemente alla mente, accarezzando la fantasia con immagini, suoni e colori. Dal 1938 ai giorni nostri, la vicenda narrata è ambientata in Puglia che, fra i suoi variegati paesaggi multicolori, dal blu del mare al verde dei boschi e degli uliveti secolari, fino al viola delle susine e dei mirtilli selvatici, nasconde segreti e manie di un’antica famiglia che ruota intorno alla figura della Margiala. Il suo vero nome in realtà è Anita, ma tutti la conoscono con quel nomignolo dialettale che in alcune parti della Puglia indica una donna dotata di poteri taumaturgici, in grado di lenire malanni, ricorrendo a erbe e a formule per eliminare, ad esempio, il famoso malocchio, e di assistere le donne durante il parto. Trasferitasi da Cerignola a Carbonara dopo il matrimonio, nel giardino della casa in costruzione pianta, assieme al marito Agostino, un oleandro, destinato a crescere e poi a venir estirpato dalla stessa Anita in un eccesso d’ira, per poi rinascere triplicato, e ogni volta quel giardino sarà testimone delle inquietudini notturne della donna, e in futuro della figlia minore Diamante. La trama ne Il giardino degli oleandri è tutta al femminile. Le protagoniste della storia sono infatti le tre figlie della Margiala: Rosetta, bella e amata dalla madre per il suo temperamento obbediente e il portamento elegante, Cornelia, più taciturna e sempre afflitta nella ricerca dell’approvazione da parte di Anita, e Diamante, dal fisico nerboruto e dalla folta chioma bruna, dai riccioli ribelli, simbolo di un’indomita smania interiore. La stessa Margiala nasconde una natura selvaggia dentro sé che la spinge, nei pomeriggi della calda stagione, a lanciarsi in urli liberatori nella campagna solitaria per sfogare un’antica frustrazione, sopita nell’animo delle donne. La voce narrante è quella di Diamante che, sia prima da bambina, sia poi da adulta, è sempre perseguitata dalle sue incertezze sul futuro, perennemente tormentata dal dramma dell’essere nata donna, condizione che la penalizza in una società che ha deciso a priori la sorte del genere femminile. Sorpresa dal menarca, incapace di accettare quel momento di trapasso come un evento naturale, si ritroverà a domandarsi a che scopo le donne siano state create per provare dolore. A differenza del fratello maggiore Giuseppe, il suo posto è adombrato dal timore di dover essere soggetta alle decisioni altrui. In un’epoca in cui alla donna capita di essere vittima di rapimenti e violenza per poi essere costretta a sposare il fautore di quel gesto per difendere l’onore, Diamante sogna di essere libera di decidere, di scappare, di scegliere il suo amore. Attirata per natura dai contrasti, è legata da un rapporto ambivalente alla madre, donna risoluta e impassibile, dotata di un forte senso pratico, che la vorrebbe più posata e interessata ai suoi poteri “stregoneschi” per poi ereditarli, così come è accaduto a lei. Si ritroverà presto ad affrontare più volte il dolore, come quello che lacera il cuore provocato dalla morte, per poi scoprire la natura selvaggia e dirompente di una passione che segnerà, fino a rovesciare del tutto, il futuro agognato. Piegata al suo destino di custode della Margiala, non smetterà mai di provare quell’impulso ribelle che la caratterizza e che la metterà di fronte a una scelta in grado di cambiare infine la sua sorte. Da un punto di vista stilistico lo scorrere degli eventi si carica di emozioni nel momento in cui l’autrice interpone alla cronaca dei fatti le riflessioni di Diamante, marcate da prese di consapevolezza universali, e riporta all’orecchio del lettore più attento quell’eco ancestrale che lega come un invisibile e indissolubile filo le donne, tutte, in una storia infinita. Particolare attenzione, in questa analisi, merita la figura carismatica di Anita. Se secondo la tradizione mitologica si è soliti attribuire alla donna definita in un certo senso “strega” caratteristiche come solitudine e anticonformismo, la Margiala della