La siccità di Guido Conti

“La terra la lavori, ma il cielo non lo domini mai.”

Ci sono estati che segnano un confine nella vita, sono le estati in cui cambiamo pelle, quando ci accingiamo a compiere il rito di passaggio dalla fanciullezza all’età adulta. Sono i momenti in cui non ci riconosciamo più, sappiamo chi eravamo fino a pochi istanti prima, ma non capiamo chi stiamo diventando. Possiamo sapere chi non vogliamo diventare, pur nella consapevolezza che in fondo esistono catene difficili da spezzare. Restiamo in bilico, sulla soglia, passivi spettatori di un conflitto dilaniante, ma necessario per attraversare il confine. “La siccità” di Guido Conti è in primis un romanzo di formazione. Andrea è un adolescente dei giorni nostri che trascorre l’estate lontano dalla città e dai suoi compagni di scuola, aiutando il padre Pietro e lo zio Secondo nelle incombenze contadine. L’estate che si appresta ad affrontare è una delle più torride del nuovo millennio, durante la quale non piove: la terra ha sete e gli animali, deperiti e affamati, si avvicinano sempre più ai centri abitati; i tassi rivoltano le tombe nel cimitero alla ricerca del fresco; i cinghiali, debilitati, si accasciano nei greti dei fiumi, diventando carcasse per altre bestie; di notte, i lupi urlano impazziti. Succedono strane cose a Montù Beccaria, piccolo centro dell’Oltrepo’ Pavese, dove qualcuno, di notte, infilza teste di volpi mettendole ben in vista, di fronte alla casa del sindaco che, in un momento difficile per il raccolto e le condizioni del territorio, diventa bersaglio di scherno e rabbia da parte dei cittadini, aizzati in particolar modo da Pietro. Nel frattempo, nei pressi dell’abitazione di Andrea, al di là del bosco, nella frazione di Case Ferri, qualcuno è tornato da molto lontano. Si tratta di Bruno, un vecchio scontroso e a tratti sinistro, che compare dinanzi ad Andrea in maniera inaspettata. Attraverso i personaggi di Andrea, Pietro e Bruno, l’autore descrive le tre fasi della vita: fanciullezza, maturità e senilità. Andrea ama la sua terra, si rifugia nei boschi dove può osservare gli animali innocenti, ma allo stesso tempo sente l’urgenza di scappare lontano, fuori dalla provincia dura e brulla, per aprirsi a nuove prospettive di vita. Pietro è radicato alla terra, è parte del conflitto fra terra e destino, lotta per mantenere in vita i raccolti e assicurare un futuro ai luoghi natii. Bruno ha fatto ritorno alla sua terra, dopo essersene allontanato, in un passaggio ciclico che lo ricongiunge al suo Io autentico. Ama la solitudine, la vita agreste e bucolica in compagnia delle api. Dice: “Le api sono intelligenti, capiscono il tuo umore e hanno un’anima. Ti assaggiano.”
La siccità di Guido Conti - Bompiani, 2023
Oltrepò Pavese
Quando Andrea incontra Bruno per la prima volta, l’uomo stringe in mano un coltello. É un incontro ambiguo: pur avendone timore, Andrea si sente attratto dalla figura perturbante di Bruno, che con l’arma sembra proprio squarciare il velo che lo divide dalla sua fanciullezza, aprendogli il sentiero verso l’età adulta. Entrambi schivi e solitari, Andrea e Bruno stringono un legame, in cui è ravvisabile la nostalgia per l’età infantile, la comunione con la natura, dove ci si rifugia per sentirsi protetti e dove, infine, ci si stabilisce perché si comprende che quello è l’unico luogo che ci appartiene veramente. Con la sua durezza, l’impetuosità e la freddezza, Pietro irrompe in questo idillio e smuove la coscienza di Andrea, il quale in un primo momento smania di entrare a far parte del mondo adulto, vorrebbe accompagnare il padre e lo zio nelle scorribande notturne nei boschi, dall’altra scopre che forse quel mondo brutale non gli appartiene. “Suo padre non gli aveva mai fatto una carezza, non gli aveva mai detto una parola di lode, era un uomo venuto su dalla terra, e della terra aveva il cuore asciutto e scabro, con tutte le sue crepe.”
Giovannino Guareschi, biografia di uno scrittore di Guido Conti, Premio Hemingway 2008
Giovannino Guareschi, biografia di uno scrittore di Guido Conti, Premio Hemingway 2008
Quando finalmente li accompagnerà nella battuta di caccia, affronterà il suo il rito di iniziazione. Ma la vista del sangue e la ferocia verso gli animali lo destabilizzeranno, al punto che comincerà a ribellarsi all’autorità paterna. Pietro rappresenta, dunque, la forza conservatrice alla quale si oppone quella propulsiva di Andrea nella dialettica passato-presente, vecchio-nuovo. “La morte è come quando un cane sparisce”, pensò, “si perde. Gira e rigira ma non trova più la strada di casa.” L’estate della grande siccità significherà per Andrea proprio congedarsi dal passato e dalle figure a lui care, attraverso l’incontro con la morte e con le asprezze della vita dei campi. Ad accoglierlo ci saranno le braccia ruvide, ma ben salde, di Madre Natura, la quale dona, toglie, abbandona e insegna, in un divenire ciclico costante e immutabile.  

“Piove poco e quando piove, piove male”, commentò Pietro.

“Piove poco perché non avete fede” (…) “ … non c’è scienza che tenga. Non si domina il cielo.”

Il grande fiume Po di Guido Conti - Giunti 2020
Il grande fiume Po di Guido Conti – Giunti 2020. Premio Carlo Levi 2013.
La figura materna resta in ombra nella storia che racconta Conti, ma al contempo i suoi interventi sono ogni volta decisivi. Elvira racchiude in sé le prerogative femminili più arcaiche: protezione, empatia, sensitività. Si fa custode delle tradizioni, di quelle credenze popolari che si rivelano propiziatorie, come i rami di ulivo da bruciare e le due croci segnate con la scopa prima dell’arrivo del temporale, rito che risparmia dalla grandine i loro campi, dove “il tempo ha girato in maniera strana”.

“Questa è diventata terra di nessuno. Sono tutti morti quelli che abitavano queste tre case.”

“La siccità” di Guido Conti è un omaggio all’Oltrepò e alla sua gente che resiste alla trasformazione e all’annientamento che porta con sé la modernità. É un inno al legame autentico che si stabilisce con la terra natìa, nei confronti della natura di verghiana memoria con le sue contraddizioni, tanto malvagia quanto accogliente e protettiva. Come nelle novelle “Vita nei campi,” i sentimenti che guidano i personaggi sono: alacrità, dolore, solitudine, perdita di affetti, rabbia e vendetta verso le ingiustizie sociali. Gli agricoltori lavorano e lottano duramente e, impotenti di fronte alla siccità, soffrono in silenzio. Ma restano e combattono, perché amano la loro terra, dove la natura ha un’anima.

“Se la terra soffre, soffriamo anche noi. Se il bosco ha sete anche la nostra anima ha sete. L’aridità è nell’anima delle persone.”

Nella nota conclusiva, Guido Conti dichiara di essersi ispirato ai lunghi racconti che compongono la trilogia di Romano Bilenchi, “La siccità” “La miseria”, “Il gelo”, riuniti nel volume “Gli anni impossibili”. Dei racconti riprende molti temi, come l’esplorazione del mondo dell’adolescenza e il conseguente passaggio all’età adulta e la spietatezza della natura che richiama la sterilità sociale, ma a un secolo di distanza Conti si fa portavoce dell’impatto socio-economico che i cambiamenti climatici hanno sulle comunità rurali, quali i disordini sociali e il rischio delle ondate di malcontenti, inducendo a una urgente riflessione etico-morale, prima su tutte la responsabilità delle scelte individuali nei confronti delle generazioni future. Scheda del libro: La siccità di Guido Conti. Bompiani, 2023Autore: Guido Conti Genere: Narrativa Casa editrice: Bompiani Pagine: 192 Prezzo: Euro 17,00 ISBN: ‎ 978-8830119307   Guido Conti, scrittoreLa siccità, Bompiani 2023Chi è Guido Conti: parmigiano, è scrittore, illustratore, editore, saggista e insegnante. Ha vinto il Premio Chiara 1998 per i racconti de Il coccodrillo sull’altare, il Premio Selezione Campiello 1999 per I cieli di vetro, il Premio Hemingway per la critica 2008 con Giovannino Guareschi, biografia di uno scrittore e il Premio Carlo Levi 2013 con Il grande fiume Po. Tra i suoi romanzi, Il tramonto sulla pianura, Le mille bocche della nostra sete e Quando il cielo era il mare e le nuvole balene. Ha scritto e illustrato la saga della cicogna Nilou, tradotta in molti paesi. Come saggista ha pubblicato per Libreria Ticinum Editore Cesare Zavattini a Milano (1929-1939). Letteratura, rotocalchi, radio, fotografia, editoria, fumetti, cinema, pittura e La città d’oro. Parma, la letteratura 1200-2020. Come insegnante ha pubblicato Imparare a scrivere con i grandi. Da oltre vent’anni tiene laboratori di didattica della lettura e della scrittura dalle scuole elementari ai master universitari di comunicazione.

