La pioggia scrosciava ritmicamente allo smottamento delle tegole sulla sommità della vecchia casetta in pietra di campagna. “Il tetto va riparato”, aveva detto mio nonno con sguardo inflessibile, accentuando il tono ruvido della voce prima che mi rifugiassi nella decadente e sperduta abitazione rocciosa. Dopo quelle parole, non aveva voluto più parlarmi. Così, vedendolo arrivare nella sua vecchia Ape 50 dalla scrostata vernice turchese tenue, che sballottava su per i sassi lanciando per aria schegge di ghiaia mentre si ingolfava nei tratti di terreno bagnato, mi ero immediatamente allarmato. Ero allora corso ad accoglierlo sotto l’ombrello sgangherato, tirato fuori con urgenza dal vecchio portaombrelli rivestito in rame blister, dimenticato nell’angolo dell’ingresso da sempre, almeno così ricordavo. Dopo aver sbatacchiato l’instabile portiera del vecchio catorcio, senza lanciarmi ancora alcun saluto, allontanando con un gesto brusco l’ombrello che gli porgevo e lasciando che la pioggia gli inzuppasse i radi capelli bianchi, aveva scoperchiato il telo tenuto fermo dalle sdrucite corde elastiche che avvolgeva il lungo pianale, tirandone fuori un vecchio fiasco di vino impagliato e una sporta che conteneva, senza ombra di dubbio, roba da mangiare.
“Vigna piantata da me, gelso da mio padre, olivo da mio nonno”, con questo detto tatuato sul cuore ero cresciuto tra paese e campagna, con la parentesi da pendolare nel capoluogo pugliese durante gli anni universitari. “Dottore in lettere, auguri!” mi avevano detto i parenti intervenuti alla seduta di laurea nel torrido pomeriggio di fine giugno, stampandomi schioccanti baci di orgoglio. “E adesso chi gliele darà le ripetizioni di italiano ai miei figli, se tu sarai impegnato a insegnare?” si era lamentata la vicina di casa. “Stai tranquilla, Ninetta, non lavorerò così presto, avrò tutto il tempo per dare ancora ripetizioni”, avevo risposto prontamente. Sapevo che tutti si aspettavano che imboccassi la strada dell’insegnamento. “Un posto statale, fisso e ben retribuito”, mi ricordava sempre mia madre, ma non avevo mai avuto il coraggio di confessarle che per poter insegnare mi sarebbero voluti ancora anni di studio e, soprattutto, altre tasse da pagare. Non bastavano più anni di studio e il fatidico pezzo di carta, adesso bisognava specializzarsi seguendo una serie di percorsi formativi, sostenere un esame finale e, solo se superato, poter essere ammessi alle graduatorie provinciali dei docenti. A me piaceva studiare da sempre. Ricordo che sin da bambino sparivo per ore da casa o in campagna, ma nessuno si preoccupava di cercarmi, sapevano tutti che ero in giro sulle panchine dei solitari giardini del centro storico o arrampicato su qualche albero a leggere e che sarei tornato con i miei pesanti libri sotto il braccio, l’espressione corrucciata e lo sguardo assorto. La Storia per me era importante, proprio come mio nonno mi ripeteva in campagna frantumando le aride zolle fra le mani. “Vedi Lucio, queste sono le nostre radici. Siamo terra, dura e fragile. Testardi come muli noi gente del Sud, ma dal cuore tenero.” E subito partiva con i suoi racconti della dominazione bizantina dei luoghi, portandomi via dal centro abitato per raggiungere la necropoli ai piedi del sito archeologico dell’antica zona di Petra Magna ed entrare nella cripta rupestre del Padre Eterno nella cui unica navata erano stati rinvenuti affreschi risalenti al XII secolo. “Eravamo schiacciati un po’ dall’Impero d’Oriente e un po’ dall’Impero di Occidente, ma ad avere la meglio erano sempre i Saraceni in quel periodo, avevano via libera in queste terre e così abbiamo preso pure da loro.” “Ma tu nonno, come le sai tutte queste cose, se a scuola non ci sei andato?” “Da Don Mimmo le ho imparate. Da piccolo scappavo sempre nella chiesa perché Don Mimmo era bravo con i bambini, ci dava da mangiare e poi ci raccontava la storia del paese. Mia madre mi picchiava quando rientravo, perché avevo lasciato i fratelli piccoli in casa da soli mentre lei era in campagna ad aiutare mio padre, ma io volevo sapere sempre come andavano a finire le storie di Don Mimmo.” Erano quelle le rare occasioni in cui vedevo attraversare un bagliore di allegria nel suo sguardo. Non riuscivo a immaginarmelo bambino. Da quando lo conoscevo, la sua espressione era sempre stata seria e severa, al punto che da piccolo mi ero convinto che mio nonno fosse nato già con la faccia da adulto.
Ero rientrato da circa tre settimane dalla Germania, dove avevo servito caffè e coni gelato ai clienti di un bar situato in un piccolo centro commerciale. Correvano tutti, dalle prime ore dell’alba a sera, un viavai continuo di piccole teste che diventavano tanti puntini sovrapposti uno sull’altro quando mi affacciavo alla ringhiera del piano in cui lavoravo. “Schnell! Schnell!”, mi urlavano alle spalle appena mi concedevo alcuni attimi di pausa, durante i quali la mente volava ai versi dedicati al natio borgo:
“… allora
Che, tacito, seduto in verde zolla,
Delle sere io solea passar gran parte
Mirando il cielo, ed ascoltando il canto
Della rana rimota alla campagna!”
In quella città dove non riuscivo a vedere mai spuntare il sole, rinchiuso per ore nell’affollato centro commerciale, sentivo solo il fastidioso gracidio di frasi esortanti al lavoro incessante. Dai lunghi pomeriggi in cui non contavo mai le ore, chino sui libri di scuola, al suono assillante della sveglia alle prime luci dell’alba, dal profumo della carta stampata invecchiata degli antichi tomi della biblioteca, all’aroma dei fondi del caffè bruciato, dal principio aristotelico che il meraviglioso è essenziale alla poesia epica, al principio di realtà di un’epopea che non prometteva imminenti sbocchi di riuscita professionale. Mi ero illuso che avrei imparato presto il tedesco e sarei riuscito a iscrivermi al dottorato di ricerca sulla poesia romantica, come mi aveva accennato il professore col quale avevo discusso la tesi. Ma il suono aspro, rauco e gutturale di quella nuova lingua mi impediva di concentrarmi sulle innumerevoli regole grammaticali, appesantendo il mio stato d’animo che desiderava solo volare via, e in fretta, da quel posto. “Il tempo di alcuni mesi e poi torno”, avevo detto agli amici e ai parenti che erano venuti a salutarmi con abbracci sconsolati. Quando qualcuno della famiglia parte, è sempre un dispiacere sapere che non lo si incontrerà da un momento all’altro per le strade del paese o in occasione dei magnifici conviti, è sempre uno strappo al cuore lasciare andare via una parte di te. Ma sarebbe stato per poco. E invece io lì ci avevo trascorso quasi tre anni, facendo ritorno di rado e in gran discrezione, proprio per evitare gli assalti dei parenti nei pochi giorni di permesso a disposizione. Il tedesco alla fine lo avevo imparato, ma il dottorato non lo avevo mai iniziato. Mi ero fatto crescere la barba, folta, ispida e nera come quella che un tempo portava con orgoglio mio nonno, e avevo perso alcuni chili. Divorato dall’ansia per il futuro incerto, assalito dal timore di non arrivare mai a fine mese perché le spese dell’affitto lievitavano ogni anno, avevo fatto finalmente rientro a casa fiacco nell’animo, ma con un barlume di speranza ancora vivo nello sguardo. Avevo subito fissato l’appuntamento con il professore che in quegli anni mi aveva inviato appunti da tradurre per le sue pubblicazioni. La sua rapida stretta di mano e le parole incerte mentre tentava di incoraggiarmi verso l’insegnamento, mi avevano impedito di insistere con la richiesta per il dottorato. Non so dire bene se si era trattato di delusione o di disincanto, ma uscito dal palazzo dell’Ateneo avevo attraversato a passi rapidi e nervosi la prima parte dei giardini non recintati di Piazza Umberto I, scansando con fare irritato i passanti che lungo il viale pedonale si attardavano presso le aiuole a chiacchierare comodamente, prima di raggiungere Via Sparano e lanciarsi nelle compere. Ignaro di quanto accadevo intorno a me, mi ero ritrovato davanti alla facciata principale, bicolore, del Teatro Petruzzelli in Corso Cavour. Alzando lo sguardo verso la struttura che la città aveva atteso a lungo prima di vedersela restituire nel suo nuovo splendore, avevo cominciato a imprecare. Mi avevano insegnato che la pazienza è la virtù de forti, e invece adesso scoprivo che la pazienza mi aveva ingannato. Tornato al paese, avevo raccolto poche cose e avevo annunciato con tono deciso che mi sarei trasferito per un po’ di tempo in campagna, da solo.