Ventrella (in realtà più una guaritrice che si rifiuta di eseguire riti d’amore o fatture e che oltretutto è un personaggio realmente esistito, in quanto si tratta della bisnonna della stessa autrice) si distingue per il suo essere sempre presente a se stessa, donna pratica e irremovibile, che cela dentro di sé il timore di perdere il controllo sulla realtà, quella dimensione familiare che vorrebbe rendere inattaccabile dagli eventi del mondo esterno. Simboleggia pertanto un modello femminile vittima di una repressione interiore, ancora ben lontano da quello impavido che aveva contraddistinto le femministe del resto d’Italia all’epoca degli eventi narrati. La Puglia della Ventrella viene dipinta come una terra dove il tempo si è fermato; anche la stessa guerra che rovescia le sorti della popolazione abituata a ritmi più regolari e pacati, viene analizzata sempre da un punto di vista femminile perché le donne la loro guerra la fanno a casa, nell’attesa, nella loro battaglia quotidiana alla sopravvivenza di una vita parca di risorse e di affetti. In realtà, leggendo accuratamente fra le righe, è possibile cogliere, sia nelle reazioni inaspettate di Rosetta in seguito al matrimonio sia nella scelta finale di Diamante, i semi che Anita, forse senza volerlo, ha sparso dietro di sé, e che generano, nel tempo, i frutti di una nuova stirpe femminile, conscia dei propri desideri più nascosti e capace di realizzarli fino in fondo.
L’autrice Rosa Ventrella ha pubblicato con Newton Compton Il giardino degli oleandri, Innamorarsi a Parigi e Storia di una famiglia per bene, in corso di traduzione in diciassette Paesi. L’ultimo romanzo, La malalegna, è stato pubblicato per Mondadori. Crediti foto: https://www.amazon.it/l/B06W55JWQB?_encoding=UTF8
   

Paura di volare di Erica Jong

Una donna che osa è una donna libera di volare. “Dagli albori della storia fino a oggi i libri sono stati scritti con lo sperma, non col sangue mestruale.” Pubblicato negli anni della rivoluzione sessuale, Paura di volare della scrittrice americana Erica Jong non smette mai di essere attuale e di attirare un pubblico di lettrici alla ricerca di se stesse, perché in esso vi ritrovano verità profonde, un’eco al risveglio di quell’inesplorato Io autentico che è il proprio inconscio, abituate a tenerlo sepolto nel timore di percepire un’inarrestabile spinta verso l’alto, fino a sentire spuntare le ali. Non a caso il cognome della protagonista, disinvolta antieroina della letteratura, è proprio Wing, che in inglese vuol lire ala. La protagonista, Isadora Wing per l’appunto, è una poetessa di 29 anni che ha alle spalle la pubblicazione di due libri di poesie erotiche, una carriera di insegnante universitaria, una famiglia ebrea borghese e, soprattutto, una collezione di storie amorose bizzarre e insoddisfacenti. Dopo essersi separata dal suo primo marito, sposato in giovane età e rivelatosi uno schizofrenico che si sentiva la reincarnazione di Cristi in terra, si è legata a un freddo psicanalista freudiano cinese, dopo essere passata da una relazione all’altra, sempre incompleta. Nonostante sia una donna sposata, non smette di sognare la “scopata senza cerniera”, una relazione lampo, è il caso di dirlo, priva di coinvolgimento sentimentale. “Mi limito a fantasticare continuamente sulla scopata senza cerniera. La scopata senza cerniera è molto di più di una scopata pura e semplice. È un ideale platonico. Senza cerniera perchè al momento buono le cerniere cadono come i petali di una rosa sfiorita, la biancheria si sparge nel vento come la bambagia di un soffione. Le lingue si intrecciano e si liquefanno. L’anima scivola come un sospiro nella lingua e poi nella bocca dell’amante. Nella vera scopata senza cerniera, in quella di prima categoria non si arriva mai a conoscere l’uomo. Un’altra delle condizioni della scopata senza cerniera è la brevità. E anche l’anonimità: l’anonimità è il massimo.” 
La copertina di “Paura di volare” di Erica Jong.