Intervista ai vincitori della prima edizione del Premio Letterario Città di Asti

Con una cerimonia all’insegna dell’arte e dell’amore per la cultura, si è conclusa, a fine gennaio presso i locali di Letteratura Alternativa Edizioni & Asti Art Gallery, la Prima Edizione del Premio Letterario Città di Asti. Durante la serata finale, che ha visto i quattro vincitori, uno per ciascuna sezione prevista (narrativa edita, narrativa inedita, poesia edita e poesia inedita) premiati dai giurati (l’artista e scrittore Pablo Toussaint; lo scrittore, fotografo e critico d’arte Roberto Portinari; il musicista e scrittore Francesco Landi; la book blogger e autrice Domizia Moramarco, e il Presidente Romina Tondo, Editore di Letteratura Alternativa Edizioni) il pubblico ha assistito alle esibizioni dell’ospite d’onore, il cantautore e musicista italiano Andrea Crimi. Di seguito, l’intervista ai vincitori delle quattro sezioni. ANDREA BLOISE, Primo Classificato nella sezione Narrativa edita Con “Storie di Lui” – La Caravella Editrice, Andrea Bloise ci parla di un uomo alla scoperta di se stesso, Lui, nella vita di tutti i giorni. Un uomo dal mondo interiore complesso e versatile che, tra riferimenti musicali, a ritmo scanzonato, e peripezie quotidiane di ordinaria frustrazione, affronta il presente accanto a Lei, punto fermo e imprescindibile. La narrazione, dal ritmo veloce e il tono ironico, rimbalza fra l’immediatezza del presente e la presa di coscienza di sé, mezzo con cui il protagonista si presenta al mondo. Ci racconti, in poche parole, chi è Andrea Bloise e cosa significa per te scrivere? «Salernitano di 37 anni, sono nato ufficialmente ad Agropoli, porta del Cilento, vivo da sempre a Salerno. Qui, a parte un anno e mezzo trascorsi a Roma tra il 2011 e il 2012, ho studiato, sono cresciuto e mi sono laureato in Semiotica del Teatro (triennale) e Comparazione mediale (magistrale). Tra la città di Arechi II e la località cilentana in cui sono venuto alla luce, ho sin qui costruito la mia vita tra le parole, il mare, le assi del palcoscenico e il tifo per la Salernitana. È difficile inquadrarmi con una sola etichetta: sono un attore e regista teatrale con ormai 20 anni di esperienza sulle spalle, sono un web designer, un copywriter, un correttore di bozze e un editor letterario. L’elemento che collega saldamente tutte queste mie attività e gli studi è sicuramente la parola, sia parlata che scritta. Sembra, dunque, una conseguenza naturale quella di essere diventato anche autore, un’ennesima sfaccettatura artistica nella quale trova più facile sfogo la mia personalità. Mentre in Teatro sono al servizio di un carattere, di un regista e di un drammaturgo, con la scrittura, paradossalmente, il velo cade, parole e pagine sono l’emanazione più diretta della mia essenza. Scrivere è, per me, un atto faticoso, ma, proprio per questo, una volta compiuto, è fonte di enorme gratificazione. Ci tengo a piacere prima a me stesso, altrimenti non rendo pubblico. Riconoscimenti e approvazione sono, poi, il suggello necessario, come gli applausi al termine di uno spettacolo teatrale.»  Che tipo di lettore sei e quali autori influenzano la tua scrittura? «Sono, innanzitutto, un lettore pessimo! Frammento, abbandono, riprendo, cambio, non sono costante. Ma, se un autore mi convince e intercetta il mio gusto, lo seguo. È il caso di Antonio Manzini, inventore di Rocco Schiavone, e Nick Hornby: del primo apprezzo e condivido la descrizione degli istanti, del secondo l’ironia e la qualità analitica delle relazioni. Di entrambi mi piace la profondità di scandaglio dell’essere umano, tanto nel pensiero razionale quanto nell’intimo più istintivo. Sono, poi, molto influenzato dal Teatro, come attore e regista mi sono confrontato, e spero di continuare ancora, con drammaturgie e personaggi di grande spessore, testi e battute che lasciano il segno in chi, poi, è destinato a riproporli in scena.» La scrittura per te è un rituale o un gesto istintivo che nasce da una improvvisa ispirazione? «La programmazione in testa c’è, ma, praticamente, scrivo quando sento di volerlo fare. L’ispirazione è un valore fondamentale della mia scrittura e l’intuito è centrale nel mio comporre, in quanto basato molto sulle associazioni di idee, sugli accostamenti di sensazioni a concetti e sui giochi di parole, tutti meccanismi mentali creativi caratterizzati da improvvisazione e intuito. Poi, però, la scelta dei termini è largamente soppesata.» Come è nata e come si è sviluppata l’idea dell’opera con cui hai partecipato alla prima edizione del Premio Città di Asti? «“Storie di Lui” è sia un libro con una narrazione che prosegue diacronicamente, con uno sviluppo di fatti e personaggi che avanza e matura dalla prima all’ultima pagina (e anche oltre, chissà…), sia un testo a episodi, ciascuno che si apre e chiude con una stessa parola, espressione o concetto, leggibile da solo o insieme agli altri. Ed è proprio così che è nato, a episodi: alcuni come appuntamenti settimanali, seguendo la pratica di esercizio scrittorio social, altri come momento di bisogno privato di portare avanti e a compimento il tutto, col chiaro intento di pubblicare.» Come hai vissuto la partecipazione al concorso e cosa ha rappresentato per te il riconoscimento ottenuto? «Il desiderio di partecipare per vincere era presente in me sin dal momento dell’iscrizione, non ne faccio mistero. Non tanto per volontà di primeggiare – non sono per niente un competitivo – quanto, piuttosto, per necessità di conferme e sprone a proseguire lungo questo percorso. Ho altri progetti narrativi e un premio, in questo esatto momento, è una spinta forte a portarli avanti. La motivazione che ha accompagnato il riconoscimento mi ha fatto decisamente piacere. Questo primo premio ha, inoltre, un valore affettivo particolare. Non mi è stato possibile essere presente alla cerimonia di premiazione per via del ricovero in ospedale di mio padre avvenuto nei giorni immediatamente precedenti e la notizia della vittoria è stata l’ultima cosa che gli ho comunicato, seppur ormai in rianimazione, prima della sua definitiva scomparsa lo scorso 13 febbraio. Credo di averlo comunque reso contento e soddisfatto di me.» DAVIDE GRITTANI, Secondo Classificato nella sezione Narrativa edita Con “La bambina dagli occhi d’oliva” – Arkadia Edizioni, Davide Grittani ci consegna una storia che spiazza, travolge e inquieta, in un crescendo emotivo che disgrega certezze e valori. “La bambina dagli occhi d’oliva” è il racconto perturbante della violazione dell’innocenza infantile, ma non solo, attraverso  una narrazione lucida, ma mai spietata, che  indaga le zone d’ombra dei luoghi familiari in cui si annidano pericoli e violenza più impensabili. Una scrittura immersiva e sensoriale che rapisce e rovescia ogni punto di riferimento al quale nella vita cerchiamo di ancorarci per non crollare. La storia narrata è un omaggio a Dolores O’Riordan, leader dei Cranberries. Ci racconti, in poche parole, chi è Davide Grittani e cosa significa per te scrivere? «Sono uno scrittore e giornalista, nato nel 1970. Mi occupo da sempre di scrittura, che ho sempre vissuto come un’urgenza personale. Scrivo sotto indignazione, nel senso che la scrittura per me rappresenta innanzi tutto un atto etico, nobilissimo, un atto fortemente identitario, attraverso cui conoscere a fondo una persona (un autore), ciò che pensa, ciò in cui crede, e ovviamente come scrive, che rispetto possiede della lingua, del suo impiego, delle sue straordinarie potenzialità. Ecco perché il più grande tradimento della scrittura per me è coinciso con l’accoglimento dello spettacolo e della televisione come “metri di paragone”, la letteratura che si misura con altri generi di intrattenimento – producendo solo gialli, triller scadentissimi, noir e altro materiale di trascurabile qualità – rappresenta a mio parere il più grande tradimento della letteratura intesa come “missione umana”, appendice testamentaria del libero pensiero.» Che tipo di lettore sei e quali autori influenzano la tua scrittura? «Non sono un grande lettore, non nel senso numerico del termine. Leggo 45/50 libri l’anno. Ma spesso li chiudo prima della trentesima pagina, quando un libro non ha niente da dire lo capisci dalle prime 7/10 righe. Basta leggere Il più grande criminale di Roma è stato amico mio di Aurelio Picca (Bompiani, 2020) per capire che da una certa visceralità, totalità, ampiezza, la scrittura non può prescindere. La scrittura è un gesto eroico, la lettura un gesto volontario. Farsi del male, per l’appunto volontariamente, con libri orribili, pur di portarli a termine, non ha alcun senso.» La scrittura per te è un rituale o un gesto istintivo che nasce da una improvvisa ispirazione? «É un atto etico, come detto prima. Prima di scrivere un romanzo, bisognerebbe fermarsi a riflettere per qualche mese sulla sua effettiva utilità, con grande approccio critico e soprattutto con grande coscienza. Che senso ha quello che vorremmo scrivere? Ce n’è davvero bisogno? Che impronta potrebbe lasciare il suo passaggio? Ecco, se tutti i miei colleghi si fermassero a riflettere un po’ di più su queste domande, in Italia avremmo la metà dei 73.000 libri che invece ogni anno vengono pubblicati, danneggiando un settore già in profonda crisi, illudendo i lettori di una presunta qualità che invece è solo supponenza. Per fortuna esiste ancora un sottobosco, il sottobosco dei piccoli editori che producono cose bellissime, spesso sconosciute ai più.» Come è nata e come si è sviluppata l’idea dell’opera con cui hai partecipato alla prima edizione del Premio Città di Asti? «Dal racconto della genesi di Profondo rosso, consegnatomi direttamente e personalmente dal maestro Dario Argento. Sotto le carte da parati dei nostri appartamenti ci sono messaggi criptati e confessioni segrete molto interessanti, perché raccontano di noi – anche delle nostre cose peggiori, delle più abiette – senza censure, senza pudori, senza convenienze di sorta. Ci si abbandona alla purezza dei muri, le pareti custodiscono da sempre la forma di comunicazione catacombale più antica nella storia dell’umanità. Ecco com’è nato La bambina dagli occhi d’oliva, un romanzo che non parla di pedofilia ma delle nostre responsabilità verso i bambini.» Come hai vissuto la partecipazione al concorso e cosa ha rappresentato per te il riconoscimento ottenuto? «Sono davvero felice del secondo posto al premio Città di Asti, che viene dopo diverse finali in altrettanti concorsi (ben sette) e dopo la vittoria al premio Alda Merini 2022 e dopo la vittoria al premio Città di Siena 2022. La bambina dagli occhi d’oliva è un romanzo che mi ha dato enormi soddisfazioni, ma anche molto dolore. Scrivere di quegli argomenti lascia senza pelle, senza difese. Ecco perché per il nuovo romanzo – prima di scrivere il quale mi sono chiesto molto approfonditamente se servisse o meno 😉 – ho scelto di intraprendere la strada dell’ironia, la musa più sfuggente e più intelligente di cui dispone il genere umano.» MARCO AVONTO, Terzo Classificato nella sezione Narrativa edita Con “Gli irredenti” – Morellini Editore, attraverso una scrittura immersiva e asciutta, Marco Avonto ci presenta un romanzo corale le cui voci narrano di degrado sociale e condizioni precarie ai margini di una immaginaria cittadina della provincia piemontese, alle quali i personaggi sembrano condannati da sempre e per sempre. Le loro vite (s)corrono sul filo di un rasoio già insanguinato. Con un linguaggio crudo e diretto, la narrazione procede nei dialoghi serrati che accelerano il ritmo in un crescendo della tensione che travolge e coinvolge il lettore, facendolo sentire spettatore attivo della messa in scena drammatica e realistica di uno spietato scontro generazionale della fine degli anni ’90, in una Italia di periferia abbandonata a se stessa.   Ci racconti, in poche parole, chi è Marco Avonto e cosa significa per te scrivere? «Scrivere rappresenta per me il modo per raccontare le storie e le vite dei personaggi che si susseguono nella mia mente. Raccontare storie è una cosa che mi è sempre piaciuto, fin da bambino, quando inventavo nuovi episodi delle saghe dei personaggi dei miei fumetti preferiti.» Che tipo di lettore sei e quali autori influenzano la tua scrittura? «Penso che ci sia una forte influenza di un certo tipo di letteratura americana nel mio stile, in particolare quella del Novecento; e se da un lato sento fortissima la fascinazione delle ambientazioni southern gothic dei romanzi di Faulkner o dei racconti di Flannery O’Connor, ho sempre amato e per certi versi ho trovato molte consonanze tra la scrittura asciutta, diretta e precisa dei minimalisti, Carver sopra tutti. Penso che nel tempo (ho iniziato a scrivere da ragazzo, ma “Gli Irredenti” è la mia prima opera pubblicata) la mia voce di narratore abbia incorporato elementi di questi grandi maestri che mi hanno ispirato fino a diventare, nel bene e nel male, quella di oggi: e tuttavia, visto che la stesura del romanzo ha richiesto un po’ più di un paio d’anni, ho trovato variazioni ed evoluzioni dello stile dalle prime stesure alle ultime revisioni. Il che mi conforta, perché significa che come tutte le cose vive anche lo stile cambia e si evolve.» La scrittura per te è un rituale o un gesto istintivo che nasce da una improvvisa ispirazione? «Seguo la regola del “20% ispirazione, 80% traspirazione”. Ossia l’idea, il nocciolo della storia, o magari anche solo una immagine o una sequenza (sia essa quella di apertura o un’altra, potenzialmente anche quella finale), possono colpirmi in un qualsiasi momento della giornata (o magari di notte, visto che soffro periodicamente di insonnia). Dopodiché applico, o cerco di applicare, un “metodo”, o per usare le tue parole, un “rituale”: tutte le sere devo scrivere almeno una pagina di materiale, e se proprio non riesco a produrre alcunché di nuovo, correggo e rivedo quello che ho fatto fino al giorno prima.» Come è nata e come si è sviluppata l’idea dell’opera con cui hai partecipato alla prima edizione del Premio Città di Asti? «L’idea mi è nata osservando (e per un certo periodo della mia vita) vivendo in un paesino di provincia, fortunatamente più ridente e meno cupo di quello che ho descritto nel romanzo. In effetti penso che il vero protagonista del mio romanzo sia il luogo, o meglio il non-luogo, che permea di