Gli ulivi là fuori, con i loro tronchi dalle forme spiralate che parevano anime dannate ammucchiate l’una sull’altra, inginocchiate a implorare perdono perché più bell’inferno non c’è in una terra dove “nel golfo c’è puzza di zolfo, che sta arrivando il demonio” e le zolle del terreno dure e solide sotto i piedi, mi riportavano alle giornate di sole e di raccolta degli autunni del sud, quando il sole acceca ancora a mezzogiorno e il vociare degli operai, reperiti tra parenti sempre disponibili e amici alla ricerca di qualche fusto di zinco per la scorta annuale, addolciva la stanchezza della levataccia alle prime ore dell’alba con la sua brezza pungente. Era un rito la raccolta delle olive. Mio nonno me lo rammentava in continuazione che l’olio è sacro sin dall’antichità. “Non solo nutre e impreziosisce gli alimenti” asseriva saggiamente “ma l’olio serve ad ardere il lume che ci tiene svegli al buio, ricordalo nipote mio.” E ancora: “L’olio cura. Se metti un rametto di ruta nel vasetto pieno d’olio, questa sprigionerà i suoi poteri e allontanerà i vermi dal tuo ventre.” Poi a primavera, il sabato precedente alla domenica delle palme, mia madre si faceva portare dalla campagna una sacca di rametti di ulivo per decorarli d’oro e d’argento. “Così la casa risplende di pace”, m diceva mentre me li porgeva al mattino prima di recarci insieme alla Messa. “Adesso li facciamo benedire e staremo tutti in grazia di Dio.” E in quel sorriso vedevo risplendere l’autentica gioia che solo le parole di una madre sanno trasmettere. Tra le sue braccia, robuste e solide come i tronchi di un ulivo, trovo riparo ancora oggi che sono diventato un uomo. “Nessuno ti capisce meglio di una madre” mi sussurrava ancora all’orecchio quando andavo a trovarla e, prima di accomiatarmi da lei, aspettavo l’ennesima raccomandazione urlata dalla finestra: “Copriti la gola, che la sera scende l’umidità.” E, accarezzandomi il collo, le lanciavo un bacio dal portone, poi abbassavo lo sguardo sul lastricato fuori dall’arco dove avevo già mosso i passi a grandi falcate. Il centro storico a sera era ormai gremito di passanti, specie in estate, dove i turisti si accalcavano in visita agli scorci suggestivi declamati ormai dalle agenzie viaggi e dalle assillanti pubblicità in televisione. Tutti pazzi per la Puglia, da qualche anno i turisti giungevano dalle varie regioni d’Italia, persino da quelle limitrofe meridionali. Le inflessioni dialettali si mescolavano per le strade in una Babele assordante che si acchetava solo alle prime luci dell’alba.
La prima volta che mio padre mi aveva portato a raccogliere le olive, avevo sei anni. “Ti devi alzare presto, Lucio, domani mattina.” “Quando è ancora buio, papà?” Sì, quando è ancora buio.” “Ma come facciamo a camminare se non si vede ancora il sole?” avevo chiesto spaventato. Sotto la fioca luce della lampadina elettrica penzolante dal soffitto sverniciato dell’angusta cucina del vecchio appartamento che condividevamo con i nonni, avevamo consumato una ricca colazione di pane e pomodoro e mio padre aveva anche mandato giù un bicchiere di primitivo dell’anno precedente, quello nuovo non era ancora pronto. Avevo fatto fatica a mangiare così presto, quella mattina, gli occhi ancora stropicciati dal sonno e la paura del buio mi impedivano di credere, così come mi aveva detto mio padre sere prima, che mi sarei divertito a raccogliere le olive. Pensavo a come avrei fatto ad arrampicarmi sull’instabile scala di legno sulla quale mio nonno saliva con grande agilità. Mia madre lo rimproverava, urlandogli che prima o poi sarebbe caduto rompendosi il femore, ma lui rideva dicendo che a lui neanche il diavolo lo voleva! Quando mio padre mi aveva messo tra le mani un lungo rastrello dal manico di legno, mi ero tranquillizzato. “Dovrai recuperare tutte le olive cadute intorno agli alberi.” “E chi le ha buttate tutte le olive a terra?” Mio padre mi aveva dato un piccolo buffetto sulle guance “Te le buttano le donne con i bastoni”. E così alle prime luci dell’alba la campagna era tutto un echeggiare di tonfi e battiti, di urla e scalpitii infervorati. Mio padre e mio nonno si alternavano sulla scala, mia madre e le zie battevano colpi furiosi ai rami, i miei cugini più grandi stendevano la rete sotto gli alberi e io mi affannavo a raccogliere i frutti caduti all’esterno con ampie bracciate. Non era stato facile capire come impugnare il rastrello, il manico era troppo lungo per me e la forca di ferro troppo pesante. Ma non avevo mollato e, con la fronte imperlata di sudore, fino a mezzogiorno avevo contribuito a riempire dodici sacchi di tela. “Stasera poi, a casa, mi aiuterai a dividere i rametti dalle foglie” mi aveva sussurrato all’orecchio mio padre con una risatina accompagnata da un’espressione di soddisfazione. Io avevo allora lanciato un’avida occhiata alle mani untuose che mi facevano già assaporare il profumo del liquido prezioso che impregnava le pareti del “trappit”. Immaginavo che di notte il frantoio si riempisse di vapore a porte chiuse dopo la molitura pomeridiana, quando entrandovi l’aroma intenso inebriava le narici.
Il rombo scoppiettante del motore del vecchio catorcio guidato con imprudenza da mio nonno mi aveva bruscamente distolto dai ricordi nostalgici in cui mi avvolgevo in quel freddo pomeriggio autunnale. Circondato dalle pareti di pietra secca, dove i pensieri volavano fino al soffitto conico e la luce durante il giorno filtrava a intermittenza dalle chiancharelle sgangherate, mi sentivo un feretro in decomposizione nell’antico monumento funerario miceneo.
“E così ti sei nascosto nella casidde” con queste parole mio nonno aveva rotto il silenzio di settimane. Mia madre aveva mandato uno zio e un cugino per provare a convincermi a rientrare al paese, che mi avevano detto: “Perfino nonno Angelo è arrabbiato con te, dice che sei nu ‘mbam.” Quella parola, infame, mi aveva profondamente colpito nell’orgoglio. Era vero, ero fuggito dalle mie responsabilità e non era da me, ma che ne sapevano loro dell’inferno che avevo dentro? Mi sentivo messo alla gogna dalla vita che come un giudice inflessibile faceva prendere a sassate i miei vecchi sogni, un inetto perseguitato dal senso di colpa per non riuscire ad adeguarsi alla realtà … un infame per non voler uscire allo scoperto.
Nonno Angelo si scalda le mani emanando calore con la bocca. “Fasce fridde qua dentro, siamo a fine ottobre, ormai” continua poi adagiandosi sulla branda bassa e traballante. “Al paese hanno acceso il riscaldamento, ormai”, poi mi fissa a lungo negli occhi. Lotto contro la tentazione di non riuscire più a sostenere quello sguardo duro, come succedeva da bambino quando mi apprestavo a subire un suo rimprovero severo. “Lucio te ne devi andare da qui.” “Non ho ancora freddo, nonno.” “Non hai capito, te ne devi andare dalla Puglia! Non è più posto per te, questo.” Le sue parole mi trafiggono come il coltellino che portava sempre in tasca durante le nostre passeggiate sotto il sole cocente alla ricerca di more e che usava per tranciare le sterpaglie che impedivano il cammino. Le sento le ferite che si aprono, che bruciano, pungono come le spine di un rovo nelle mie carni. Le ginocchia non reggono, il nodo alla gola comincia a salire, mi soffoca e risale liquefacendosi agli occhi. “Quel dottorato a Tubinga, tu lo devi fare!” e così dicendo si alza bruscamente e mi scrolla per le spalle con vigore. “Devi dire a quei tombaroli ‘mbam di stranieri che ci hanno sempre portato via i reperti più belli, che noi siamo orgogliosi della nostra terra, che noi la amiamo questa terra, anche se siamo costretti a lasciarla…” E solo allora si riaccascia sulla branda, che dal cigolio che emette sembra gemere assieme a noi. Guardandolo stranamente così inerme, tento di riprendere il controllo delle mie emozioni e faccio qualche passo verso di lui. Come ramo di ulivo piegato dal tempo, mi inginocchio davanti a lui e gli accarezzo le mani ruvide, la pelle dura come le zolle là fuori d’estate, e me le porto alle labbra. Sanno di fatica, ma anche di orgoglio, quello che non si spezza. Voleva studiare, nonno Angelo, come me, ma non lo ha potuto fare, la vita non glielo ha permesso. Ma lui la vita non l’ha tradita, l’ha attraversata a testa alta, da amorevole patriarca dal tronco resistente che trae vigore dalle sue radici profonde. “I semi non si piantano solo nel terreno, vengono trasportati anche dal vento, lontano, e fioriscono lo stesso, più forti, dopo il lungo viaggio.” E così adagio il capo tra le sue ginocchia, chiudo gli occhi abbozzando il sorriso di un bambino, e inizio a sognare la mia nuova vita a Tubinga.
Letteratura Alternativa, realtà editoriale dinamica e innovativa, si distingue per il sostegno continuo agli autori, che coinvolge attivamente i lettori, e per la varietà degli eventi letterari live in sede che registrano sempre il sold-out. Nei prossimi giorni sarà presente per la seconda volta alla più importante rassegna editoriale italiana, il Salone del Libro di Torino, con la consueta voglia di mettersi in gioco e nuovi titoli a catalogo. Leggete cosa ha da dirci di nuovo la sua fondatrice, Romina Tondo.
Ciao Romina, è un vero piacere per me inaugurare lo spazio del mio nuovo blog letterario dedicato alle interviste con te, che nel 2016 ti sei lanciata in questa nuova ed elettrizzante avventura, quale è la realtà editoriale di Letteratura Alternativa. Mi sembra ovvio chiederti, per cominciare, cosa è cambiato da allora?
«È cambiato tutto moltissimo. E in positivo, devo dire. LA edizioni è una realtà tangibile e indipendente, in soli tre anni si è guadagnata un ruolo di apprezzabile rilievo nel biosistema editoriale, conquistandosi una meritata popolarità, nonché una posizione autorevole e credibile. È assiomatico che i suoi punti di forza siano la passione e la voglia di sperimentare, la curiosità, il bisogno di esplorare, di conoscere… Nell’ultimo anno e mezzo ho deciso di stravolgere completamente un profilo editoriale in cui non mi riconoscevo, né come donna e neppure come imprenditrice. Ho vinto l’abulia, la mancanza di entusiasmo e un’immobilità che mi circondava con collaboratori e coadiutori incerti. E sono ripartita, grazie anche e soprattutto a Pablo T, autore affermato, compagno di vita e padre di mia figlia, che mi accompagna in tutte le mie scelte esistenziali e mi sostiene senza incertezze. Da allora, un vento nuovo ci ha permesso una rifioritura dalla quale sono sbocciate nuove idee e progetti importanti. Una scrupolosa gestione del catalogo, con pubblicazioni intriganti e pregevoli per la veste grafica inconfondibile e curata, un’attenzione particolare agli autori esordienti, alla poesia (sempre più snobbata), alle storie per i bambini… Insomma, una realtà editoriale nata per riempire quel “buco nero” culturale che si allarga a macchia d’olio.»