Le vicende prendono l’avvio durante il volo della protagonista, assieme a suo marito e a uno stuolo di psicoanalisti di diversi orientamenti, verso Vienna, dove si terrà un rinomato convegno di psicoanalisi. Il pubblico sorprende Isadora alle prese con la sua più grande fobia, la paura di volare, che si rivelerà presto un timore fuor di metafora, reale, di spiccare il volo nella sua vita, sia in ambito professionale che sentimentale. Nonostante la sua avvenenza, l’intelligenza l’intuitività, Isadora è insicura, come tutte le donne non si crede mai abbastanza. “Tutte le donne credono di essere brutte, anche le più carine. Un uomo che capisse questo potrebbe scoparsi più donne di Don Giovanni. Tutte credono di avere un sacco di difetti. Tutte pensano di avere il sedere troppo grosso, i seni troppo piccoli, le cosce troppo grasse, le caviglie troppo spesse. Anche le modelle e le attrici, anche le donne apparentemente così belle da non doversi preoccupare di niente passano il tempo a preoccuparsi.” Durante il soggiorno austriaco, Isadora incontra Adrian, psicoanalista langhiano, dall’apparenza libertina e disinibita, verso il quale proverà un’attrazione irresistibile, al punto da abbandonare il marito e seguirlo in un viaggio ricco di avventurose peripezie in giro per l’Europa. Qui, dopo un primo momento di entusiasmo e senso di vaga libertà, farà nuovamente i conti con le proprie angosce, fino a scoprire che in realtà l’ambita libertà di una donna non va cercata nell’amore, ma in se stessa, nella propria capacità di saper scegliere, lontana dall’illusione di riempire la propria solitudine con il matrimonio. Il finale del testo è aperto, Isadora torna da suo marito e la narrazione si conclude poco prima che i due si ritrovino faccia a faccia, scelta dell’autrice che sottolinea il trovato coraggio della protagonista di affrontare un momento così cruciale. “ Ma che cosa non andava nel matrimonio? Anche se si ama il proprio marito arriva inevitabilmente il momento in cui scopare con lui è come mangiare un formaggio alla panna: riempie, ingrassa perfino, ma niente sapori eccitanti, niente gusto dolce-amaro, niente pericoli. E quello che si vuole invece è un pezzo di Camembert stagionato, un caprino di quelli rari: succulento, cremoso, piccante. Io non ero contraria al matrimonio. In realtà ci credevo. Era necessario avere un amico sincero in un mondo ostile, una persona con la quale essere solidale in qualunque circostanza, qualcuno che fosse solidale con te in qualunque circostanza. Ma tutti quei desideri che dopo un po’ il matrimonio non riesce più a soddisfare? La smania, il desiderio, il sangue che pulsa nelle viscere, nella figa, la voglia matta di essere riempita, chiavata in ogni buco, la voglia di champagne secco e baci umidi, del profumo delle peonie in un attico in una notte di giugno, della luce alla fine del molo in Gatsby…non proprio di queste cose, ma di quello che queste cose evocano.” La pubblicazione del libro in America nel 1973, seguita un anno dopo in Italia, suscitò scalpore tra i critici, al punto che giornalisti si rifiutarono di presentarlo nel timore di scandalizzare la nazione bigotta e puritana. Oggi, a distanza di oltre quarant’anni, può apparire superato in alcuni concetti, ma non in preconcetti. Quante donne si sentono pienamente soddisfatte del proprio fisico e della propria posizione sociale o delle proprie scelte d’amore? Sono davvero libere le donne da se stesse? Se in questo libro potrete dissentire dallo stile spesso scurrile con espressioni colorate alle quali l’autrice sembra essere ricorsa per fare il verso a colleghi contemporanei declamati dalla critica, per evidenziare come in fondo anche una donna può dare piglio in totale libertà e autentica onestà a una propria opera, non potrete non apprezzare quella forza prorompente che spesso, per inutili timori, risultato di perbenismo e tradizioni, soffoca rischiando di restare a terra a osservare il cielo, invidiando la libertà degli uccelli in volo.
Nel 2013 Erica Jong ha pubblicato “Paura di morire”, del quale ha detto: “È la storia di una donna sposata che va in cerca di altri uomini per sentirsi giovane. Ma scopre che sono tutti pazzi, si rende conto che ha queste fantasie ma non corrispondono alla realtà. E capisce che ama suo marito.”