sé tutte le storie, con i personaggi che in realtà da protagonisti diventano comprimari. E’ il luogo, è il contesto, che mi affascina. Mi sono immaginato un evento che sconvolge un insieme di esistenze ad un tempo torpide e torbide, e ho voluto provare a raccontare come le vite di questi “irredenti” ne siano toccate e che cosa ne derivi. E ho voluto provare a descrivere un luogo in cui, per citare i versi di una canzone rock dei Blackberry Smoke che trovo molto appropriata, “tutto sembra uguale, eppure non è più lo stesso”». Come hai vissuto la partecipazione al concorso e cosa ha rappresentato per te il riconoscimento ottenuto? «La partecipazione al concorso è stata una bella emozione: ma non quanto ricevere la comunicazione che ero entrato a far parte della sestina finalista del Premio, ovviamente. E ancora di più quando ho sentito il “maestro di cerimonie” che mi invitava ad andare a ritirare il premio per il terzo classificato! É sempre una sensazione bellissima quella di vedere il proverbiale frutto del proprio sudore che viene apprezzato… E tale è stata l’emozione sul momento che stavo ritornando a posto senza aver ritirato la statuetta!» ANTONELLA DE BEI, Prima Classificata nella sezione Narrativa inedita Con il suo romanzo inedito “Controvento”, Antonella De Bei narra la vicenda di un intenso legame fraterno che si sdipana su un duplice piano temporale: passato e presente, con un cambio di registro repentino, passando da un linguaggio più immersivo a uno più immediato e colloquiale. Il romanzo trova il suo punto di forza nell’impatto emotivo che emerge dal consolidato legame fraterno e nel riscatto di una maternità di cui viene svelata una innata ambiguità, oscillando fra inaspettate crudeltà e affrancamento dai luoghi più comuni che da sempre intrappolano il mito della maternità. Ci racconti, in poche parole, chi è Antonella De Bei e cosa significa per te scrivere? «Sono un’ex insegnante, appassionata alla scrittura da circa una quindicina d’anni, da quando una brutta ernia del disco mi ha costretta a letto per mesi. Cosa significa per me scrivere? Non riesco ad associare il verbo “scrivere” al coinvolgimento emotivo nella narrazione di un romanzo: si scrive una mail per una richiesta più o meno formale, o la lista della spesa prima di recarsi al supermercato. Per un romanzo opterei piuttosto per RACCONTARE ESPRIMENDO: un infinito più un gerundio che calzano alla perfezione, come un abito aderente prima di mettere su chili!» Che tipo di lettrice sei e quali autori influenzano la tua scrittura? «Quando insegnavo Italiano alla scuola primaria, ero solita ripetere ai genitori: “Non importa la tipologia di libri scelti dai vostri figli, l’importante è che leggano. All’inizio vanno benissimo anche le etichette delle bottiglie dell’acqua!” Ecco, le mie letture sono un po’così, investono una sfera molto variegata. Se dovessi pensare a un’autrice che mi piace in particolare, direi Mazzantini. Ho adorato il suo “Venuto al mondo”.» La scrittura per te è un rituale o un gesto istintivo che nasce da un’improvvisa ispirazione? «La scrittura per me è un richiamo. Passano giorni interi senza che mi sieda al computer in cerca d’ispirazione, poi d’improvviso, come una ventata d’aria buona in faccia, mi prende il desiderio impellente di buttar giù pensieri che evochino le mie emozioni. Le parole, eruttate alla rinfusa dal vulcano che mi ribolle dentro, vengono poi coccolate, lisciate con cura, sistemate in file ordinate per due, per ripulirle dal caos iniziale in cui hanno avuto modo d’essere.» Come è nata e come si è sviluppata l’idea dell’opera con cui hai partecipato alla prima edizione del Premio Città di Asti? «Il romanzo si articola in due momenti ben distinti: “Oggi…” riferito al presente, e “Ieri…”, basato sui ricordi di Antò e Giò, i due fratelli protagonisti. Per quanto riguarda “Ieri”, che descrive le violenze subite dai due personaggi durante l’infanzia, è frutto della mia esperienza come insegnante, e in particolare al momento in cui decisi d’espormi in prima persona, denunciando l’abuso sessuale di un padre nei riguardi della propria bambina. Purtroppo i servizi sociali preposti non riuscirono allora a interrompere quella spirale di violenza, e la mia alunna, dopo un breve allontanamento dalla famiglia naturale, tornò a essere vittima del carnefice che l’aveva messa al mondo. Il silenzioso grido d’aiuto di Claudia ha lasciato un solco profondo dentro di me. E solo oggi, attraverso le pagine di un romanzo, ho avuto occasione di dar voce a una bimba che ormai è donna e madre ma che, a differenza dei protagonisti di “Controvento”, non ha ottenuto alcun riscatto. Perché Claudia oggi è un’alcolizzata cronica, che si trascina da un ricovero all’altro per allucinanti crisi d’aggressività, in cui riversa la rabbia anche sui suoi stessi figli. Per fortuna il libro ha anche una parte decisamente più leggera, riferita al presente: l’unica fonte d’ispirazione è stata la nascita tanto attesa di Lorenzo, il mio Bollicino!» Come hai vissuto la partecipazione al concorso e cosa ha rappresentato per te il riconoscimento ottenuto? «Ho partecipato a diversi premi letterari, classificandomi per tre volte al primo posto. Ma la selezione al premio di Asti è arrivata in un momento particolarmente problematico della mia vita, che mi ha impedito di presenziare alla serata di premiazione. E abbattuta mi davo già per sconfitta, quando di primo mattino ho ricevuto una mail, la quale mi informava che il mio romanzo era risultato vincitore. È stato uno spiraglio di luce che mi ha dato forza nuova, una linfa vitale che mi sta sostenendo tuttora!» PLACIDO DI STEFANO, Secondo Classificato nella sezione Narrativa inedita Con “Apnea”, Placido Di Stefano narra di un uomo in fuga con sua figlia, dopo la separazione dalla moglie. Il romanzo è un viaggio che prosegue su plurimi binari, quelli del passato e del presente, a più voci, quella del padre e della figlia, e che ripercorre tutte le tappe di un amore, dal fulgore al tramonto, passando per l’importante punto di snodo che è la genitorialità. Apnea porta alla luce la crisi di una coppia contemporanea alle prese con la gestione del lavoro, la famiglia e il desiderio/necessità di avere tutto sotto controllo, che disorienta e atterrisce sino a far crollare il mito della famiglia (sempre) felice. Ci racconti, in poche parole, chi è Placido Di Stefano e cosa significa per te scrivere? «Placido Di Stefano è un siciliano trapiantato nel milanese. Diplomato in scrittura drammaturgica presso la Civica Scuola d’Arte Drammatica di Milano “Paolo Grassi”, ha vinto ed è stato selezionato in diversi concorsi letterari con racconti di vario genere (nei primi anni 2000). Tra il 2007 e il 2015 ha pubblicato due romanzi con la casa editrice peQuod di Ancona, entrambi finalisti in importanti premi nazionali. Negli stessi anni è stato a un passo dalla Mondadori. Per quanto riguarda il suo rapporto con la scrittura, a volte ha la sensazione di essere inseguito dalle parole, altre volte invece, è lui stesso a inseguire le parole. Questo gioco, apparentemente privo di senso e meramente metafisico, prende una sua forma nel momento in cui una storia si concretizza sulla carta.» Che tipo di lettore sei e quali autori influenzano la tua scrittura? «Sono il classico lettore da quattro/cinque libri sul comodino. Due nello zaino del lavoro. Uno in macchina. Due in ufficio. I miei autori di riferimento son parecchi. Vista l’età (52 anni), posso dividere le mie passioni in ere. Era autori americani del novecento (Lost Generation, Beat Generation, H. Miller, J. Fante, C. Bukowski). Era russi (Dostoevskij e Tolstoj su tutti). Era francesi (in particolare Flaubert e Hugo, ma anche i poeti maledetti). Poi gli austriaci Thomas Bernhard e Peter Handke. Più recentemente posso citare autori americani contemporanei quali DeLillo, D.W. Wallace, McCarthy. Tra gli italiani: Pasolini, Calvino, Balestrini, Tondelli, Fenoglio. Tra i contemporanei italiani: Genna, Nove, Trevisan. Comunque, se devo citare tre autori che mi hanno forgiato (soprattutto all’inizio del mio percorso): Kafka, Beckett, Céline.» La scrittura per te è un rituale o un gesto istintivo che nasce da una improvvisa ispirazione? «Visto che per vivere faccio altro (ovvio), la scrittura per me è un rituale, ovvero un ritaglio quotidiano necessario. Sono un pendolare che dalla provincia si sposta nella grande metropoli (Milano). Tutte le mattine, appena salgo sul treno, scrivo per mezz’ora. Lo stesso al ritorno. La sera, dopo aver messo a letto i bambini (ho due figli di 9 e 11 anni), scrivo per un’altra oretta. In pausa pranzo invece, approfitto del tempo libero per leggere.» Come è nata e come si è sviluppata l’idea dell’opera con cui hai partecipato alla prima edizione del Premio Città di Asti? «“Apnea”, il romanzo che ha partecipato al Premio Città di Asti, ha avuto una gestazione piuttosto lunga. È il mio quarto romanzo scritto (per la cronaca, sono arrivato al sesto). In origine aveva un altro titolo e una struttura diversa, pur mantenendo lo stesso plot. È passato al vaglio di qualche agente letterario. Ha subito tagli. Rivisitazioni. Editing. Finché, dopo qualche anno, è arrivato alla sua stesura definitiva. L’idea nasce da un articolo di cronaca (un padre separato che porta via con sé la figlia). La prima bozza era sotto forma di racconto breve. Poi ci ho mescolato vicende personali sotto forma di fiction e nel tempo il manoscritto si è trasformato nel romanzo attuale.» Come hai vissuto la partecipazione al concorso e cosa ha rappresentato per te il riconoscimento ottenuto? «Ho pubblicato il primo romanzo nel 2007. Il secondo nel 2015. Non sono mai stato abile nelle pubbliche relazioni. A un certo punto, nonostante il curriculum, ho avuto difficoltà a trovare una casa editrice. Poi mettiamoci anche la vita di tutti i giorni, la famiglia, e via discorrendo, ho perso i contatti e non sono riuscito a ripristinarli. Nel frattempo il mondo è cambiato. Anche i riferimenti sono cambiati. Ho pronto diverso materiale. Per capire se è materiale pubblicabile (ovvero coerente, ben scritto, etc.), invio i diversi lavori ai concorsi letterari. Nell’ultimo anno ho raggiunto cinque finali con tre romanzi inediti diversi. Quando raggiungo una finale, penso di aver fatto un buon lavoro. E il Premio Città di Asti con la gratificante motivazione della giuria, me lo ha confermato in modo ulteriore.» DIEGO BALDASSARRE, Primo Classificato nella sezione Poesia edita Nella silloge poetica “6090” (SessantaNovanta) – Il Convivio Edizioni, scorrono frammenti di vita quotidiana che confluiscono nella riflessione esistenziale di un uomo che cresce e si interroga dinanzi al passare del tempo. Nei versi di Baldassarre si coglie l’urgenza di affidarsi al potere salvifico della poesia, risposta al vivere veloce e confuso contemporaneo. Ci racconti, in poche parole, chi è Diego Baldassarre e cosa significa per te scrivere? «Sono nato a Roma nel 1969 e, dopo aver girato l’Italia da nord a Sud, da circa 20 anni risiedo tra le accoglienti colline sopra Pistoia. Alterno l’insegnamento alle scuole superiori con la libera professione di Agronomo.Scrivo poesie dall’età di 12-13 anni. Ho sempre filtrato il mondo attorno a me attraverso la poesia ed è stata, per lunghissimo tempo, una passione privata. Praticamente non ho pubblicato nulla prima dei 40 anni e l’ho fatto su pressione di amici che avevano letto i miei scritti. Se non scrivo per troppo tempo mi sento nervoso, come se cercassi qualcosa che non riesco ad afferrare e che però sento indispensabile per l’equilibrio interiore. In sostanza scrivere, per me, è una necessità.» Che tipo di lettore sei e quali autori influenzano la tua scrittura? «Direi che come lettore sono piuttosto onnivoro. Leggo romanzi, saggi scientifici, ogni tanto fumetti e molta poesia. Solitamente, leggo contemporaneamente un libro di prosa e uno di poesia. La mia scrittura poetica non credo che sia influenzata dall’autore che sto leggendo in quel momento o da quello che ho letto poco prima. Leggere poesia, in realtà, consente di calarmi in una atmosfera interiore che a sua volta stimola il pensiero poetico. Il mio “pantheon” sarebbe sterminato ma alcuni poeti hanno influenzato il mio modo di percepire la scrittura poetica più di altri. Il primo, incontrato alle medie, è stato senza dubbio Giacomo Leopardi; poi, al liceo, Eugenio Montale ed infine, in età adulta, Valerio Magrelli. Ognuno di loro, a suo modo, ha influito enormemente sul mio modo di concepire la poesia.» La scrittura per te è un rituale o un gesto istintivo che nasce da una improvvisa ispirazione? «Come scritto prima, per me scrivere è una necessità ma il percorso creativo non è quasi mai lineare. Sicuramente una poesia nasce da una intuizione, spesso da un solo verso da cui iniziare. Dopo, però, segue una fase di gestazione che in genere dura fintanto che la poesia non viene pubblicata. Quando non ho l’ispirazione per una nuova poesia, mi dedico alla limatura di quelle già scritte. Per cui probabilmente è un rituale preceduto da un gesto istintivo.» Come è nata e come si è sviluppata l’idea dell’opera con cui hai partecipato alla prima edizione del Premio Città di Asti? «“6090(SessantaNovanta)” è un libro nato durante un periodo della mia vita in cui non ero soddisfatto di quanto facevo. La sua gestazione è durata circa 3 anni durante i quali ho cercato di evadere, come il protagonista, da una situazione di blocco esistenziale. Contemporaneamente ho portato avanti una ricerca sull’utilizzo del verso, sulla sua sonorità e sul suo posizionamento nella pagina scritta. Quando ho terminato di assemblare il libro e ho dovuto cercare il titolo, ho pensato che il numero del cartellino che dovevo timbrare ogni giorno sul luogo di lavoro fosse quello adatto. Il libro è stato poi premiato in un concorso organizzato dalla casa editrice “Il Convivio” e successivamente pubblicato. Nello stesso periodo anche la mia situazione personale è voltata al meglio, avverando l’auspicio di evasione contenuto nel libro. Quando si dice che letteratura e vita si intrecciano.» Come hai vissuto la partecipazione al concorso e cosa ha rappresentato per te il riconoscimento ottenuto? «Ho partecipato quasi per caso al concorso. Ho degli amici a Canelli e quando ho visto la pubblicità del concorso ho pensato a loro e mi sono