Negli ultimi tre anni Letteratura Alternativa ha raggiunto importanti traguardi, uno fra questi è l’apertura della sede in Via Calosso ad Asti, dagli interni suggestivi in stile Liberty. Nella foto alcuni dei titoli pubblicati in questi anni.Agli autori esordienti, Letteratura Alternativa propone l’opportunità di pubblicare in crowdfunding, un’opzione che ha preso piede da poco nel panorama culturale nostrano. Perché lo avete scelto e quali sono i vantaggi per pubblico e autori?
«Forse, siamo stati tra i primi ad adottare questo sistema di pubblicazione “alternativa” e all’avanguardia. Questo ha permesso a molti autori di pubblicare in maniera completamente gratuita, utilizzando come supporto i propri contatti per promuovere il proprio libro. Ovviamente c’è dietro un lavoro di pianificazione e strategia editoriale, e tutti quei processi propedeutici alla pubblicazione, ovvero grafica, primo e secondo editing, promozione e anche, permettimi di dirlo con un sorriso, un po’ di dottrina psicanalitica. Questo processo permette all’autore esordiente di non arrivare all’auto-pubblicazione, ma di sentirsi supportato comunque da professionisti i quali, raggiunto l’obiettivo, faranno diventare concretezza un piccolo grande sogno nel cassetto e, cosa importante, senza alcun esborso!»
Letteratura Alternativa si contraddistingue per la molteplicità delle proposte rivolte non solo al pubblico dei lettori, ma anche a chi intende affinare le proprie inclinazioni alla scrittura. Offre infatti laboratori di scrittura emotiva. In cosa si contraddistinguono, nello specifico?
«Letteratura Alternativa si prefigge di poter dare accesso alla scrittura professionale a chiunque mostri un’attitudine, un talento, un’inclinazione alla parola scritta e al lessico in generale. Con i nostri corsi cerchiamo di dare una base e una struttura tecnica e motivazionale partendo dall’emotività e dal nostro io più intimo e nascosto. Abbiamo implementato da pochi mesi anche dei percorsi individuali di Coaching Letterario, personalizzabili e flessibili in appuntamenti virtuali e fisici, in base alle proprie necessità che possono variare da programmi small a programmi extra large. Letteratura Alternativa offre anche la possibilità di farsi affiancare da un ghostwriter che scriverà per i fruitori quel libro che hanno sempre avuto in mente (biografia, autobiografia, romanzo, racconti, memorie, eccetera) da tanto tempo.»
Letteratura Alternativa propone percorsi personalizzati di coaching letterario. Nella foto, lo scrittore Pablo T durante una lezione dei corsi di scrittura emotiva.Fra le novità proposte di recente presso la sede c’è la Book Room Therapy, un’iniziativa davvero stimolante sul piano della crescita personale per chi crede nel potere dei libri. Come è nato il progetto e come sta rispondendo il pubblico?
«Il pubblico ci sorprende sempre piacevolmente e ha apprezzato tantissimo la novità, abbiamo più persone che beneficiano di questa innovativa terapia e che amano decisamente farsi coinvolgere. Ci sono utenti che arrivano anche da altre città per non perdere questa straordinaria opportunità. L’iniziativa si basa su semplici sedute singole e percorsi più approfonditi. I grandi classici la fanno da padrone. Ma ci sono anche variazioni sul tema, concepite in base alle esigenze dell’animo umano. Il progetto nasce in un momento di relax in cui Pablo ed io, passeggiando tra le colline del Monferrato, in un confronto costruttivo e con quel fil rouge che ci contraddistingue, abbiamo sentito l’esigenza di ricreare un’atmosfera quieta e di benessere legata alla lettura, in un ambiente capace di soddisfare mente e corpo nutrendosi appunto di letteratura. E… nel giro di un mese, detto fatto!»
Lo spazio dedicato alla Book Therapy nella prestigiosa sede di Letteratura Alternativa.Adesso entriamo più nel dettaglio delle proposte editoriali che rivolgete al vostro pubblico di lettori. Tra le nuove collane meritano una citazione speciale quella dedicata al fantasy e ai ragazzi. Puoi accennarci qualcosa su questa scelta e sui titoli di ultima uscita?
«Abbiamo inaugurato il laboratorio del fantasy con una narrazione steampunk che ci è piaciuta molto e così abbiamo dato vita a questo nuovo progetto. Anche in questo caso ci siamo fatti prendere dalla voglia di sperimentare. La stessa cosa è accaduta con le storie per i bambini, abbiamo un’autrice in cui crediamo molto e amiamo leggere le sue storie, è bastato questo a convincerci e a conquistarci.»
Quest’anno, per la seconda volta, Letteratura Alternativa sarà presente al Salone del Libro di Torino, un importante traguardo raggiunto in breve tempo. Cosa ha rappresentato per voi lo scorso anno questa rassegna e quali sono le aspettative e le nuove proposte con cui vi accingete a parteciparvi?
«Lo scorso anno per noi il Salone del Libro è stato un importante punto di partenza, un’altra tessera del puzzle da aggiungere. Un grande insegnamento (perché c’è sempre da imparare), una piccola grande conquista che ha certificato la nostra crescita. Oggi ci affacciamo a questa grande kermesse con una nuova consapevolezza, con ore e ore di lavoro, tanti sacrifici, una grande maturità e qualche soddisfazione. Come sempre non ci aspettiamo nulla, ma cercheremo di cogliere e accogliere ogni istante per arricchire ancor meglio e ancora di più un lavoro che amiamo fare.»
Il sito della casa editrice: www.letteraturaalternativa.it
La recensione del romanzo “Verrà qualcuno a salvarti” di Pablo T
Brutalmente invischiata nell’inesorabile scorrere del tempo, la storia di una vita sedotta dall’incomunicabilità e dall’abbandono
“La storia della mia vita non esiste. Proprio non esiste. Non c’è mai un centro, non c’è un percorso, una linea”
È il 1984 quando viene pubblicato L’amante, romanzo breve con il quale Marguerite Duras si aggiudicherà finalmente il Premio Goncourt, a cui seguirà, nel 1992 anche la celebre versione cinematografica firmata Jean-Jacques Annaud. Sono passati cinquant’anni da quando si svolgono i fatti narrati e la scrittrice francese è ormai lontana dall’attivismo politico della Resistenza e del Comunismo. Non è mai sfuggita, però, al dramma interiore di una infanzia segnata da mancanze economiche e affettive.
Negli anni ’80 la Duras ha settant’anni ed è sempre più invischiata nel baratro dell’alcol.
“L’acool ha assunto le funzioni a cui Dio è mancato, inclusa quella di uccidermi, di uccidere”
Ha accanto Yann, un amante più giovane di lei di quarant’anni che non l’abbandona mai, che scrive per lei sotto dettatura il racconto autobiografico della giovane francese quindicenne a Saigon. Nel 1929 Marguerite, chiamata anche Nenè o Margot o Meg più avanti, viveva nell’Indocina francese, l’attuale Vietnam, dove era nata da padre dirigente scolastico e madre insegnante. Alla morte del padre affronta momenti difficili accanto alla madre, dura e fragile di mente allo stesso tempo, e ai suoi due fratelli, Pierre, il maggiore, manesco e dispotico, sempre amato e protetto dalla madre, e Paulo, più sensibile e cagionevole di salute, che perirà di broncopolmonite, una perdita che, assieme a quella del primo figlio nato morto, addolorerà profondamente Marguerite.
“Bisognerebbe avvertire tutti di tali eventi. Comunicare loro che l’immortalità è mortale, che può morire, che è successo, che continua a succedere (…) Che la vita è immortale mentre è vissuta, mentre è in vita. Che l’immortalità non è una questione di tempo, non è una questione di immortalità, è qualcosa di ignoto.”
Ha quindici anni e mezzo quando attraversa un braccio del fiume Mekong con indosso “un vestito di seta naturale, lisa, quasi trasparente” e “una cintura di cuoio in vita”. Ai piedi porta “quel famoso paio di di scarpe di lamè dorato, con i tacchi alti” e sul capo “un cappello da uomo con la tesa piatta, un feltro morbido color rosa, con un largo nastro nero”. Le labbra sono dipinte di un rosso ciliegia all’epoca in voga. È l’immagine di una ragazzina che si sorprende nella sua femminilità, che prende coscienza della propria sensualità come l’arma per apparire quello che gli altri vogliono che ella sia.
“Questo mancare delle donne a se stesse sempre l’ho sentito come un errore. Non c’è da attirare il desiderio. Il desiderio era in colei che lo provocava o non esisteva. C’era sin dal primo sguardo o non era mai esistito.”
Attraversando il fiume, quel giorno, Marguerite non sarà più la stessa. Quel corso d’acqua sarà linea di confine da una infanzia miserevole e piena di contraddizioni nel rapporto di odio-amore verso la madre, a una esistenza segnata dallo scandalo. Diventa la giovane amante di un indolente rampollo di una ricca famiglia cinese di Saigon, che ostacolerà la relazione, fino a pagare una ingente cifra per allontanare la giovane bianca corruttrice che farà ritorno in Francia con la sua famiglia.
“Il difficile non è raggiungere qualcosa, è liberarsi dalla condizione in cui si è.”Nel 1992, il regista Jean-Jacques Annaud ha diretto L’amante, tratto dall’omonimo romanzo della Duras
Complice silenziosa di questa torbida storia è la madre di Marguerite, che osserva il cambiamento nella figlia e tacitamente approva, per poi accusarla di immoralità e riempirla di percosse assieme al figlio maggiore.
Oscillando fra l’ostinazione e l’apatia, l’immagine materna che ne deriva è quella di una donna che non smette di aggrapparsi a solide certezze, quali la famiglia e la speranza di costruire una nuova Francia in Indocina, a differenza della figlia che nella sua vita sentirà sempre la mancanza di un centro stabile.
La giovane Marguerite conduce il gioco dell’ambiguo legame, avviluppata in uno stato d’animo cupo, quello della disperazione di chi ha vissuto nella consapevolezza di essere stato abbandonato da Dio. Sommersa dalla tristezza che scava nella sua anima una ferita profonda quanto una diga, con il suo indecente comportamento innalza, tuttavia, gli argini di quella libertà fiera e indomita dignità che appartiene alle indoli emancipate e alle menti più acutamente sensibili, che si salvano attraverso il loro stesso scandalo.
“Gli dice: vorrei che non mi amassi, e se mi ami, vorrei che facessi come con le altre donne. Lui la guarda, spaventato, domanda: è questo che vuoi? Lei risponde di sì”.
Chi è, allora, il primo amante, nel libro soprannominato “l’amante di Cholen”, quartiere angusto della città, di una scrittrice così acclamata in Francia, dal talento riconosciuto anche in Italia da autori come Vittorini e Calvino? È un giovane dalla pelle liscia e morbida, dal fisico poco possente, che non trova il suo posto nel mondo e che investe in un’attrazione impudica e tormentata sullo sfondo della Cina segnata dalla povertà e dal problema razziale. È il simbolo di un amore che incarna le più complesse fragilità umane voluttuose e che travalica distanze fisiche e temporali.
“Ma poi glielo aveva detto. Le aveva detto che era come prima, che l’amava ancora, che non avrebbe potuto mai smettere d’amarla, che l’avrebbe amata fino alla morte.”
Agli eventi degli anni ’30 in Indocina si alternano lunghe digressioni sulla vita futura parigina della scrittrice, a contatto con intellettuali come Drieu La Rochelle, Brasillach, Ramon Fernandez, e della sorte infelice che toccherà al fratello maggiore e alla madre, con la quale Marguerite non riuscirà più a ricucire i rapporti. E in questo ritornare indietro nel tempo si coglie la dolorosa analisi degli eventi più intimi di una intera vita che hanno creato grandi vuoti dentro cui l’io narrante si sofferma e scava, traendone fuori un magma di confusione e un lacerante e perpetuo appello d’amore.
Con la brevità delle frasi e la narrazione asciutta, brutalmente diretta, questo piccolo capolavoro emerge nella sua feroce intensità emotiva, nell’autenticità dei sentimenti difficili che marchiano una giovane esistenza e la conducono verso un rabbioso mal de vivre che trova conforto in un inarrestabile e urgente bisogno di scrivere.
“Scrivere era la sola cosa che popolava la mia vita e la rendeva magica. L’ho fatto. La scrittura non mi ha mai abbandonato”.Fonti
Cristina De Stefano “Scandalose. Vite di donne libere” Rizzoli, 2017 pagg. 201-209
Sandra Petrignani “Marguerite” Neri Pozza, 2014
Con una scrittura che fustiga e accarezza, tra crudo realismo e suggestivo simbolismo, Pablo T racconta il dramma del tormentoso destino di due anime alla deriva.“Un potenziale suicida e una ragazza uccisa dalla vita, lì, a girare senza un motivo, a delirare come farebbero i pazzi, i poeti. Senza un perché, senza un fine.”
Può un solo uomo salvare l’intera umanità? La domanda da porsi è, prima di tutto, desidera realmente l’umanità intera farsi salvare? Da chi, da cosa? O forse non è in grado di rendersi conto di essere in pericolo? Eppure c’è chi si ostina, nonostante la ripugnante visione di una collettività alla deriva, a voler credere, nonostante l’apparente cinismo e l’abulia a cui conduce l’aridità emotiva sociale, che dietro il paravento di un teatrino dell’assurdo, ci sia ancora qualcosa che vale la pena recuperare. Andrea Du Preux, protagonista del romanzo “Verrà qualcuno a salvarti” dello scrittore Pablo T, edito nella nuova edizione dalla casa editrice Letteratura Alternativa, è un poeta maledetto, che porta il peso della bestia sulle spalle, perennemente in viaggio, che in una notte stellata approda in un posto sperduto, abbandonato dal mondo, Porto d’Oblio.
Sin dalle prime pagine è palpabile l’atmosfera simbolista che pervade tutto il romanzo. Andrea è denominato lo straniero, non si sa da dove provenga, né dove abbia intenzione di andare, non appartiene ad alcun luogo fisico, le radici che contano sono quelle dei ricordi e delle cicatrici dell’anima. Anche dai tratti somatici non è possibile cogliere una precisa identità etnica, Andrea Du Preux è un vagabondo, solitario e squattrinato, che incarna la figura ibrida dell’Eroe moderno, in perenne conflitto con se stesso, risucchiato dalla sua duplice natura, diabolica e angelica al tempo stesso, egli è, dunque, l’immagine di tutti gli uomini in tutti i luoghi.
Pablo T con“Verrà qualcuno a salvarti” si classifica nel 2016 al secondo posto (Premio Speciale) del Premio letterario “Un libro per il cinema” (legato al Festival del cinema) superando “La casa delle signore buie” di Pupi Avati.
Quello che Andrea ha con la vita è un rapporto tormentato, di odio e amore: odio per l’indifferenza, l’ingiustizia e l’ipocrisia alle quali l’uomo si è prostrato, e amore per la speranza mai sepolta di intravedere una via di uscita dai falsi ideali a cui l’umanità si è venduta, perché “appena nasce… l’uomo è libero, poi iniziano l’emulazione di altri uomini, l’eredità del sistema, le regole generazionali, gli standard qualitativi, la rincorsa al denaro… ed ecco che l’uomo diventa gente.” Di lui si scopre da subito che è uno scrittore, che si fa portavoce del malessere dell’umanità, è l’attore paralizzato sul palcoscenico della vita e la parola diventa l’unica arma d’azione.
“Ogni scrittore dovrebbe essere una porta sulla fuga, un prete matto, un passaggio della strada polverosa: tutto questo insieme.”
Porto d’Oblio diventa allora la tappa ideale per quello che ha deciso sarà il suo ultimo giro di giostra. Disilluso e deluso dalla visione di una collettività alla deriva, che di umano ormai ha ben poco, nelle sue peregrinazioni solitarie sulla spiaggia libera al vento i suoi pensieri, nasconde al buio della notte le sue fottute paure, rischiara all’alba le sue promesse mancate. Ma la vita è un’astuta meretrice, che vende la sua ennesima vittima per una nuova scommessa in una bettola che, attraverso le esalazioni del suo fetore, nasconde la vera ricompensa.
Hotel Hiroshima è la pensione fatiscente in cui soggiornerà Andrea, gestita da Cloe, madre dal fisico avvenente e l’anima sbiadita che ha da poco superato la quarantina, assieme alla figlia sedicenne Eva, dall’animo tormentato. Vittima di violenze da parte del padre, fra i silenzi materni, Eva si porta la morte dentro. Nel romanzo si affronta, infatti, un tema sociale scottante, quello della violenza domestica, perpetrata fra le mura silenziose di un’omertà contro natura. Cloe è consapevole di quello che accade a sua figlia, ma finge di non vedere, vittima ella stessa di una prigione emotiva che le impedisce di ribellarsi, in primis a se stessa, a una vita insoddisfacente, di cui non è pronta a prendere coscienza.
Tradita e maltrattata, nel fisico e nell’anima, dalle due figure più importanti della sua vita di bambina, Eva è la piccola tentatrice di vita, che divide corpo e anima con i suoi demoni interiori. Vende il suo corpo ai clienti della locanda credendosi libera di poter disporre di se stessa senza aver più niente da perdere. E intanto le ferite riaffiorano in quei giochi perversi di violenza che impone al suo corpo. Dotata di una sottile intelligenza, sintomo di una sensibilità d’animo violata dal disincanto di una esistenza ingiusta e avara di amore, si lega subito allo straniero venuto dal mare che ha bussato alla porta della sua miserabile vita.
Eva e Andrea sono l’esempio dell’incontro di due solitudini divorate da un vuoto interiore, dissacrate dall’odio per il genere umano, che si attirano e si respingono in un andirivieni di emozioni forti che ora spingono verso gli scalini più alti che conducono al Paradiso, ora premono verso il basso di un abisso di inevitabili sofferenze. Così, nella nebbia che avvolge la spiaggia di Porto d’Oblio, Eva travolge con le parole Andrea: “Dimentica straniero (…) respira le nuvole e piacevole accogli la deriva, bacia l’abisso e cadi dalle ciglia, come occhi che rotolano, come vita che, infine, si racconta.” Ogni volta che Andrea tenta di porre fine alla sua vita, appare Eva con le sue suadenti e perturbanti parole sulla Vita che lo fanno desistere.
“Quanta meraviglia c’è nello sbadiglio di un bambino, nella pioggia di luglio, in una frase inventata, in un abbraccio improvviso. Quante meraviglia c’è nel fresco delle chiese, in un Cristo che non accetta offerte e muore, in una chiacchierata tra un cartone e un uomo che ha perso casa e affetti. Quanta meraviglia c’è in una tela bianca, nell’aria umida del mattino, in occhi che raccontano e labbra che tacciono, in un whisky liscio, in un suicida che prega, in un treno che corre, in una parola che salva e in un’altra che uccide… quanta meraviglia c’è.”