iscritto. Il destino sceglie sempre strade contorte per attuare i suoi progetti. Prima di rispondere alla seconda parte della domanda devo premettere che questo libro è tra quelli che mi hanno dato maggiori soddisfazioni, avendo ottenuto quattro podi e molte menzioni. Però non aveva mai ottenuto un primo premio. Quindi l’annuncio di aver vinto Il “Premio Letterario Città di Asti” mi ha riempito di infinita gioia. Soprattutto per il libro. L’unico profondo dispiacere è stato quello di aver avuto la notizia per telefono da un mio amico che sono stato costretto a delegare. Sfortunatamente mi risultava impossibile conciliare gli impegni di lavoro con la data della premiazione. Dal vivo penso che l’emozione sarebbe stata ancora maggiore. Comunque, dopo la notizia, ho brindato in famiglia con un ottimo spumante di Asti.» FRANCO FILICE, Secondo Classificato nella sezione Poesia edita La silloge poetica “La neve in tasca” – Oedipus Edizioni, racconta in versi esperienze di vita, di fusione di radici, personali e letterarie, che da valori di stabilità diventano al contempo strumento di apertura e allontanamento dai luoghi rassicuranti e familiari. È così che il poeta, con un pugno di neve in tasca che si scioglie a ogni suo passo, evapora nei suoi versi, fra rarefatte caligini, una sapienza acquisita che lo innalza in un volo sempre più leggero, vagando con i suoi occhi meravigliati “in una galassia remota/ che riluce di altri colori.” Ci racconti, in poche parole, chi è Franco Filice e cosa significa per te scrivere? «Scrivere per me è uscire dalla comfort zone della vita quotidiana con tutta la sua routine e le sue prevedibilità ed esplorare nuovi mondi e nuovi modi di essere. Insomma cercare di travalicare l’orizzonte. L’approccio alla scrittura mi è stato facilitato dal mestiere che faccio, il traduttore letterario, che è una forma di “scrittura per conto terzi”.» Che tipo di lettore sei e quali autori influenzano la tua scrittura? «Nella mia vita sono stato e sono tuttora un lettore onnivoro. Da laureato in Germanistica ho evidentemente privilegiato la lettura di lingua tedesca, appassionandomi in particolare a Kafka e Brecht. Ma penso che la mia scrittura sia debitrice non solo ad altre letterature, come quella russa, per esempio, a Marina Cvetaeva, Anna Achmatova, Majakovskij, per quanto riguarda la poesia, a Dostoevskij e Gogol nell’ambito della narrativa. Va da sé che sono un appassionato della letteratura italiana del Novecento in particolare: Calvino, Pasolini, Pavese, Ungaretti, Montale, Moravia… Un autore che ho apprezzato incondizionatamente è sicuramente Fernando Pessoa rispetto al quale avverto una chiara affinità legata alle tematiche esistenziali. Ma la mia scrittura è frutto anche di passioni extra letterarie che ho coltivato negli anni: dal cantautorato genovese (De Andrè, Tenco…), passando per i testi e le musiche delle Orme e del Banco del Mutuo Soccorso per arrivare alla malinconica poesia cinematografica di un Angelopoulos o di un Kiarostami.» La scrittura per te è un rituale o un gesto istintivo che nasce da una improvvisa ispirazione? «Per me la scrittura scaturisce da un’improvvisa ispirazione. Mi capita talvolta di svegliarmi di notte con un’immagine, una visione, una parola, un aggettivo particolarmente pregnante. In questi casi afferro subito lo smartphone per non perdere l’ispirazione del momento, prendo un appunto vocale e il giorno dopo procedo alla stesura.»  Come è nata e come si è sviluppata l’idea dell’opera con cui hai partecipato alla prima edizione del Premio Città di Asti? «Ho partecipato alla prima edizione del Premio Città di Asti perché istintivamente mi ha ispirato. Non saprei spiegare razionalmente perché. Forse perché è la città di Paolo ConteCome hai vissuto la partecipazione al concorso e cosa ha rappresentato per te il riconoscimento ottenuto? «Purtroppo non ho potuto partecipare di persona al concorso, neanche alla cerimonia conclusiva, e me ne rammarico. Il riconoscimento ottenuto per me è molto importante perché finora è il più prestigioso riconoscimento che la mia raccolta poetica “La neve in tasca” abbia ottenuto. Di questo sono naturalmente molto grato alla giuria per averne riconosciuto il valore letterarioROBERTO CASATI, Terzo Classificato nella sezione Poesia edita “Appunti e carte ritrovate” – Guido Miano Editore, è il canto moderno dell’uomo messo a nudo dinanzi alla forza penetrante e conturbante di Eros, di una potenza che spiazza, confonde, ma sempre attira a sé. Al centro il cuore del poeta, scosso dai tumulti di onde ora violente ora quiete, da quel mal d’amore (di vita) che coglie nel mare sconfinato in tempesta, dove il cuore ogni volta si perde come quando il poeta confessa: “non resta che amarti (…) adesso che vorrei, più di prima, / accarezzare il profilo delle isole / e accompagnarti verso il naufragio…” Ci racconti, in poche parole, chi è Roberto Casati e cosa significa per te scrivere? «Mi sono interessato da sempre di poesia, pur non avendo fatto un percorso scolastico che prevedesse studi classici. Sono un informatico della prima ora, quelli per intenderci che avevano il dominio assoluto sulle parole “elaborazione dati” e che in azienda venivano visti come degli stregoni. Detto questo mi è sempre piaciuto scrivere, ho iniziato con piccoli racconti e quasi subito sono passato alla poesia. Scrivere è un’esigenza, anche quando per circa quindici anni non ho pubblicato, ho sempre scritto, o forse cercato di scrivere cose che non sempre mi hanno soddisfatto.» Che tipo di lettore sei e quali autori influenzano la tua scrittura? «Sono un lettore appassionato, negli ultimi anni sto veramente leggendo molto, opere di autori affermati e riconosciuti ma anche molte opere di autori conosciuti solo nella ristretta cerchia dei cultori di poesia. Nel tempo gli autori che più mi hanno influenzato sono stati certamente Cesare Pavese e Pablo Neruda, personaggi con poetica molto distante una dall’altra ma egualmente importanti e fondamentali nella mia ricerca. Tra gli autori contemporanei Paolo Ruffilli è quello che più mi ha influenzato nel modo di scrivere che per me deve essere il più asciutto possibile. Sono d’accordo con lui quando dice che la poesia è l’arte del togliere, arrivando alla concisione senza per questo sconfinare in un anacronistico ermetismo.» La scrittura per te è un rituale o un gesto istintivo che nasce da una improvvisa ispirazione? «La scrittura poetica per me è atto che partendo dall’ispirazione (uno sguardo, un evento, una frase letta, un sentimento che prende il sopravvento) richiede poi un rituale fatto di applicazione, ricerca, lavoro di approfondimento, definizione, ricerca del verso e nel verso delle singole parole. A volte è anche fatica.» Come è nata e come si è sviluppata l’idea dell’opera con cui hai partecipato alla prima edizione del Premio Città di Asti? «Ci arrivo ma prima racconto un po’ la mia storia. Nel 1984 ho pubblicato il mio primo libro “Amore e disamore”, il cui inedito è stato premiato con una segnalazione l’anno precedente da una giuria presieduta da Carlo Bo (Premio Spiaggia di velluto), critico di fama nazionale e che Giorgio Barberi Squarotti e Franco Piccinelli hanno considerato favorevolmente. Nel 1986 è uscita la raccolta “Roma e Alessandra” per le Edizioni Tracce di Pescara, il cui inedito è stato segnalato a Roma da una giuria presieduta da Maria Luisa Spaziani, avendo in seguito vari riconoscimenti. Incoraggiato da Paolo Ruffilli, poeta e critico dei più conosciuti, ai tempi direttore editoriale delle Edizioni del Leone, ho pubblicato la trilogia del viaggio composta da “Coincidenze massime” (1988), “Ipotesi di fuga” (1992) e “In navigazione per Capo Horn” (1999), che hanno ottenuto unanime consenso di critica. Negli anni 2000 ho pubblicato alcuni testi in antologie e della mia opera si è interessato soprattutto Guido Miano Editore, proponendomi nel 2016 una raccolta antologica delle mie opere con note critiche pubblicata con il titolo “Carte di viaggio”. E arriviamo a parlare di “Appunti e carte ritrovate” pubblicato ad ottobre 2020 da Guido Miano Editore. Questa raccolta è frutto di una ricerca di parole, frasi, pensieri scritti in più di 30 anni (tra il 1988 e il 2020). Ricerca fatta nel periodo di lockdown di marzo/aprile dello scorso anno, quando quella situazione ha colpito profondamente la nostra anima e mi ha spinto a fermarmi, riprendendo pensieri e parole, fino a renderle più profondamente grezze, forti da colpire il cuore. Questa raccolta rimarca il senso della mia ricerca poetica che si racchiude tutta nel “viaggio”. Viaggio che è soprattutto interno, viaggio dell’anima nell’anima, fatto di emozioni, carezze e segreti tutti da svelare alla donna amata.» Come hai vissuto la partecipazione al concorso e cosa ha rappresentato per te il riconoscimento ottenuto? «Quando ho trovato sul web il bando relativo al Premio Città di Asti ero un po’ restio a partecipare, perché la prima edizione di solito si porta dietro un parterre di partecipanti non particolarmente qualificati, magari qualche problema organizzativo, forse una cerimonia finale che non è particolarmente seguita. Poi ho deciso per la partecipazione e devo dire che nessuna delle mie remore si è dimostrata fondata. I partecipanti erano di primo livello, l’organizzazione è stata perfetta e la partecipazione all’evento finale è stata ottima. Per quanto mi riguarda, personalmente sono felice del riconoscimento che ho ricevuto, perché mi ha dato conferma che il mio ritorno alla pubblicazione aveva un senso, che quello che avevo da dire e che ho pubblicato ha avuto un seguito. Il libro ha ricevuto una dozzina di premi da podio e una trentina tra segnalazioni e menzioni. Molte sono le recensioni pubblicate su varie riviste e blog letterari, tra questi segnalo “Menabò online”.»  ELEONORA ROSSI, Prima Classificata nella sezione Poesia inedita   L’inedita silloge “Testamento del mare” presenta una poetica dallo slancio emotivo dotato di essenzialità espressiva che si avvale di immagini vivide, marine, estive, al confine dell’autunno, metafore di una esistenza fugace, dal moto incontenibile, così come recita un verso: “prova tu/a essere/un mare/senza onde.”   Ci racconti, in poche parole, chi è Eleonora Rossi e cosa significa per te scrivere? «La scrittura per me è una lacrima: scioglie i nodi interiori, libera. La scrittura è la mia voce senza filtri, corpo e anima insieme. Sono arrivata alla parola poetica dopo diverse esperienze di scrittura, dal giornalismo al saggio critico, e ho constatato come il linguaggio razionale, da solo, mostri un limite: non riesce a spiegare quello che si può unicamente sentire.» Che tipo di lettrice sei e quali autori influenzano la tua scrittura? «Tra i poeti che sono entrati a far parte della mia biblioteca interiore metterei al primo posto Giuseppe Ungaretti e accanto a lui Giovanni Pascoli, Antonia Pozzi, Eugenio Montale, Corrado Govoni, Salvatore Quasimodo. Sono voci poetiche nelle quali sento verità, capacità di mettersi a nudo e di testimoniare. I loro versi sono inattaccabili. Tra i narratori ho sempre amato Tolstoj e Dostoevskij, la loro capacità di scavare nell’animo umano e di raccontare l’indicibile; per la stessa ragione ammiro scrittrici coraggiose come Delphine De Vigan.» La scrittura per te è un rituale o un gesto istintivo che nasce da una improvvisa ispirazione? «Per me scrivere è un gesto istintivo, naturale, una sorta di reazione ‘a pelle’. Mi piace stare in ascolto e porto sempre con me un taccuino, perché le parole mi vengono incontro, a volte scivolano senza preavviso in una giornata incolore, illuminandola. Se non le trascrivo immediatamente, sono perdute.» Come è nata e come si è sviluppata l’idea dell’opera con cui hai partecipato alla prima edizione del Premio Città di Asti? «Ho composto Testamento del mare a partire dal 2020, in un periodo che non potrò scordare perché credo che la pandemia abbia messo alla prova ognuno di noi. In quei mesi ho perso mia madre e da lì a poco una delle mie amiche del cuore, Isa, alla quale ho dedicato la silloge. Testamento del mare è un discorso aperto con l’esistenza, con l’infinito. Il mare diventa una persona da ascoltare, alla quale chiedere risposte; sulla linea dell’orizzonte la schiera degli ombrelloni chiusi sono «puntati in fila a giustiziare il cielo», come un plotone d’esecuzione. Perché in questa silloge ho tentato di raccontare l’inquietudine del vivere, il destino di ogni essere mortale, ma al tempo stesso l’anelito a lasciare una traccia, sia essa soltanto una parola o un battito nel cuore di chi abbiamo amato. Il Testamento del mare è scritto su pagine di terra, la terra che mi è madre: le mie radici sono piantate nella pianura ferrarese, tra zolle allattate dalla nebbia. Il libro è una sorta di invito a scoprire nel vuoto la pienezza del vivere; a imparare dalle onde e dalla nebbia la legge dell’universo: l’impermanenza. Molti dei componimenti sono una riflessione sulla morte, che quando ci sfiora ha il potere di farci amare ogni minuscola fibra della vita: dal respiro all’intima felicità di “abitare una lacrima”.» Come hai vissuto la partecipazione al concorso e cosa ha rappresentato per te il riconoscimento ottenuto? «Il 29 gennaio 2023 resterà per me una giornata indimenticabile: ero partita con poche aspettative perché essere tra i sei finalisti per me rappresentava già un traguardo. La cerimonia è stata magnifica, grazie alla giuria appassionata e alla voce unica del cantautore Andrea Crimi. Un’atmosfera di attesa e di trepidazione che per me si è rivelata un crescendo (e poi un cortocircuito) di emozioni: il mio nome è stato pronunciato per ultimo, alla fine della premiazione, e non sono riuscita a trattenere le lacrime per la gioia. Il premio è stata anche l’occasione per conoscere Asti, che non avevo mai visitato, una città raccolta, preziosa, una perla di arte e di cultura. Il riconoscimento ottenuto per me è davvero importante: una giuria di professionisti ha creduto nelle mie parole e ha scelto di pubblicarle. Sono profondamente grata per questo premio, che mi onora e dà un profondo valore al mio scrivere.» Per la fine dell’anno è prevista la pubblicazione da parte di Letteratura Alternativa Edizioni di una antologia contenenti i brani della sestina dei finalisti della Prima Edizione del Premio Letterario Città di Asti.