Eva cerca di farlo capitolare di fronte alle sue avance, ma Andrea non cede, in fondo sono figli della stessa costola incrinata di quell’esistenza che ha mandato alla deriva le loro anime. Entrambi non possono che legarsi ai loro simili, ai quali porgere la mano per lasciarsi condurre verso un sentiero più sicuro. Così, per Eva ci sarà un miracolo inaspettato ad attenderla e Andrea farà i conti con il suo duro passato, segnato da incontri e perdite importanti, pronto a salpare verso un nuovo porto.
“Ci sono cose che succedono e altre che fai accadere, le prime non le puoi governare, ma le seconde possono essere la salvezza della tua anima o la tua eterna dannazione.”
La salvezza, allora, arriva da chi meno te lo aspetti, lì dove non sorge il sole, dove l’Amore è violentato dall’Indifferenza e la rabbia trattiene slanci di speranza. Ma è quello il posto in cui c’è ancora mare, che circonda, con le sue braccia di bacino senza fine, le esistenze di un’umanità smarrita. Lì ogni uomo sosta alla deriva sulla propria spiaggia, ad osservare il flusso della vita, senza mai trovare il coraggio di seguirlo veramente. Sarà colui il quale imparerà a guardare gli abissi che saprà riconoscere una nuova speranza, in grado di alleggerire il peso che ogni giorno aumenta sulle sue spalle, a ogni passo della sua ancora sconosciuta e sorprendente occasione che la vita regala. E c’è ancora mare …
“Non c’è rivoluzione più grande dell’amore, perché lì dove arriva…niente è mai più come prima.”
Il miracolo della paternità dal ventre desolato dell’Islanda al cuore luminoso della Francia
Ci sono libri che la spuntano silenziosamente. Come? Grazie alla dedizione di lettori e librai che prendono a cuore una storia e la trasportano sulle ali del vento del passaparola. È accaduto al romanzo dell’autrice islandese Audur Ava Ólafsdóttir, “Rosa candida”, pubblicato da Einaudi nel 2012. Si tratta di un autentico caso letterario, il cui successo è stato decretato dal popolo dei lettori. Il romanzo si è infatti aggiudicato una serie di premi, come il Grand Prix des lectrices de Elle, il Prix Page des Libraires 2010, il Prix des libraires du Quèbec e il Prix des Amis du Scribe 2011.
Protagonista della storia è Lobby, ventidue anni, che vive nelle terre fredde e incolte dell’Islanda con l’anziano padre, premuroso ottantenne, e il gemello autistico Joseph. Ha una figlia, Flora Sol, frutto di un breve incontro avuto con un’amica all’interno della serra dove sua madre, morta alcuni anni prima durante un incidente stradale, coltivava fiori e piante. Della sua breve notte d’amore Lobby non ricorda i tratti del viso dell’amante, ma definisce quell’incontro come un momento fugace avvenuto in un “quinto di notte”. Studente brillante, contrariamente alle previsioni paterne, ha deciso di non iscriversi all’università e di accettare la proposta di un lavoro come giardiniere, data la passione per le piante ereditata da sua madre.
Il racconto si apre infatti con la cena di commiato di Lobby dalla sua famiglia, prima della partenza verso un luogo non ancora definito. Lungo il tragitto Lobby affronterà una serie di vicissitudini che formeranno il suo carattere. Lontano, proprio laddove inconsciamente pensa di nascondersi, nella completa solitudine, imparerà ad ascoltare il suo corpo, ad approfondire, al punto da affrontare, finalmente, la sua ossessione per la vita e la morte, fino a quando, ancora una volta, la vita lo sorprenderà portando a compimento la sua crescita di uomo.
La narrazione in prima persona, caratterizzata da uno stile limpido e lineare, è scandita da lunghi monologhi interiori che conducono il lettore lungo la crescita interiore del protagonista. Lobby parte alla ricerca di se stesso e lo fa nella più completa solitudine, con la sola compagnia delle sue piante di rose rare a otto petali. L’abilità dell’autrice sta nel guidare il pubblico verso un viaggio sconosciuto, scoprendo la meta a piccole tappe, tenendolo incollato alle pagine in un crescendo di interrogativi e curiosità.
Rosa candida è uno di quei libri che arriva lentamente al cuore, in silenzio, con estrema delicatezza, proprio come un fiore che apre i suoi petali al sole, inchinandosi al ritmo della natura. Come il protagonista, anche il lettore vivrà il passaggio dall’ombra alla luce, dall’incertezza e confusione interiore approderà a una matura consapevolezza del proprio essere. Lobby soffre il mar di mare, ha bisogno di un terreno stabile sul quale piantare il seme delle sue speranze e osservare germogliare la propria esistenza, ponendosi in ascolto.
Per quanto riguarda invece l’impianto narrativo, il libro può apparire carente in molti punti, fra i quali la mancata caratterizzazione dei personaggi. A volte bastano poche frasi per rendere indimenticabile un personaggio anche secondario, in questo caso molti appaiono più comparse funzionali di una scena incentrata tutta sul viaggio interiore del protagonista. La parte centrale è un po’ lenta.
Tuttavia il successo del romanzo consiste nel garbo con cui l’autrice descrive l’indole marcatamente femminile del protagonista, che nel corso della storia maturerà sentimenti materni. Lobby è un ragazzo che sin dalla sua infanzia rivela una spiccata sensibilità, facendo sua la passione materna per i fiori e le piante e sviluppando, nel tempo, la curiosità di veder fiorire qualcosa al di là di un terreno sterile e ostico come quello islandese. E ancora, il viaggio inteso come trasformazione, la cura del leggendario roseto abbandonato alle incurie del tempo che farà rinascere, sono tutte tappe che lo condurranno a una sorprendente scoperta: la paternità. L’autrice fa sbocciare questo nuovo sentimento in Lobby proprio come accade con un fiore raro e sconosciuto ai più. Fra intemperie e difficoltà, il piccolo germoglio volge i suoi petali a una nuova luce, mostrando infine tutto il suo splendore. Quando si ritroverà a dover accudire la sua bambina, Lobby si scoprirà perfettamente a suo agio a svolgere le incombenze quotidiane che richiedono la crescita di un figlio. Cucinerà cibi nutrienti, penserà alla spesa, porterà a spasso la bambina mentre la madre (alla quale ha preservato con discrezione uno spazio tutto per sé) studia per cercare il suo posto nel mondo, spalmerà creme profumate su quel corpicino delicato … insomma, fra le righe l’autrice tratteggia la figura ideale del papà che molte mamme vorrebbero al loro fianco, auspicando l’avvento di un legame basato sulla parità dei sessi, un’utopia che tanto utopia oggi in fondo non è. Il ruolo dei padri all’interno della famiglia si è decisamente evoluto. Di padri attenti, premurosi, presenti, che partecipano assiduamente al percorso di crescita dei propri figli ve ne sono, ormai, e rappresentano un concreto esempio di emancipazione del ruolo maschile, fino a poco tempo fa ancora rinchiuso in stereotipi da macho e individuo che cela i propri sentimenti dietro una corazza impenetrabile. Lobby rappresenta quella gradevole ventata di novità, l’affermarsi di quella ambita libertà che ciascun individuo possa rivestire con autenticità il proprio ruolo all’interno di una relazione, facendo pace con i propri demoni interiori, accettando la parte femminile e maschile che alberga in ognuno di noi, indipendentemente dal sesso col quale si nasce.
“Madre e figlia mi scrutano: addosso ho la camicia bianca appena stirata e i miei capelli sono tagliati di fresco. Meglio di così… Saluto Anna con un bacio sulla guancia e sorrido alla bimba che mi sorride di rimando: ha un viso di porcellana, con le fossette sulle gote rosa e le labbra umide. Pare che si sprigioni una specie di luce da questa creatura che ora tende le braccia verso di me.”
Seta di Alessandro Baricco: la storia di chi un po’ assiste alla propria vita da lontano e un po’ si lascia tentare… da lontano
Terminata la lettura di “Seta” ho chiuso il libro e, sdraiata sul letto, ho socchiuso gli occhi immaginando uno scampolo di seta scivolare lungo il mio corpo. Lo vedevo, quel fascio di trama sottilissima e impalpabile cambiare colore, dal grigio diventare bianco, accecare la mente e poi pian piano confondersi con l’ocra chiaro della mia pelle. E allora l’ho avvertita quella sensazione di profonda voluttà colpire le viscere, la vibrazione dell’attimo sospeso nel tempo che ti fa smarrire in un vortice di emozioni a cui difficilmente darai un nome, l’attimo della perdizione che però dà senso per un solo breve e intenso attimo a una vita in attesa di essere vissuta.
Questo è Seta di Alessandro Baricco, un libro piccolo piccolo, che per poche ore regala un turbinio di sensazioni: dall’inquietudine dell’ordine che è la vita del protagonista Hervè Joncour all’inizio della storia, al tumulto che la decisione di coltivare bachi da seta porta nella sua vita e nella piccola città francese di Lavilledieu, dallo stupefacente incanto di suoni e colori del Giappone alla desolazione e prostrazione di quelle terra lontana durante la rivolta sociale, dalla nostalgica malinconia di qualcosa che non c’è stato alla compita rassegnazione di un passato irreversibile, dall’amarezza della perdita della persona amata fino alla scoperta che ciò che si poteva avere è andato perduto per l’abbaglio che ha reso ciechi per tutta la vita.
Una storia dalla trama che fluttua come il volo di un airone al tramonto, che si confonde con il cielo. Il tempo di spiegare le ali e le parole sono già finite. Ma i pensieri restano, come la scia fra i nembi del cielo, e gli interrogativi girano in tondo sulla mente del lettore.
Il breve romanzo trasporta lontano, in quei luoghi conturbanti e ancora del tutto sconosciuti che tanto attirano il pubblico. Baricco scrive Seta nel 1996 quando la passione per il Giappone non è ancora così marcata come ai giorni nostri, quindi anticipa una tendenza per la filosofia zen o l’estetica orientale da cui lo stesso Steve Jobs è stato contagiato, definendola «minimalista e limpida».
La storia è ambientata nella cittadina di Lavilledieu in Francia nel 1861, data che, ricorda l’autore, coincide con la guerra civile che Abramo Lincoln combatte in America e con la stesura di Salambò di Flaubert, due uomini attivi e decisivi per la storia sociale e letteraria del mondo di quegli anni. Di Hervé Joncour invece, l’autore dice che era “uno di quegli uomini che amano assistere alla propria vita ritenendo impropria qualsiasi ambizione a viverla.”
Si tratta di un giovane trentaduenne che si occupa della compravendita di uova di bachi da seta in Africa e in altre nazioni d’Europa. È sposato con Hélène e i due non hanno figli. Quando un’epidemia colpisce i bachi da seta nei Paesi con i quali commercia Joncour, per non mettere a rischio il suo commercio, questi è costretto a intraprendere un lungo e difficile viaggio in Giappone, un’isola «piena di bachi… in cui nessuna malattia arriverà mai», un posto definito «fino alla fine del mondo».
Laggiù l’uomo ci tornerà più volte e per ogni viaggio viene descritto il medesimo percorso, a differenza di un particolare che starà al lettore scoprire, è questa una piccola curiosità sulla quale riflettere. In Giappone Joncour è accolto da un aristocratico, HaraKei, nella cui abitazione incontra una giovane donna dagli occhi che «non avevano un taglio orientale». Fra i due c’è subito un incontro di sguardi e una segreta intesa, nonché vibrante attrazione. Dalla ragazza Joncour riceverà un biglietto che si farà tradurre in Francia da una meretrice di lusso di origine giapponese. In seguito, durante uno dei ritorni nel lontano Oriente, Joncourt troverà solo paure e rovine in Giappone, ma della giovane non c’è traccia, solo un inaspettato ed enigmatico messaggio d’amore. Disorientato rientra in Francia, con il peso addosso di «uno strano dolore […] Morire di nostalgia per qualcosa che non vivrai mai». Un giorno l’uomo riceve una missiva, pare, dal Giappone e ancora una volta, per tradurla ricorrerà alla misteriosa Madame Blanche. È intorno a questa lettera che si dipana un sorprendente mistero della trama.
A cercare una morale della storia ci si può riferire alla sì apparentemente banale constatazione che ciò che tanto cerchiamo nella vita in fondo è a portata di mano, ma bisogna ammettere che si tratta pur sempre di un’incontrovertibile e inconfutabile verità, almeno a coloro ai quali la verità non sfugge come seta fra le dita.
Baricco è uno di quegli autori, si trova spesso scritto da molte parti, che o lo odi o lo ami. Io sono di quelle lettrici dalla posizione meno drastica, che preferisce mantenere aperta l’opzione del dubbio. Di Baricco ho letto anche altri libri e apprezzo la sua capacità di voler giocare con la scrittura. Alla fine della lettura dei suoi romanzi al lettore resta in bocca un retrogusto di sapori misti, dall’agro al dolce, dal salato all’amaro, un sapore insomma spesso indefinibile, ma c’è pur sempre qualcosa di piacevole che ti piace tenere sospeso fra le labbra e lo stomaco. E intanto si apre la gabbia delle emozioni e i pensieri volano liberi, lontano.
Dove andranno, o se si fermeranno mai, non è dato saperlo, così come per la voglia di leggere questo libro che arriverà, forse, fino al lettore.
“In realtà dovremmo imparare ad amare la nostra solitudine, restare a pezzi e sopportarci, accettarci così, esseri incompleti e soli, ma questo gioco è feroce, più violento di quanto si possa umanamente pensare e non esiste vittima, né carnefice, ma solo questo eterno conflitto, di corpi mutilati, presi per darsi, solo in affitto” (Silvia Canonico)
Quante volte abbiamo letto i versi di poetesse lacerate nell’anima da un tarlo che rode incessantemente, quello che molti critici definiscono “male di vivere”? Quante volte abbiamo intravisto stralci di vita tradita in quelle parole drammatiche, con cui donne fragili hanno aperto un varco profondo nella storia, dove noi donne contemporanee non abbiamo voluto guardare, perché noi magari una vita decente l’abbiamo voluta costruire, con le nostre scelte ponderate?
Con le nostre certezze avanziamo decise in una realtà preconfezionata e non ci tange la storia di chi si accascia dentro sé stessa e rimane sospesa in una dimensione ambivalente.
Essere sé stessi o non esserlo, questo il dilemma delle anime sensibili, dotate di un’acutezza olfattiva per le delusioni in agguato, di un udito affinato da anni di rumori molesti che pungono addosso come ingiuste percosse.
La vita a volte non è clemente con tutti, quindi come reagisce chi crede di non potercela fare in un mondo inadeguato alle proprie aspettative, quando nessuno osa più fidarsi nel momento in cui si avanza a tentoni nel fango e gli altri vedono solo sudiciume? La vita a volte ci porge una mano e quell’appiglio spesso si chiama scrittura.
Così nel suo libro “La Musa di me stessa” edito da La Signoria, Silvia Canonico, indomita poetessa degli eccessi, apre il suo infernale teatrino interiore “come un sipario che non sa se rivelare gli atti osceni di questa tragedia comica infinita che io son solita chiamare vita“. E allora scopriamo che “Niente è peggio di quel che sembra, niente, tutto può solo migliorare, nella testa piena di mostri e tempesta, pure queste parole, se lasciate da sole sembrerebbero noiose, ma io sparo disperazione e per chi legge, per chi mi ama e chi mi odia, non ho compassione, solo rabbia oppure devozione“.
Tra le pagine si alternano, in una confessione sincera, una parte in prosa dalla scrittura istintiva, automatica, che trascina il lettore in una spirale di delirio, a versi poetici che raggiungono apici lirici, una parvenza di pace interiore che sembra indicare la strada a un’anima confusa nel mondo, dove “Il contatto con la realtà era solo sfregamento occasionale, un incrocio sempre più sporadico e privo di contatto umano”.
Attanagliata nel suo tormento interiore, la voce narrante si muove come un tassello fuori posto dal mosaico dell’ordinarietà, che stona in quella facciata di perfezione che è l’illusione di un’esistenza che gli spettatori passivi sentono di poter controllare. “Non mi interessa essere diversa, è già tanto riuscire ad essere me stessa, non ho un vero motivo per vivere, tanto meno uno valido per morire, ho passato il limite, sono andata oltre e adesso mi trovo “oltre” e qui ci si sente soli”.
“La musa di me stessa” è un libro di quelli che, vedendolo, si pensa possa esser letto nel giro di poche ore con ingordigia. Niente di più sbagliato. Inghiottito dai flussi di un mare nero, annaspando fra le onde di angosce e tormento, il lettore dovrà concedersi lunghe pause per riprender fiato e capire che la disperazione non si può ingollare repentinamente. La disperazione serra, soffoca, trascina con sé, se si è veramente in grado di sentirla, o meglio, se ci si prova almeno un po’. Quando non ci appartiene è difficile avvicinarsi e dirle: “ti capisco, ma … “. Alla disperazione si deve solo sfiorare le mani, parlare con le carezze, quelle che sanno dire più di mille parole.
Se alla vita togli i fili, questa penzola in una zona oscura, inesplorata che fa spavento e allora si parla di pazzia. Ma tutta quella rabbia, quell’urlare al mondo col linguaggio di graffi autoinflitti all’anima, di morsi all’aria inconsistente di un vivere senza senso, di buchi al cuore e ferite sulla lingua, vuole solo essere ascoltata, ma alle orecchie del mondo parla un linguaggio indecifrabile, dai suoni e dai segni inconcepibili, e allora li si definisce sbagli. Le orme di questi orrori brancolano nel buio e quei corpi senza voce si rintanano in ghetti maleodoranti, nutrendosi delle proprie colpe, fino a riconoscersi nelle loro ombre, inconsistenti e ignote.
Se solo potessero vedere la scia luminosa che lascia il loro passaggio, se solo rovesciassero lo specchio che l’umanità disincantata porge loro, allora sentirebbero che le note che fuoriescono dalla gabbia spalancata del cuore assomigliano a quelle di un usignolo in volo libero verso la vita, la loro. Ed è quella vita che inseguono, in ogni istante, a volte senza rendersene conto, amandola, famelicamente, come nessun altro, forse, è in grado di fare.
E Silvia Canonico lo sa, che la vita le appartiene, e lei vuole afferrarla con forza, anche a costo di non equipararsi a coloro che tentano di curarle l’anima a colpi sordi sul cuore. E muore e risorge ogni giorno, senza conoscere fino in fondo quanta fierezza si cela in questo mettersi a nudo davanti al mondo.
“Se bastasse sorridere con le labbrasarei salvama si sorride con gli occhicol cuoree i mieinon son bravi a mentire”
Da sindrome, il peterpanismo diventa àncora di salvezza in una società che spinge a soffocare creatività e immaginazione.
Quante volte ci capita di pronunciare frasi del tipo “come mi piacerebbe tornare bambino”, o meglio ancora “come sarebbe bello restare bambini per sempre”? Anche solo per pochi attimi tornare nei panni dell’infante che siamo stati ci permetterebbe di assaporare ancora quel piacevole gusto di grandiosa onnipotenza che si prova durante l’infanzia. Un bambino è felice, si compiace del suo essere al mondo intento a esplorare con il sentimento della meraviglia di chi vede per la prima volta le cose, per scoprire qual è il suo posto fra le creature dell’universo. Eppure, quando ci troviamo di fronte a un adulto che vive la propria esistenza inseguendo sogni e facendo della fantasia il suo ideale di vita, lo incolpiamo di comportamenti infantili, inadeguati alla sua età, accusandolo di fuggire dalla realtà e finiamo per denominarlo un eterno Peter Pan. C’è qualcosa che non torna in questo atteggiamento palesemente contraddittorio, di cui pochi sembrano rendersi conto, forse perché in realtà non si ha piena consapevolezza di cosa la figura di Peter Pan rappresenti. Si legge nel finale del celeberrimo romanzo “Peter Pan” di J.M. Barrie:“Pan, chi o cosa sei tu?” “Io sono la giovinezza e la gioia. Sono un uccellino appena uscito dal guscio.”