Sangue di cane di Veronica Tomassini

Seguo Veronica Tomassini sui social e, come mi accade quasi sempre, quando voglio scoprire un autore, comincio dalle origini, voglio andare al cuore, là dove comincia il cammino del sangue. E in questo caso, il cuore degli inizi di Tomassini non è di quelli che palpita e si inebria, ma è un cuore nero, squarciato, che lacrima. Lacrima pena e speranza. Sto parlando di “Sangue di cane”, Laurana Editore, anno 2010, che parte così: “Marcin era morto. Io avevo i pidocchi. Cioè successe nello stesso momento, Marcin cagava sangue, stava morendo, beveva e cagava sangue. Io invece avevo prurito ovunque, dietro la nuca soprattutto. “C’hai la rogna”, mi diceva Tano, il pescatore, l’amico di Ivona. Ma Ivona stava con Marcin e Marcin stava morendo perché cagava sangue.Io stavo con Sławek, Sławek Raczinski di Radom, Polonia. Mi ci portò Sławek in quel posto di merda, una casa a due piani, zona residenziale, bordello con mignotte dell’est, cuscini a forma di cuore, camere personalizzate, condom personalizzati, fellatio personalizzate. I pidocchi li presi prima comunque.” Un incipit crudo, diretto, impattante, di quelli che non immagini possano essere stati scritti da una penna femminile. Non che le donne non producano opere destabilizzanti e urtanti, solo che le prime righe di “Sangue di cane” ti proiettano subito ai margini di una scrittura sporca, fatta di parole guaste che crea atmosfere perturbanti. Ma Tomassini non scrive per stupire, scrive per salvarsi. Lo si scopre andando a fondo in questa torbida, disperata, ma al contempo rutilante storia. Sì, perché la vita pulsa sotto le macerie, e solo poche anime escono vive, sebbene martoriate, dal lungo viaggio al termine della notte. E non si è più gli stessi, è vero, ma si ha ancora l’ostinata voglia di ricominciare. Ricominciare, nonostante tutto. “La vita degli altri mi appariva una pallida imitazione della mia medesima. Senza acrobazie, extrasistole, senza fiato corto e gambe veloci, cosa restava di niente? Niente. Per cui il mondo per me fino ad allora era niente? Sì, esatto. Era niente. Fino ad allora, fino a Sławek. A uno sputo da Sławek.” L’autrice racconta delle braccia che si svuotano per sollevare le sorti degli emarginati, perduti e incompresi, nonostante le barriere sociali, nonostante le ferite che segnano il corpo per l’immane fatica di poter realizzare un sogno che, da personale, assume un significato sociale, facendosi universale. Scheda del libro: Sangue di cane di Veronica Tomassini - Laurana Edizioni, 2010Autore: Veronica Tomassini Genere: Narrativa Casa editrice: Laurana Editore Pagine: 230 Prezzo: Euro 15,20 ISBN: 978-8896999028   La scrittura di “Sangue di cane”: La scrittura procede a ritmo veloce, per frammenti. Rapisce e fa sobbalzare le viscere, come se si viaggiasse su una utilitaria dagli ammortizzatori dilaniati, ad alta velocità, in un susseguirsi di pericolose cunette. “Entrambi vivevamo con la falsa percezione di un rifiuto a priori, roba da sfigati. Tu perché vivesti da figlio di zoccola certificata nell’orfanotrofio di Konskie fino a dieci anni, poteva andarti peggio tuttavia, poi una madre ti è venuta in soccorso, l’alter ego di colei che abdicò. Io piuttosto incline al melodramma, con una precisa opinione rispetto all’elemento fato, fato senza pathos. Ma soltanto fino a un po’. Fino a quando non incrociai la via dei dannati, cioè la tua. Sì, misek, mi hai guarito. E insieme abbiamo attraversato un ponte. Bisognava dimostrare coraggio, e io, a mio modo, lo dimostrai, non retrocedendo.”
Mazzarrona di Veronica Tomassini - Miraggi, 2019
Mazzarrona, Miraggi, 2019, è il romanzo di Veronica Tomassini candidato al Premio Strega 2019.
La voce narrante è una anima alla deriva, che oscilla fra realtà, grigia, e estasi, rossa e nera, nei confronti di un uomo che non ha freni, un disadattato alla vita, che vive di pulsioni e istinti primordiali, come le bestie, un selvaggio in una gabbia, vittima di ancestrali percosse e ingiusti abbandoni. I due protagonisti sono anime smarrite, senza centro, che si incontrano e si scontrano, abbattendosi a vicenda. C’è il rosso di una passione sfrenata, meccanica e perversa, e il nero dell’ignoto e della morte. Perché i due personaggi muoiono in continuazione, cedendo ogni volta a un male di vivere sfiancante. “Puzzavi di vomito, ti eri fatto addosso, dormivi che sembravi piccino e impaurito. Ti amai di più così piccino e impaurito. Il piccolo orfano, figlio di puttana con pedigree.” Nella scrittura prima di Veronica Tomassini si ravvisano echi sia della letteratura russa, nell’introspezione e l’indagine morale, con le sue contraddizioni, dei personaggi, sia americana, nello specifico quella della beat generation, una scrittura che, per dirla alla Jack Kerouack, grida irrequieto come l’hipster, ma ancor prima dell’antesignano Henry Miller. Tomassini utilizza una scrittura corporale, che trattiene alla pagina la narrazione degli eventi con descrizioni rudi e incisive, e soprattutto in questo richiama Miller, che scrive in maniera diretta, senza sconti e pruriti moralisti quando racconta l’inferno della società contemporanea occidentale, il vuoto dell’individualismo in cui è precipitata. È, dunque, una scrittura che nasce dallo sporco, dalla depravazione sociale e, proprio come intendeva Baudelaire, estrae la bellezza dal male. Lo sguardo di Tomassini si posa sul male e scorge bellezza, rendendo sacra ogni stortura. Perché colei che racconta, attraverso il suo sacrificio (dal latino “azione sacra”) fa (ri)nascere la vita dalle crepe, e questa è poesia, vera e viscerale, l’unico modo con cui avrebbe potuto narrare le vicende, l’unico modo che ha l’autrice di guardare il mondo. “Siracusa procedeva oltre, noi eravamo ratti nel tombino, il nostro squittio avrebbe detonato vanamente. Fuori le mura del nostro recinto di sciagurati, redivivi sullo Stige, avremmo trovato un’uggia criminale, il modico affannarsi di una città amena, che avrebbe sbadigliato tutto sommato dinanzi al vituperio.” Il messaggio di “Sangue di cane”: Della protagonista non si conoscerà il nome per tutta la storia, per lui, invece, il polacco Slawek al quale la voce narrante si rivolge con il tu, è presentato come un uomo bello, di “una bellezza antica, compromessa da un dolo secolare”, che la prende per mano e la conduce nel posto più degradato, là dove finisce la Siracusa per bene: “la casa della morte”, un rifugio di alcolisti, drogati e barboni, maleodorante, dove la speranza sembra finita per sempre. O forse è lì che la protagonista sente nascere qualcosa, quel qualcosa di sconosciuto che la attira: l’abisso, dove si sporge, precipita e si schianta inesorabilmente, con tutta stessa, perdendo il controllo del corpo e la stessa anima, forse quella che cercava da sempre, che cerchiamo tutti da sempre, in un presente che non regala più carezze disinteressate. Finisce in un girone dantesco senza scampo. Ma nella cronaca di questo amore malato, la voce resta lucida: l’oblazione verso il polacco si carica di una aurea sacrale, indiscutibile e assoluta, un episteme inscalfibile, da trattenere nella memoria come un salmo da recitare con devozione.
L'inganno di Veronica Tomassini - La Nave di Teseo, 2022
L’inganno – La nave di Teseo è lìultimo romanzo di Veronica Tomassini, pubblicato nell’ottobre 2022.
“Il nostro amore faceva paura al mondo, gli dei dell’Olimpo storcevano il naso. No, Sławek, noi avevamo il fervore dei condannati a morte a tenerci su, l’ultimo anelito sul palmo, pronto a convertire la perniciosa riluttanza che il destino ci consegnò brevi manu, scambio equo e paritetico su cui misurare la veemenza di un dono. Perché l’amore è un dono, niente è mio se non per dono. Se non perdono, tutto unito. Perdono e per dono, non è un gioco di parole, è una verità terrificante.” “Sangue di cane” è, quindi, la cronaca di un amore, vissuto al limite, nel parossismo di un’ossessione di salvezza morale. L’amore per Slawek strappa la protagonista dalla parvenza di normalità borghese e la trascina in una passione tormentata, una passione che nasce dalla pietà, dalla misericordia. La protagonista ama così come una suora può amare il mendicante che bussa alla sua porta. Lo accoglie sul suo grembo, lo nutre, lo lava, lo rivà a prendere quando, ogni volta, smarrisce la via. È certa di poterlo purificare, di liberarlo dal male. Salvare si può, a che prezzo, però. Al prezzo di una dura lotta contro il mondo che non vede redenzione. E invece la protagonista ci crede, nonostante i rari vacillamenti, l’autolesionismo e i tradimenti subiti, che dal buio si esce. Si esce grazie a un amore assoluto, quello di cui parla l’Altissimo, che tutto sa di noi. È l’amore che la protagonista, nonostante la sua presenza silenziosa nel mondo – il gracile corpo e l’innata timidezza – scorge negli occhi del suo prossimo, caduto nella miseria della propria anima. Si aggira tra i morti come una Persefone misericordiosa che allunga le mani per concedere una nuova possibilità.
“(…) incontrando te ho giustificato la mia presenza. Ti fornisco una bella metafora: io, ronzino con le ambizioni di un purosangue, un vero e proprio outsider in potenza. Ma ronzino nella sostanza. Poi, Grzegorz mi ha salvato. Devi saper leggere l’autentica sul nostro destino e ricapitolare. Vai fino al principio delle cose e mi dirai. Non siamo stati soli, Sławek, non eravamo, io e te, se non strumenti nella volontà di un pensiero superiore. Strumenti e servi l’uno dell’altro per arrivare al buon Dio, il Padre che non costringe troppo nelle tenebre, che promette nuove albe e ferma il braccio dell’empio, proteggendo i giusti, raccogliendo in grembo i sopraffatti e i frutti marci, noi. E perdonerà ognuno, abbi fede.”
“Sangue di cane” è, allora, una storia di Amore puro, nascosto fra le pieghe del male, il fiore che cresce nel fango. Un amore che alla fine non concede sconti, ma permette alla protagonista di acquistare nuovo amore, quello dei lettori, che seppure non in linea con le scelte e prospettive di vita narrate, riconoscono la forza di cui è stata capace, del coraggio di essersi donata al mondo.   Chi è Veronica Tomassini: Veronica Tomassini, autrice di Sangue di caneVeronica Tomassini ha origini siciliane,  umbre e abruzzesi. Nel 2010 esordisce  con Sangue di cane, al quale seguono nel 2012  Il polacco Maciej, nel 2014, Christiane deve morire, nel 2017 L’altro addio, nel 2019 Mazzarrona, candidato al Premio Strega, nel 2020 Vodka siberiana. Il suo ultimo romanzo è L’inganno. Scrive per “Il Fatto Quotidiano” e “Pangea News”.  