Cosa fa un uccellino appena uscito dal guscio, allora? Si osserva intorno, esplora il mondo per la prima volta. E come lo fa? Attraverso la meraviglia. Stupendosi, va incontro al mondo e, spinto dalla curiosità, vuole conoscere sempre di più. Non è in fondo quello che fanno tutti i bambini quando cominciano a scoprire suoni, odori e movimenti? Sorridono di rimando, portano tutto alla bocca, si mettono in pericolo. Imparano cioè a conoscere il mondo e, le armi a disposizione per plasmare il mondo a loro piacimento, sono per l’appunto curiosità e creatività.
Su questa controversa questione psicologica che caratterizza sempre più spesso la nostra vita di fronte a insoddisfazioni e vuoti interiori, talvolta incolmabili semplicemente perché non possediamo gli strumenti psicologici per analizzarli a fondo, fa riflettere i lettori lo piscoanalista e scrittore italiano Aldo Carotenuto, che nel suo breve saggio del 1995 “La strategia di Peter Pan”, pubblicato dalla Bompiani, rivendica l’importanza di salvaguardare il proprio potenziale creativo e di preservare prerogative tipicamente infantili come l’identificazione con la realtà e la partecipazione affettiva al mondo.
La società contemporanea in cui predomina una cultura razionalistica, fa notare Carotenuto, tende ormai a circoscrivere il modo di pensare del bambino come qualcosa di poco pratico. L’autore afferma infatti che “La fantasia, la meraviglia, la ricerca di contatto, mortificate e scoraggiate dall’attuale sistema di valori perché poco necessarie alla logica della produttività e del pragmatismo, vengono considerati poco “pratiche” anche per i bambini. Apprendere più che giocare, prepararsi alle future attività più che immergersi nel magico fluire del presente, differenziarsi più che porsi in relazione, sono gli attuali imperativi”.
È sempre più raro, se ci pensiamo, vedere un adulto giocare con un bambino, preso com’è dalla sua vita frenetica e dal tentativo di dettare regole nella presunzione di riuscire ad avere il controllo su cose e situazioni. Ecco allora che il gioco non è più inteso come espressione dell’interiorità del bambino, della trasformazione del mondo attraverso la fantasia, l’intraprendenza e la voglia di innovarsi. La funzione del gioco nell’infanzia, hanno sempre affermato i pedagogisti, è la capacità di creare la realtà affidata al bambino e di mettersi in relazione con l’alterità. Il gioco quindi rappresenta il seme dal quale germogliano abilità e attitudini utili al futuro del bambino. Privandolo invece di spazi e adeguate occasioni di gioco, si rischia di sostituire la dimensione della spontaneità e dell’immaginazione con un ferreo pragmatismo, che induce a vivere la realtà come una sfida fra migliori. Se qualcuno di voi ha avuto modo negli ultimi anni di frequentare palestre o spazi adibiti ad attività ricreative, si sarà di certo reso conto di quanto il pubblico composto da genitori, più che a essere interessato alla partita o all’allenamento in sé, sia invasato piuttosto da spirito di competizione. Non si gioca più per il gusto di provarci, o di misurarsi con sé stessi, si gioca per vincere, per essere i migliori. Sembra essere questo l’unico strumento a disposizione per affrontare il mondo nelle mani dei bambini, sempre più egocentrici e poco attenti e rispettosi verso gli altri. I bambini sembrano essere trofei nelle mani degli adulti da mostrare con vanità al mondo.
Tornando al testo in questione, Carotenuto scrive: “il genio della fanciullezza” è presente negli individui creativi, o in quelli eccentrici che rifiutano di accettare supinamente le norme di condotta che la società impone”. Spesso infatti gli individui creativi, gli artisti in special modo, descrivono la loro attività come “gioco”. E invece a quanto pare oggi il gioco, così come viene proposto dagli adulti, si svuota del suo originale significato perché “I bisogni del bambino vengono ignorati a scapito dei bisogni dell’adulto, se non, ancora peggio, i bisogni dell’adulto vengono proiettati e tradotti come bisogni infantili”.
Un altro riferimento al riguardo, ovvero le parole tratte dal Vangelo: “Lasciate che i bambini vengano a me”, rivela un tipo di approccio semplice e ingenuo verso la vita che si apprende stando accanto ai bambini, un modello che la società contemporanea definisce in un certo senso un pericolo da cui il mondo infantile deve essere difeso.
Ecco allora che l’autore sofferma la sua attenzione sull’importanza del ruolo che l’adulto esercita sul bambino. L’adulto, con i suoi atteggiamenti e le sue parole, non si rende conto di quanto questi nascondano molto spesso idee e azioni mancate nel loro stesso vissuto passato. Dalle parole di Jung si evince allora che “Ciò che di norma influisce di più sul bambino a livello psichico è quella vita che i genitori (e i progenitori, poiché si tratta del fenomeno psicologico primordiale del peccato originale) non hanno vissuto … Da qui si sviluppano i germi più virulenti” e quindi, aggiunge Carotenuto nella sua argomentazione “Il bambino è in qualche modo chiamato a rispondere dell’ombra dei suoi genitori.” E, per finire, “Ciò che i genitori non vivono si riverbera malignamente sul bambino e lo investe con una prepotenza alla quale egli non ha i mezzi per opporsi adeguatamente”. Se teniamo conto di quanto dimostrato dai più noti pedagogisti come Winnicot e Klein, l’evoluzione del processo di conoscenza nel bambino è la volontà di creare il mondo dal niente. Il bambino quindi crea a prescindere dal fatto che una realtà esista già, dato che, specifica lo psicoanalista italiano “la creatività equivale piuttosto alla capacità di mantenere durante tutto l’arco della propria esistenza una visione personale delle cose, una potenzialità creativa con la quale in ogni momento si può dare inizio a una nuova genesi del mondo”.
Riferendosi invece all’antropologo Montagu, il quale riteneva che le domane dell’infanzia sono “la linfa vitale della scienza, della filosofia e della mente attiva e fantasioso in ogni campo della vita”,Carotenuto intende dimostrare che i bambini sono dotati di un pensiero divergente, ovvero la capacità di elaborare “risposte nuove rispetto all’informazione data”. Questo tipo di pensiero, presente in maniera rudimentale già nella primissima infanzia, è tipico delle menti creative.
“Potremmo anche affermare che è il nostro bambino interiore il vero e proprio profeta dei nostri futuri destini e, anche, dei nostri futuri conseguimenti …. Il bambino interiore è il nostro sogno in azione, il nostro stesso futuro in attesa di esplicarsi”
Il bambino, possiamo quindi concludere, emerge come individuo unico dotato di capacità di rispondere all’ambiente che lo circonda in maniera personalissima perché, come dichiara l’autore stesso “Siamo esseri unici, e solo coltivando la nostra differenza potremo realizzare le potenzialità della nostra umana natura”, e sembra scontato aggiungere a questo punto, a patto di non tradire la nostra parte bambina in età adulta.
È questo lo slogan col quale Simone De Beauvoir riesce a incitare tutt’oggi un pubblico femminile desideroso di riscattarsi da una condizione di stallo interiore e sociale. Ed è proprio con spirito anticonformista e aspettative di rivincita che molto spesso ci si accosta alla lettura del suo libro “Una donna spezzata”, scritto e pubblicato nel 1967. In realtà il romanzo tutto è, tranne che un testo dal piglio ribelle. Le tre protagoniste dei racconti “Una donna spezzata”, che dà il titolo all’intera raccolta, “L’età della discrezione” e “Monologo”, alle quali l’autrice dà voce, sono donne che a un certo punto della loro vita ricevono un duro colpo e devono abituarsi a fare i conti con una frattura interna, insaldabile.
Monique, moglie devota, mamma premurosa e massaia appagata, scopre il tradimento da parte di suo marito con una avvocatessa spregiudicata alla quale l’uomo non vorrà rinunciare, nel momento in cui le figlie, che ormai si sono create una propria vita, si ritrovano lontane da lei.
“Quando si è talmente vissuti per gli altri, è un po’ difficile riconvertirsi, mettersi a vivere per se stessi.”
Nella più completa solitudine, dovrà affrontare un tormento interiore fatto di angosce e di ossessioni, amplificate al punto da domandarsi se in fondo è mai stata davvero padrona della sua esistenza.
“In realtà mi trovo disarmata, poiché non avevo mai pensato di avere dei diritti.”
Nei confronti del marito si sforza di mantenere contegno, si impone di essere allegra e comprensiva, amichevole e paziente, ma nel diario che scrive, quello a cui affida, come ella stessa ammette, parole che nascondono altre verità, emergono collera repressa, sgomento, paralisi, assoluta svalutazione. “Adesso dovrei mettermi decisamente contro di lui. Ma non ho la forza d’impegnare una lotta simile.”
Suo marito ha rotto il patto, ha tradito il loro codice di coppia, lui che in sua moglie vedeva che tutto era armonioso, mentre “Le altre donne gli sembravano sempre o troppo passive o troppo agitate.”
In Monique è in corso una guerra. “Passiamo sotto silenzio certe sensazioni di malessere, disagio, perché non sappiamo trovargli un nome, che però esistono (…) Ho lasciato atrofizzare la mia intelligenza; non mi coltivavo più; mi dicevo: «più tardi, quando le bambine mi avranno lasciata». Monique sprofonda in un baratro di sentimenti incostanti e feroci, inveisce contro il marito e la sua amante e allo stesso tempo ferisce se stessa, lasciandosi andare a incubi e al buio della sua anima ferita.
Quando si recherà a New York a trovare sua figlia minore, ormai donna indipendente, affermatasi sul piano professionale, le chiederà di descriverla, la ragazza, prontamente, le risponderà: “Manchi di difesa, è il tuo solo difetto”.
Tra i pensieri ancora annebbiati, Monique dirà in fine a se stessa: “Io non avevo altro ideale che quello di creare della felicità intorno a me. Non ho reso felice Maurice. E nemmeno le mie figlie, sono felici. E allora? Non so più niente. Non soltanto chi sono io, ma come bisognerebbe essere.” Qualcosa inizia a smuoversi dentro di lei e, con grande timore, si avvia verso il suo ignoto futuro.
Della seconda protagonista non si conosce il nome, ma viene subito presentata come un’insegnante di letteratura francese, dalle idee politiche di sinistra, che ha alle spalle rinomate pubblicazioni come scrittrice, tranne l’ultima che si è rivelata un insuccesso. È una donna emancipata dai solidi principi etici e politici che, giunta a un’età matura, fatica ad accettare la nuova piega che sta prendendo la vita professionale del figlio Philippe, il quale ha deciso di lasciare l’Università. Persino nell’aspetto fisico le sembra cambiato. “Sono io che ho foggiato la sua vita. E adesso la guardo dal di fuori, da lontana spettatrice. È la sorte comune di tutte le madri: ma chi si è consolato col dirsi che la sua sorte è la sorte comune?”
Le sue reazioni appaiono eccessive nei confronti del giovane che la pensa diversamente da lei, non approva i suoi nuovi ideali e a nulla valgono i tentativi del marito che sembra valutare i nuovi eventi con più naturalezza e rispetto, al punto che deciderà di allontanare il figlio dalla sua vita. Appare così una madre egoista e presuntuosa che, a differenza di Monique, affronta il suo ruolo materno con grande inflessibilità. Le due rappresentano il rovescio della stessa medaglia: laddove la prima si sente invincibile, fra le mura domestiche, l’altra percepisce l’instabilità del suo essere donna, impeccabile, che vuole ottenere tutto, successo e consenso da tutti. La sua smania di controllo viene meno nel momento in cui suo figlio le si oppone, mostrandosi come individuo altro da sé, che non rispecchia il risultato dei suoi insegnamenti. Tutta la sua intransigenza di donna solida comincia a sfaldarsi quando, passeggiando accanto al marito, ammetterà: “Ad ogni modo, è vero che la vecchiaia esiste (…) E non è affatto divertente sentirsi finiti.” Una strana consapevolezza si affaccia ai suoi nuovi orizzonti dove le paure fanno capolino tra incertezze e nuove speranze. “Potrò ancora lavorare, sì o no? Il mio rancore verso Philippe s’affievolirà o no?”
Il personaggio femminile dell’ultimo e terzo racconto, il più breve, è Murielle, donna che non ha ancora trovato il suo posto nel mondo e viene sorpresa nel momento più doloroso della sua vita: sola e abbandonata dagli affetti più cari, madre e amanti, soffre atrocemente per la perdita della figlia adolescente che si è suicidata e per aver perso la custodia del suo secondo figlio. Se Monique e la madre di Philippe reagiscono secondo i dettami borghesi di discrezione e compostezza, Murielle, di estrazione sociale più bassa, si esprime in maniera concitata e scurrile. In concomitanza al delirio interiore che invade la protagonista, lo stile del racconto si fa infatti più vivace, a tratti privo di punteggiatura e il ritmo della narrazione sempre più veloce. Al buio della sua stanza, mentre fuori dalla finestra infuriano i botti del nuovo anno, Murielle accusa il suo destino e gli altri intorno a lei di crudeltà e indifferenza. “Delinquenti mi hanno fatta a pezzi se ne fottono del terzo e del quarto ognuno può crepare nel suo angolo i mariti cornificare le loro mogli le madri strapazzare i loro figli e nessuno parla bocca cucita mi fa schifo tutto questo riguardo che nessuno abbia il coraggio delle proprie opinioni.”
Questa volta non sono le convenzioni sociali ad irretire la figura femminile, ma un giudizio ancora più duro e spietato, quello del tribunale interiore che punisce, senza alcuna possibilità di assoluzione, le donne vittime della mancanza d’amore verso se stesse.
L’autrice quindi, facendosi da parte silenziosamente, mostra al proprio pubblico il quadro desolante di una paralisi interiore tipica della condizione femminile in chiave universale. Ostacolate dai propri mostri interiori (la dipendenza emotiva da legame convenzionali, la mania di perfezione e di dimostrare il proprio valore a tutti i costi, la pessima valutazione del proprio ruolo di madre agli occhi della società), le donne non si rendono conto che spesso si incatenano da sé. Simone de Beauvoir intende proprio creare una frattura nel cuore delle lettrici, affinché reagiscano a quei dettami sociali che le vogliono sottomesse e, soprattutto, che affrontino con se stesse una vera e propria battaglia che le conduca alla vittoria più importante: la stima di se stesse.
“La porta dell’avvenire sta per aprirsi. Lentamente. Implacabilmente. Io sono sulla soglia. C’è soltanto questa porta e ciò che v’è nascosto dietro. Ho paura. E non posso chiamar nessuno in aiuto. Ho paura.”
C’è un posto in cui nessuna rinuncia imposta dall’alto, nessuna raccomandazione proveniente dall’esterno, nessuna regola tramandata nei secoli, potrà mai violare. Quel posto è intimo, nascosto in un punto in cui chiunque, pur avendo la chiave, non riuscirà mai a entrare. È la fantasia, fervida e passionale, della donna, di qualunque donna. Che viva a Ovest, o all’Est del mondo, ogni donna sogna e alimenta la sua immaginazione con i racconti che fa a se stessa. E se in Occidente le donne sono libere di muoversi per strada con disinvoltura, di fare echeggiare le loro sonore risate per i vicoli più bui senza alcun timore di venire punite, anche dall’altra parte del mondo ci sono donne che, chiusi gli occhi, nell’oscurità della stanza, nelle tenebre del cuore, aprono lentamente uno spiraglio di luce e sognano.
Sognano di donne che possono tutto, vogliono esplorare quei posti quotidianamente inesplorati, quelli da cui esplode il piacere per fare pace con se stesse. Più una cosa è vietata, più la si desidera. Cosa succede, allora, a quelle donne a cui una vita intima, nel senso biblico del termine, viene negata? Lei vi si immergerà il più possibile per sfuggire a una quotidianità che la ignora come individuo in grado di vivere appieno la sua intimità. E Nikki, la ventenne londinese di origini indiane, protagonista di “Vite segrete delle donne Punjabi” di Balli Kaur Jaswal edito da HarperCollins, ignora che uno stuolo di donne, per lo più vedove, ogni settimana più numeroso, possa voler partecipare alle sue lezioni presso il tempio sikh di Southall, apparentemente di grammatica inglese, solo per ascoltare storie, quelle storie, segrete e scandalose, inventate e raccontate dalle donne della comunità sikh inglese.
Quando si candida per tenere i corsi di lingua inglese, Nikki vuole solo riscattarsi da una condizione di “fallita” sul piano professionale. Dopo aver rinunciato a completare gli studi universitari in giurisprudenza, si porta dentro il cruccio di aver deluso suo padre, appartenente alla vecchia generazione di Indiani trasferiti in Inghilterra, che sogna un futuro migliore per le sue figlie.
Niki non ha ancora trovato il suo posto nel mondo e stenta ad affermarsi. L’incontro con Kulwinder, organizzatrice del corso e referente della scuola del tempio in cui Nikki insegnerà, e con le donne della comunità sikh, darà un nuovo risvolto alla sua vita indolente. Invischiata in un mistero tutto al femminile, farà pace con la parte di se stessa che ha sempre evitato, riconciliando le sue origini alla nuova impronta di indiana integrata nella società inglese.
Intorno a lei si muovono altre figure femminili che matureranno nel corso della storia, come sua sorella Mindi, personalità docile alla ricerca di un compagno perfetto, Kulwinder, madre appesa a un forte dolore, e poi Tarampal, prigioniera del tarlo dell’invidia e della gelosia, la timida e altruista Sheena, e altre ancora, ciascuna con una storia segreta da portare allo scoperto. Il ritmo della storia è decisamente incalzante con picchi di tensione, specie verso l’epilogo, legata a personaggi misteriosi che per tutta la trama cospireranno contro le audaci donne.
Apparentemente scandaloso, il tema erotico del romanzo non si discosta affatto dal mondo orientale nel quale viene presentato. I testi di stampo sensuale della tradizione indiana più noti sono infatti Il Kamasutra e Le mille e una notte, caratterizzati stilisticamente da icastiche allusioni e dettagliate simbologie. Laddove la realtà diventa soffocante, le donne raccontate da Balli Kaur Jaswal si immergono in una dimensione fantasiosa senza confini e, come in una matrioska, nella narrazione ogni donna diventa protagonista di altre storie che affascinano il pubblico delle protagoniste, e allo stesso tempo rapisce i lettori dell’intero romanzo.
“Scusa mi sono lasciata trasportare” dice una delle donne al termine di un suo piccante racconto.“Non scusarti. È stato bellissimo. Il tuo racconto è ricco di dettagli vividi.”“È frutto dell’immaginazione di Sunita, non della mia.”“Sunita non sei tu?” chiese Preetam. “Anche tu hai un neo.”
“Vite segrete delle donne Punjabi” è un libro dalla trama accattivante che fa da ponte fra Occidente e Oriente nel binomio tradizione e modernità. È un romanzo misterioso come l’alcova in cui la donna, anche la più prigioniera, si adagia comodamente, per cominciare a sognare la sua vita segreta.