Connie di Simonetta Caminiti e Letizia Cadonici

Da un soggetto ideato dalla scrittrice, giornalista e editrice Simonetta Caminiti e i disegni dell’illustratrice Letizia Cadonici, “Connie”, edito da Le trame di Circe, è il romanzo a fumetti che fa rivivere un personaggio femminile controverso, che un secolo fa ha diviso il pubblico dei lettori. L'amante di Lady Chatterley di David Herbert LawrenceÉ il 1928 quando lo scrittore inglese David Herbert Lawrence pubblica “L’amante di Lady Chatterley”, subito definito osceno dalla critica e sottoposto a una pesante censura. Nel 1960 il romanzo subì un vero e proprio processo. A scandalizzare tanto il pubblico fu proprio Constance, la protagonista, adultera, che vive il risveglio di una prorompente sensualità fra le braccia di un uomo di rango inferiore, il guardacaccia della tenuta Wragby Hall, Oliver Mellors.     Cosa ci attira ancora di Lady Chatterley, oggi? A un secolo di distanza, Connie rappresenta l’emblema delle donne prigioniere di se stesse, incapaci di liberarsi di quei sensi di colpa e del dovere verso uomini che hanno deciso di amare incondizionatamente nonostante tutto, fino ad annientarsi del tutto. La Connie di Simonetta Caminiti è una ex modella, nota influencer e imprenditrice nell’ambito della moda che, fino a un anno prima in cui si svolgono gli eventi raccontati comunica con il pubblico attraverso il proprio corpo, mentre adesso ha dimenticato cosa significhi avere un corpo che può regalare desiderio, che può farle provare un nuovo desiderio, alla luce della donna che è diventata.
“E io invece cos’ho?”
“Sicura di non avere proprio niente? Hai tutto, incluse le possibilità di liberarti da tutto… Hai te stessa.”
“Questa è la cosa peggiore di tutte, eh sì! Hai ragione! Non posso liberarmi da me stessa…”
Dice questo Connie prima di lasciarsi andare al sentimento che prova verso Fadi, il giovane tuttofare egiziano assunto dai coniugi Taylor per sollevarli dalle incombenze quotidiane che rischiano di soffocare sempre più le loro anime prigioniere del silenzio a causa di un passato da nascondere e da dimenticare, all’interno di una sontuosa dimora nel cuore di Londra. Il presente è fatto di momenti solitari, quelli che Connie trascorre nella piscina racchiusa da enormi vetrate che la eclissano dal mondo esterno. Kurt Taylor, il noto regista e un tempo giovane attore prodigio “popolare sciupafemmine”, è oggi costretto su una sedia rotella a seguito di un tragico incidente. Trascorre la mattina a letto fino a mezzogiorno, succube di India, incubo delle sue notti senza sonno, alle prese con alcool e droghe. Al centro di questo incantevole e sentimentale graphic novel c’è la donna declinata in tutte le sue forme archetipiche: dalla Venere sensuale e creativa alla Estia custode del focolare domestico, dalla saggia e paziente Athena fino a una Artemide che scalpita come puledra ribelle, nei confini della sua anima prigioniera. L’arrivo di Fadi, con la sua giovane e indifesa figlia Rasha, è la brezza improvvisa che accarezza il nuovo desiderio di donna. Prendersi cura dell’educazione di Rasha incita in Connie l’istinto materno soffocato, e la musica che nella notte arriva dalla chitarra di Fadi ha il potere curativo di svelare nuove verità, consentendole di cogliere nuovi sprazzi di bellezza nella sua vita, arida di amore. Le briglie sono sciolte e l’anima fremente di Connie è finalmente leggera, libera di muoversi sulle note dell’imprevisto sentimento che Fadi inizia a donarle. Ma il principio di piacere soggiace a quello di realtà, infangata da invidie, sotterfugi e incomprensioni. Essere libera veramente per Connie significa sacrificare ancora una volta qualcosa di sè, perché in fondo anche lo stesso uomo che l’ha fatta rinascere non è ancora capace di comprendere cosa si agiti realmente in lei. Sarà necessario attraversare il dolore di una tragedia per poter ristabilire un vero equilibrio per i personaggi del racconto, perché questa storia esprime la sua potenza proprio nella struttura classica con cui è pensata e si sviluppa, ravvisabile non solo nei dialoghi contraddistinti da un linguaggio curato che raggiunge picchi di lirismo, ma anche nella scrittura scenica dell’intera opera. La prevalenza dei primi piani dei personaggi accentua l’intensità emotiva degli sguardi, resi graficamente da tratti netti ed essenziali, caricando le scene di potenza drammatica.
Connie di Simonetta Caminiti e Letizia Cadonici, Le trame di Circe
I disegni di Connie – Le Trame di Circe sono dell’illustratrice Letizia Cadonici.
Le scene degli incontri fra gli amanti sono caratterizzate dalla predominanza del blu intenso della notte, rischiarato dai bagliori lunari e delle stelle perché all’inizio le anime si incontrano in virtù del desiderio che li appaga con i sensi, ma poi questo non basta, dopo l’amore vuole essere conosciuto e, quando si svela il suo vero volto, l’anima fa il suo viaggio iniziatico per comprendere la sacralità del sentimento.   Pur calata nella contemporaneità, la storia di Connie de Le Trame di Circe riecheggia dunque verità universali, in primis il dualismo del desiderio erotico: carnale e spirituale. L’intero racconto è pervaso da un pathos arcaico che si ravvisa nelle espressioni afflitte dei personaggi. Eros provoca sofferenza, quella che dilania Connie interiormente, divisa fra i due uomini. Nel triangolo amoroso si percepisce lo scontro fra il maschile e il femminile, quel movimento vitale necessario affinché l’individuo raggiunga un suo equilibrio, il contrasto fra due polarità che, in lotta fra loro, rischiano di volersi annientare l’un l’altro, ma che invece, nel momento in cui si incontrano nelle loro diversità, trovano pace. Kurt sente il peso della sua condizione di immobilità, il cambiamento subìto lo ha irrigidito non solo fisicamente, è smarrito e preda delle sue insicurezze, e manifesta la virilità attraverso l’aggressività e la mancanza di empatia. Fadi, invece, racchiude in sé le qualità femminili accudenti: è padre, è solitario, ha una spiccata inclinazione per la musica e osserva il mondo con uno sguardo interiore. Connie è l’energia che muove le due polarità, spetta a lei perciò il compito di riconciliarle, con il suo atto d’amore, imparando a non annullare la sua interiorità. Così come Lawrence nell’incipit de “L’amante di Lady Chatterley” metteva in guardia il lettore sulla tragicità dei tempi, quelli post bellici in cui l’individuo era portato a ricostruire un nuovo sé sulle macerie circostanti, esortando a “ vivere, non importa quanti cieli ci siano crollati addosso”, così Simonetta Caminiti regala la speranza nell’epilogo di una vita felice, a seguito di una battaglia feroce con il nemico interiore che troppo spesso rischia di paralizzarci nella nostra contemporaneità. Scheda del libro: Connie di Simonetta Caminiti e Letizia Cadonici, Le trame di Circe Autore: Simonetta Caminiti e Letizia Cadonici Genere: Narrativa Casa editrice: Le Trame di Circe Pagine: 104 Prezzo: Euro 18,00 ISBN: 979-1280683090   Chi è Simonetta Caminiti Simonetta Caminiti Simonetta Caminiti è una scrittrice, editrice e giornalista. Autrice di un romanzo (Il Bacio), di varie raccolte di racconti, della sceneggiatura di un graphic novel (Diana, 1999) e di un saggio presentato alla Mostra del Cinema di Venezia (Senti chi parla, le 101 frasi più famose del cinema), scrive per Il Giornale e per periodici di Cairo Editore e Mondadori.       Chi è Letizia Cadonici Letizia Cadonici Nata a Roma nel 1991, diplomata alla Scuola internazionale di Comics, autrice per Bugs Comics, Star Comics, Beccogiallo e realtà editoriali italiane e internazionali, ha firmato i disegni di Diana, 1999 (con la sceneggiatura di Simonetta Caminiti) e ha illustrato interamente il graphic novel Connie (Dicembre 2021), per Le trame di Circe.  

Intervista a Clara Zennaro

Laureata in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia, l’autrice Clara Zennaro è da sempre affascinata dalla vita di artisti famosi, in particolare alle donne che hanno lasciato una decisiva impronta culturale, e non solo, nella storia dell’arte. Nel 2021 ha pubblicato per Gm – LIBRI  Milano il suo primo romanzo dal titolo La governante di madame de Lempicka”, biografia romanzata dedicata alla innovativa e trasgressiva pittrice, esponente della corrente artistica Art Déco, di origini polacche. Il suo nuovo romanzo “Juana Romani” – Storie di artiste straordinarie selfpublishing esce, non a caso, nella Giornata internazionale dei diritti della donna. La protagonista è infatti una artista molto nota in Francia durante la Belle Époque, dalla vita avventurosa, ma anche segnata dal dolore. Mi libro in volo intervista Clara Zennaro per approfondire la storia dedicata a Juana Romani, nata Carolina Carlesimo a Velletri nel 1867.
La governante di madame De Lempicka di Clara Zennaro
La governante di madame de Lempicka è il romanzo che Clara Zennaro ha dedicato alla famosa pittrice polacca.
Ciao Clara, felice di ospitarti nel salotto virtuale di Mi libro in volo per parlare di un personaggio femminile poco noto in Italia, nonostante le sue origini. Nel tuo precedente romanzo, “La governante di madame de Lempicka, la voce narrante è affidata, appunto, alla governante della grande artista naturalizzata francese. Per raccontarci Juana Romani ricorri invece all’espediente della coralità. Da dove deriva questa scelta stilistica? «Sicuramente dalla mia predilezione per la narrazione in prima persona. Si tratta di una modalità espositiva che reputo accattivante e coinvolgente, sia come scrittrice che come lettrice! Inoltre, in “Juana Romani” ho voluto offrire una visione ampia del contesto originario, formativo e lavorativo in cui l’artista è stata in grado di costruirsi una solida carriera nel mondo dell’arte. Per fare ciò ho avuto bisogno di analizzare il punto di vista di vari personaggi, dall’estrazione sociale e dalla provenienza più diversa, che hanno condiviso con la protagonista parti più o meno lunghe delle loro vite.» Passiamo, quindi, al personaggio di Juana, in origine Carolina Carlesimo. Nacque in una famiglia povera, a Velletri, nella seconda metà del diciannovesimo secolo. Siamo in epoca postrisorgimentale, agli albori della nazione italiana, segnata da ondate di insurrezioni popolari contro il nuovo governo, e che sfociarono nel fenomeno criminale del brigantaggio. Come racconti, il padre di Carolina era difatti un brigante, ragion per cui in tenera età, la stessa non era vista di buon occhio. Come è maturata nella tua fantasia, la Juana bambina? «L’infanzia di Juana Romani viene raccontata da Teresa Cellucci, un’amica d’infanzia. I capitoli in cui è lei a parlare sono stati scritti per primi, quando la ricerca storica e artistica sulla pittrice non era ancora stata stesa. Ho fatto questa scelta intenzionalmente, per evitare di subire influenze e per riuscire a immedesimarmi nella vita di una bambina come tante, che viveva in una condizione di incertezza e miseria, alla fine di un secolo travagliato. Carolina ha in comune con Teresa le origini e, forse, avrebbe avuto il suo stesso destino, se non avesse lasciato Velletri insieme alla madre e al patrigno per raggiungere la Francia.» Appena dopo l’infanzia di Carolina, la storia si sposta nella città di Parigi, cuore pulsante dell’arte di avanguardia, che a fine Ottocento aveva subìto un rapido processo di modernizzazione. In questo contesto di frenesia vive la sua giovinezza Carolina, che sarà prima modella e poi pittrice, in un’epoca in cui le donne non erano ancora accettate come artiste. Come cambia in questo nuovo contesto la figura della tua protagonista, che ormai è a tutti gli effetti Juana Romani? «L’arrivo a Parigi segnò una svolta nella vita di Juana Romani. Nella capitale francese i modelli provenienti dalla zona di Velletri e dalla Ciociaria erano molto richiesti, quindi è stato naturale per lei scegliere questa professione. Con la prima esperienza come modella presso la famosa Académie Colarossi, si innescò il circolo virtuoso che portò la giovane ad avvicinarsi sempre di più al mondo degli artisti affermati e a realizzare l’idea di possedere un grande talento per la pittura. Ad un certo punto della sua carriera di modella, Juana Romani scelse quindi di posare solo per gli artisti che acconsentirono a seguire la sua formazione e a favorire il suo ingresso nel mondo della pittura.»
Juana Romani di Clara Zennaro
Carolina Carlesimo, in arte Juana Romani, fu modella e poi pittrice, soprattutto di ritratti femminili.
I soggetti prediletti da Juana Romani erano tutte figure femminili della storia o della mitologia rimaste in ombra, come dice lei stessa nel romanzo, dove emerge la piena consapevolezza del suo essere donna, fiera della sua indipendenza. Parlando di Juana, in realtà fai un omaggio a tante figure femminili, in particolare a quelle che hanno avuto la fortuna di emanciparsi, hanno avuto la possibilità di capire, come fai dire alla tua protagonista, che la cultura “chiarifica la mente”. Come era vista dall’ambiente artistico a lei contemporaneo, ancora appannaggio esclusivo degli uomini? «Il periodo di attività di Juana Romani coincide con l’istituzione a Parigi di alcune accademie e scuole private in cui finalmente le artiste poterono formarsi. Prima di allora, erano poche le donne a praticare la pittura in modo professionale. La maggior parte delle pittrici e delle scultrici erano considerate hobbiste e si occupavano di tematiche legate all’ambiente domestico, bucolico e paesaggistico. Solo poche di loro avevano avuto la grande occasione di essere accolte nell’atelier di qualche artista che aveva accettato di occuparsi della loro formazione. Con l’istituzione in città prima dell’Académie Julian e poi dell’Académie Colarossi, l’Académie Vitti e l’Atelier des Dames di Jacques Henner e Carolus-Duran, le cose cambiarono e le artiste poterono ricevere una formazione artistica pari a quella che veniva impartita ai loro colleghi uomini, accedendo pure alla scuola del nudo (anche maschile), pratica per nulla ben vista fino ad allora. L’Académie de Beaux Art, la scuola ufficiale di arte della città, ammise la prima studentessa ai suoi corsi soltanto nel 1897! Le prime donne che ebbero il coraggio di ribellarsi alle convenzioni del loro tempo, sia in campo artistico che sociale, non erano ben considerate e di sicuro incutevano una forte preoccupazione, dato che avevano osato sovvertire un ruolo da sempre subalterno.» Juana Romani amava la sua pittura, e amò anche più uomini. Ci parli dei suoi amori e di come amava Juana? «Credo che il rapporto in assoluto maggiormente degno di nota sia quello che la pittrice ha intrattenuto con Ferdinand Roybet, suo maestro, mentore e compagno. Quando si conobbero, Juana Romani era una giovane che si stava affacciando al mondo dell’arte. Roybet, invece, era un uomo sposato, più grande di lei di ventisei anni, la cui carriera stava attraversando un momento di crisi. Ferdinand Roybet ingaggiò Juana Romani come modella e, poco dopo, le permise di frequentare il suo atelier come allieva. Grazie a lei ritrovò una grande ispirazione. L’arte dei due pittori si influenzò a vicenda e il loro rapporto si basò su di un grande rispetto e di un’alta considerazione reciproca. Viaggiarono molto e condussero un’intensa vita sociale. Formarono una coppia moderna, ben lontana dal binomio maestro tiranno/allieva amante sottomessa che ritroviamo in quel periodo in molti casi. Il loro rapporto ha subìto un’evoluzione con il passare degli anni. Roybet si prese cura di Juana Romani durante la sua lunga malattia, rimanendole accanto fino alla morte.»
Juana Romani di Clara Zennaro.
“Predominanza di idee ambiziose” fu una delle espressioni usate nella diagnosi fattale durante il ricovero alla alla Maison de Santé Esquirol, a Ivry-sur-Seine. L’ultimo periodo della sua vita, Juana visse giorni davvero difficili. Cosa hai provato raccontando del suo internamento? «Non nascondo che è stata un’esperienza davvero intensa. Mi sono documentata sui libri e guardando numerosi film che hanno trattato l’argomento. Ho provato a immaginare quali potessero essere le reazioni di una persona che viene catapultata all’improvviso nel mondo degli asili e dei manicomi dell’epoca, e che vive per la prima volta esperienze drammatiche, come la privazione della propria libertà e della propria dignità, la convivenza con le altre pazienti, l’isolamento e la somministrazione di terapie dolorose. Fa male pensare che questa sorte sia toccata a molte persone, soprattutto donne sottomesse ai voleri della propria famiglia, che sono finite nei manicomi soltanto per avuto la colpa di non essere abbastanza omologate alla società di allora. Da esperta di arte, ti andrebbe di parlarci della singolarità della pittura di Juana Romani che l’ha resa, già tra i suoi contemporanei, una artista di fama? «Juana Romani fu una delle poche donne della sua epoca che riuscì a imporsi come professionista in un ambiente prettamente maschile. Riuscì, fin dai suoi primi anni di attività, a definire uno stile unico. Pur dipingendo secondo gli stilemi della tradizione accademica, le sue opere sono quanto mai moderne. Ogni suo ritratto femminile parla di emancipazione, riscatto e consapevolezza. Ha offerto ai suoi contemporanei la definizione pittorica di una donna nuova, forte e sicura di sé, padrona della propria vita e consapevole dei propri valori, ma soprattutto lontana dall’idealizzazione in cui per secoli i pittori e gli scultori hanno ingabbiato le loro muse.»      

Intervista a Sara Durantini

“Con lei hanno vinto tutte le donne” è la frase che Sara Durantini ha voluto dedicare alla vittoria del Premio Nobel per la Letteratura 2022, conferito alla scrittrice e attivista francese Annie Ernaux. Un riconoscimento che ha fatto esultare un pubblico femminile da sempre impegnato nella rivendicazione dei diritti, specie in un momento storico in cui il dominio maschile continua a insinuarsi nelle vite delle donne e a violarle. La rivendicazione di un Io ancora sconosciuto per molte donne che, attraverso la potenza della scrittura autobiografica, imparano a conoscere la realtà. Sara Durantini, da anni appassionata della scrittura di Annie Ernaux, durante la proclamazione del Nobel era impegnata nella conclusione di un libro a lei dedicato, risultato di una lunga e approfondita indagine, uscito per Edizioni Dei Merangoli nel novembre 2022, dal titolo “Annie Ernaux. Ritratto di una vita.” Nell’intervista che segue, Mi libro in volo ha voluto sondare il legame tra vita e scrittura di Annie Ernaux, e quello fra Sara Durantini e la scrittura femminile. Ciao Sara, sono davvero lieta di ospitarti nello spazio di Mi libro in volo dedicato alle interviste agli autori. Quando ho letto per la prima volta che presto Dei Merangoli Editori avrebbe pubblicato un tuo libro sulla biografia di Annie Ernaux, ho iniziato a seguire con interesse la campagna social e, una volta acquistato il libro, l’ho divorato in una sera, travolta dall’atto alchemico che fonde gli eventi personali della scrittrice alle sue opere. In “Annie Ernaux. Ritratto di una vita” racconti del tuo primo incontro con la scrittrice, fino a quello avvenuto di persona, nella sua casa a Cergy, un anno prima dell’uscita della biografia che le hai dedicato. Ci parli un po’ di come si è trasformato il tuo legame con Annie Ernaux nel lasso temporale che separa i due incontri? «Intanto grazie per le tue parole sul mio libro. L’incontro con Annie Ernaux inizia una ventina d’anni fa ed è un incontro attraverso le parole. All’epoca in Italia si trovavano pochissimi libri tradotti, Passione semplice e Non sono più uscita dalla mia notte. Quest’ultimo è stato il primo che ho letto. La forza della sua voce, la rabbia con la quale ha scritto, senza risparmiarsi, l’impeto ma anche la violenza mi hanno scossa, mi hanno trascinata dentro un dolore, quello raccontato da Ernaux per la malattia della madre, che la stessa scrittrice tentava di circoscrivere in un recinto semantico. La sua voce usciva dal canone tradizionale che, tanto all’università così come nel mondo editoriale entro il quale stavo muovendo i primi passi, veniva suggerito a noi giovani studentesse e studenti di lettere. Le mie letture indipendenti, negli anni precedenti, erano già state influenzate dalla parola di Colette e, più tardi, Marguerite Duras. Tre donne che ho portato dentro di me per la tenacia, il temperamento, per quell’intreccio tra vita e letteratura, per quell’inclinazione verso la scrittura che le ha portate a trasformare la propria vita in un’opera, a fare di se stesse quello che Annie Ernaux chiamerà “un corpo letterario” inaugurando una lingua nuova, un alfabeto che prima non esisteva, rinnovando il patto autobiografico e reinventando lo stesso genere.  Nel tempo il mio rapporto con la scrittura di Annie Ernaux è diventato più profondo. Leggendo i suoi libri ho “riconosciuto” aspetti della sua vita, li sentivo miei. Quando racconta dell’appartenenza al mondo dei “dominati”, di quel groviglio di emozioni che l’hanno portata a sentirsi un “disertore di classe”, quando parla di quello che ha provato, nel tempo, per aver percorso una strada diversa e distante dal mondo al quale apparteneva, una strada che l’ha portata, prima con gli studi e l’insegnamento poi con il matrimonio, a passare nel “mondo del dominanti”, ecco che in questi racconti rivedo qualcosa di molto personale, qualcosa che appartiene alla mia storia. Conoscere Annie Ernaux un anno prima dell’assegnazione del Nobel, iniziare un rapporto epistolare (che prosegue tuttora) e incontrarla a casa sua, mi ha dato la possibilità di capire più a fondo quello che lei ha rappresentato (e rappresenta) per molte donne e questa comprensione ha assunto ancora più valore, ai miei occhi, poiché è avvenuta a casa sua, in quello che è diventato il suo mondo.»
Annie Ernaux. Nobel per la Letteratura 2022
Annie Ernaux , Premio Nobel Letteratura 2022, alla consegna del prestigioso riconoscimento a Stoccolma.
Cosa ha significato per te mettersi sui passi di Annie Ernaux, percorrere la strada che porta a casa sua e, infine, sentirsi accolta nel suo ambiente domestico? «Ha significato prima di tutto immergersi nella sua storia leggendo non solo i suoi libri ma anche molta produzione saggistica francese e inglese, comprese molte interviste che, negli anni, le sono state fatte soprattutto all’estero. La conoscenza di Annie Ernaux in Italia è tuttora molto approssimativa così come è assente una produzione critica su di lei. Il lavoro di traduzione fatto a partire da una decina d’anni a questa parte non ha prodotto un corpus critico sulla sua scrittura e sul suo modo di fare autobiografia. Quello che esce in Italia ad ogni traduzione di un suo libro sono recensioni e, talvolta, articoli di approfondimenti, poco per farsi un’idea. Per non parlare di molti libri che ancora devono essere tradotti (L’Atelier noir, Retour à Yvetot, L’Occupation, L’Usage de la photo, Se perdre…). Se da un lato la lettura e l’approfondimento mi hanno dato la possibilità di conoscere l’opera creata da Annie Ernaux, la sua auto-socio-biografia, dall’altro sentivo che dovevo incontrarla, dovevo entrare nel suo mondo non solo attraverso le parole. E così ho fatto.» Sei una appassionata dell’autobiografia femminile, un genere, come spieghi nel tuo saggio “L’evento della scrittura femminile” edito da 13Lab nel 2021, che accomuna molte scrittrici del Novecento francese per l’urgenza di tirar fuori, attraverso la parola scritta, la loro voce in un mondo che non l’ascolta e la mette a tacere. La scrittura, per loro, diventa l’unico mezzo per intraprendere un percorso dai risvolti storico-sociali, che porta alla consapevolezza di certe dinamiche esterne che emergono, come una epifania, proprio attraverso il loro racconto personale. Come arriva a tale verità Annie Ernaux in questo saggio? «L’urgenza che lei avverte intorno ai vent’anni si trasforma nel tempo diventando sempre di più consapevole di quello che può fare e che può diventare la parola scritta (più tardi dirà, una parola politica, un’arma da combattimento). Per rispondere cito una sua frase che riassume tutto ciò: “le cose mi sono accadute perché potessi renderne conto. E forse il vero scopo della mia vita è soltanto questo: che il mio corpo, le mie sensazioni, i miei pensieri diventino scrittura (…), la mia esistenza completamente dissolta nella vita e nella testa degli altri”.»
L'evento della scrittura. Sull'autobiografia femminile in Colette, Marguerite Duras, Annie Ernaux
L’evento della scrittura. Sull’autobiografia femminile in Colette, Marguerite Duras, Annie Ernaux di Sara Duranti. Lab 13 Milano, 2021.
Quale ruolo ha invece per te oggi la scrittura femminile? È cambiata, secondo te, la sua funzione rivelatrice, a un secolo di distanza? «È una domanda complessa poiché dovrei rispondere non solo pensando alla mia personale opinione ma anche a come è cambiata l’editoria italiana negli ultimi dieci/quindici anni e a quello a cui viene sottoposta la scrittura (soprattutto femminile) in vista della pubblicazione di un libro. Mi limiterò a dire che la scrittura femminile deve conservare quella forza politica e sovversiva di cui parlava anche Grace Paley, purtroppo oggi viene spesso svuotata a scapito di una continua spettacolarizzazione che guarda più alla moda del momento che non al vero significato della parola stessa. Pertanto, assistiamo a gesti e affermazioni che invece di rappresentare e indirizzare verso il confronto tra i sessi acuiscono proprio quella visione maschile del mondo femminile che tanto si è cercato di combattere.» Passiamo adesso allo stile di Annie Ernaux. La sua è una scrittura fotografica e piatta, come lei stessa l’ha definita. Quando racconta gli eventi, Ernaux scrive in maniera cruda e diretta, fino a scandalizzare la società, come avviene con il tema dell’aborto clandestino nel lungo racconto L’evento. Le sue parole sembrano proprio correre sul filo del rasoio, fra denuncia e pericolo. L’autrice stessa ha parlato di scrittura come un coltello. Ci spieghi come questa analogia si concretizza nelle sue opere? «Nel mio libro ho dedicato ampio spazio alla scrittura di Annie Ernaux e durante il nostro incontro ne abbiamo parlato in modo approfondito. Le sue dichiarazioni sono state poi raccolte nell’intervista che occupa un intero capitolo del libro. La sua lingua è una lingua fotografica (le rivolgo una domanda specifica a questo proposito), ma anche una lingua sociologica nel senso che, a partire da Il Posto, analizza il suo mondo di provenienza e quello nel quale è approdata sulla base delle strutture di Pierre Bourdieu. Nell’usare una “voce bianca (non ancora una scrittura piatta”), Annie Ernaux tenta di avvicinarsi, il più possibile, all’osservazione etnologica di quella distanza tra lei e i genitori, tra lei e il padre, quella distanza che ad oggi la fa sentire “un disertore”. Ecco, quindi, che la scrittura affonda come un coltello nella sua storia e in quella collettiva (come ho avuto modo di raccontare sopra).» Annie Ernaux. Ritratto di una vita di Sara DurantiniC’è una particolare espressione, icastica, che Annie Ernaux utilizza in L’evento: “diventare un corpo letterario”. Cosa significa? «Credo, senza volere, di aver anticipato la domanda. Lo dico qualche risposta sopra ma in ogni caso aggiungo, partendo sempre da quello che Annie Ernaux scrive nell’urgenza, una continua tensione, un continuo corpo a corpo con la scrittura come rivela nel suo Atelier noir: “C’è qualcosa di pericoloso, anche immodesto, nel rivelare così le tracce di un corpo a corpo con la scrittura”. Annie Ernaux è questa donna, questa scrittrice che sente la scrittura come un fatto personale e collettivo al tempo stesso e come una questione di “tracce” materiche, qualcosa che ha a che vedere fortemente con il corpo, con l’esteriorizzazione e l’esposizione.» Il posto di Annie Ernaux - L'Orma EditoreNel trasporre su carta gli eventi personali più intimi in maniera cruda e diretta, senza orpelli o intenti didascalici, la scrittura di Ernaux viene definita chirurgica, quasi asettica, al punto da essere considerata fredda e priva di lirismo. Cosa rispondi ai lettori che la pensano così? «La lingua di Annie Ernaux è una lingua chirurgica, etnologica, sociologica che osserva e cataloga la realtà servendosi dell’alienazione e della distanza. É un procedimento linguistico e narrativo che spiega nel suo diario L’atelier Noir, il suo “journal d’écriture”. Questo non significa che non vi sia partecipazione emotiva. Al contrario. Proprio questo suo modo di scrivere che non perde mai di vista la verità dello scritto e il lettore che leggerà, è un procedimento che, come ho avuto modo di scrivere molto tempo fa, permette ad Annie Ernaux di collocare l’io in una posizione secondaria e non primaria, rintracciando negli altri il principio attraverso il quale riconoscere se stessa.» Una donna di Annie Ernaux - L'Orma EditoreHai conosciuto Annie Ernaux per una folgorazione letteraria, leggendo, come racconti nel tuo libro, il romanzo Non sono più uscita dalla mia notte. Secondo la tua esperienza personale, è possibile consigliare una particolare opera dell’autrice con cui approcciarsi alla sua scrittura, e perché? «Direi di partire da Il Posto e Una donna poiché attraverso questi due libri il suo stile subisce un mutamento diventando quell’auto-socio-biografia che oggi conosciamo. Tuttavia, si può partire anche da altri scritti di Annie Ernaux esplorando l’opera letteraria tra le più importanti del panorama contemporaneo.»
“Scrivo lentamente. Sforzandomi di far emergere la trama significativa di una vita da un insieme di fatti e di scelte, ho l’impressione di perdere, strada facendo, lo specifico profilo della figura di mio padre. L’ossatura tende a prendere il posto di tutto il resto, l’idea a correre da sola. Se al contrario lascio scivolare le immagini del ricordo, lo rivedo com’era, la sua risata.”
(Annie Ernaux – Il posto)
La recensione di Mi libro in volo a Annie Ernaux. Ritratto di una vita.

“L’invenzione di noi due” di Matteo Bussola

«Questa è la storia di come mi sia riuscito di tramutare l’amore in cenere e poi la cenere, di nuovo, in amore.»
Parliamo d’amore. Di quello che lega per sempre due persone: l’amore del sacro vincolo del matrimonio. Cosa siamo disposti a fare per mantenere salda la promessa fatta? Quanto e come amiamo in nome di quella promessa, ma soprattutto, siamo in grado di riconoscere cosa potremmo perdere nell’ostinazione dell’eterna promessa? «Quando ti prometti amore eterno non te lo immagini mica che arriverà un giorno, presto o tardi che sia, in cui la persona che hai scelto inizierà a disprezzare tutto, di te: la tua presenza nella stessa stanza, il tuo odore, il tuo respiro, il gocciolio che fai mentre pisci la sera prima di venire a letto. Ci eravamo detti per sempre, ora non riusciva piú nemmeno a guardarmi. Io, invece, di guardarla non avevo smesso mai.» L’invenzione di noi due di Matteo Bussola, edito da Einaudi nel 2020, racconta la potenza e il tormento che scatena un amore, in nome di una promessa, nella realtà di tutti i giorni, ai giorni nostri, giorni storti, incompleti e, spesso, incomprensibili. James Hillman ci ricorda: «Quando ci innamoriamo, incominciamo a immaginare; e quando incominciamo a immaginare, ci innamoriamo.» Accade ai giovanissimi Milo e Nadia, che si “incontrano” per la prima volta su un banco di scuola, dove senza vedersi mai, l’ultimo anno di liceo, si lasciano messaggi scritti a matita, il primo dei quali dice: “Chi sei?”. Inizia così un lungo e eccitante gioco di immaginazione. Milo la notte sogna Nadia senza averla mai vista, e infatti la ragazza nel sogno non ha un volto, ma lui sa esattamente come è fatta, grazie all’idea che ha di lei attraverso i messaggi che si scambiano. Sempre Hillman afferma: «Quando l’immaginazione si concentra intensamente sul carattere dell’altro, l’amore segue presto.» E Milo ama Nadia da subito, ma passeranno anni prima che i due potranno diventare realmente una coppia, e ancora anni prima che il loro rapporto inizi a vacillare, nel silenzio di parole che non vengono dette. « … per noi, la promessa che ci eravamo scambiati veniva prima di tutto il resto, addirittura prima dell’amore che l’aveva generata. Nadia ora non mi amava piú, ma sapevo che non mi avrebbe lasciato mai. Questo la stava condannando a un’esistenza di profonda infelicità. Per me era piú semplice, perché l’amore che provavo per lei e la promessa che le avevo fatto erano la stessa cosa.» Nadia e Milo finiscono a vivere in un appartamento che per la maggior parte del tempo è Nadia a occupare, presa dalla stesura di romanzi, che la spingono, negli anni, a rifiutare lavori stabili e duraturi, mentre Milo da subito sceglie di abbandonare la lunga ascesa professionale per diventare architetto, e lavora come cuoco. Nadia non ama l’appariscenza, veste in maniera semplice e stratificata, nascondendosi dietro maglioni larghi da uomo e lunghe sciarpe. Milo esce tutte le mattine, all’alba, per recarsi al mercato e scegliere le primizie per i suoi clienti, ma soprattutto per sua moglie, alla quale prepara cibi genuini e spesso elaborati per prendersi cura di lei. Per tanti anni il loro matrimonio si mantiene in bilico su questo equilibrio. Lei aspetta lui, e a sera si raccontano la loro giornata: lui legge e approva le pagine scritte da lei, lei ascolta cosa lui ha scoperto chiacchierando con i suoi clienti, con i quali dopo la cena si intrattiene a parlare. Poi, una sera, lei non lo aspetta più in piedi. Comincia a trascurare la casa e se stessa. Lui non si scompone, con premura si sostituisce a lei in casa, continua a sostenerla nella sua ambizione letteraria perché in realtà, nonostante quello che pensa, lui vorrebbe: «sognare invece una donna complessa, dalla sensibilità urticante e l’intelligenza brillante, una donna che mi comprendesse dallo sguardo ma con gli occhi velati da una perenne e indelebile malinconia contro cui nessuno, nemmeno io, avrebbe potuto fare niente mai. Una donna come Nadia.» Milo si ostina a portare avanti la promessa in nome di un progetto amoroso, un amore che dipende solo dagli sposi che, come dice la parola, appartengono l’uno all’altra, due individui che, rotti per le ferite subite in passato, imparano a ripararsi camminando l’uno accanto all’altra. Ma a volte questo non basta. Non basta se la ferita viene cucita e nascosta, dimenticata e mai più riaperta. Perché la vita, sempre, (ri)nasce dalla ferita. Milo e Nadia dovranno scendere nel loro Ade, un po’ come accade a Orfeo e a Euridice: esplorare le loro parti buie e le paure più inconfessabili. Perché per amare veramente bisogna prima imparare un po’ a morire. E per saper rinascere assieme i due innamorati devono essere più forti di Orfeo e Euridice, non voltarsi prima di aver capito cosa in realtà nasconde il desiderio che provano l’uno per l’altra. E l’unico modo che hanno è quello di tornare a immaginarsi. Milo decide infatti di scrivere un email a Nadia, fingendosi un’altra persona. Nadia decide di rispondere. Nascerà una corrispondenza sempre più fitta e intima che porterà allo scoperto verità nascoste per entrambi. È questo dunque il viaggio degli eroi de L’invenzione di noi due, un passaggio necessario all’amore per riscoprirne l’essenza. La loro corrispondenza diventa una sorta di iniziazione da esperire, dove le parti del maschile e del femminile sembrano invertirsi in nome di una ricomposizione verso l’Unità originaria di cui parla Platone nel Simposio. Milo ha da sempre rappresentato la parte accogliente, accudente e amorevole, Nadia la parte più istintiva, razionale e rigida. Raccontandosi nelle email che si scambiano, i due coniugi (ri)scoprono ruoli diversi, adottando nuovi punti di vista. «Era possibile che, nel tentativo di avvicinarmi a lei, io mi fossi perduto? Che il mio amore avesse inghiottito negli anni, come una nebbia, una parte di me che ero io a non voler vedere più? Forse era vero: nel tentativo di non ferirla, fin dall’inizio, non avevo fatto altro che nascondermi.» A raccontare l’intera vicenda è sempre Milo, la cui personalità da una parte ammalia per la sua dedizione assoluta, dall’altra perturba proprio per l’eccesso di zelo che nasconde in realtà qualcosa di oscuro, ovvero la non-conoscenza di se stesso. Nadia, dal suo canto, confessa al suo sconosciuto interlocutore: «Odio le sue carezze indecise e apparentemente casuali, il silenzio fra i nostri corpi che cela la speranza di un’iniziativa mia, il suo terrore nel gestire un eventuale rifiuto. Io non ho voglia di sentirmi sempre romantica, non ho voglia di essere sempre guardata con quegli occhi incantati, sono stanca che sia cosí arrendevole, cosí buono oppure cosí orgoglioso, alla somma dei fatti non c’è differenza. Non ho mai preteso che lui fosse l’eroe capace di guarire le mie ferite, e l’eccesso di riguardo mi soffoca quando sconfina.» Chi sono, allora, i veri Milo e Nadia? Quelli che affrontano le loro giornate ordinarie o gli autori disinibiti della corrispondenza virtuale? O forse sono semplicemente entrambe le cose in quel gioco che è l’amore che deve sapersi reinventare, riscoprirsi, ricucirsi, giorno dopo giorno? Proprio come dice ancora Hillman:

«I rapporti falliscono non perché abbiamo smesso di amare, ma perché, prima ancora, abbiamo smesso di immaginare.»

E può l’amore essere anche paragonato a un romanzo, come dice la stessa Nadia? «Scrivere un romanzo è come l’amore: l’ispirazione può avere la forma di una folgorazione iniziale, ma poi non procede per scatti brucianti, piuttosto si muove per passi lenti, sentieri tortuosi, e richiede una lunga, difficile fedeltà, mentre la storia man mano si viene formando.» E gli amanti, da sempre, nel tempo, non è forse vero che altro non fanno se non narrare la loro storia, costruendo trama, sequenze e dialoghi, in cui realtà e finzione non finiscono mai di fondersi? Scheda del libro: L'invenzione di noi due di Matteo Bussola, Einaudi 2020 Autore: Matteo Bussola Genere: Narrativa Casa editrice: Einaudi Pagine: 216 Prezzo: Euro 17,00 ISBN: 978-8806242381   Chi è Matteo Bussola L'invenzione di noi due di Matteo Bussola, Einaudi 2020 Classe 1971, è autore dei bestseller Einaudi  Notti in bianco, baci a colazione, (2016 e 2018), tradotto in molti Paesi, Sono puri i loro sogni (2017), La vita fino a te (2018 e 2019), L’invenzione di noi due (2020 e 2022), Il tempo di tornare a casa (2021 e 2023) e Il rosmarino non capisce l’inverno (2022). Per Salani ha pubblicato il libro per ragazzi Viola e il Blu (2021). Conduce una trasmissione radiofonica su Radio 24, Non mi capisci. Tiene una rubrica settimanale su «F» dal titolo Uno scrittore, una donna. Sempre per Salani, nel gennaio 2023 ha pubblicato il romanzo sull’adolescenza e le sue fragilità Mezzamela. La bellezza di amarsi a metà.

Il mio anno di letture al femminile

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Non farò liste, ma solo brevi riflessioni su quello che lega i libri letti nel 2022, perché ora che l’anno finisce mi rendo conto che le scelte fatte, e quelle in previsione per il nuovo anno, si orientano tutte in una unica direzione: la scrittura femminile. È stato un anno decisivo, il 2022, per l’avanzata della tematica femminile nell’editoria. Abbiamo assistito alla pubblicazione di numerosi testi riguardanti autrici e personaggi femminili, dai più noti ai meno noti,  (vedasi la collana di romanzi di vite vere di donne diretta da Sara Rattaro collane Singolare al femminile per Morellini Editore e Mosche d’oro per Giulio Perrone Editore per citarne un paio), fino al conferimento del Nobel per la Letteratura alla scrittrice francese Annie Ernaux, un vero trionfo per la questione femminile e la sua continua evoluzione fino a oggi, per la potenza che la sua scrittura, lucida e impietosa, porta al centro il corpo della donna con le sue fragilità e sofferenze. Nel suo breve e sconvolgente romanzo “L’evento“, divorato in una notte, l’autrice afferma:

“Forse il vero scopo della mia vita è soltanto questo: che il mio corpo, le mie sensazioni e i miei pensieri diventino scrittura, qualcosa di intelligibile e di generale, la mia esistenza completamente dissolta nella testa e nella vita degli altri”

Ne ha parlato con devozione e analisi precisa, Sara Durantini nel suo appassionante libro, letto e recensito sul blog, la prima biografia italiana dedicata a Ernaux, dal titolo”Annie Ernaux. Ritratto di una vita” pubblicato da Edizioni Dei Merangoli a fine novembre. Non ultime, le rivolte delle donne in Iran e in Afghanistan che in questi giorni sconvolgono per l’atrocità delle scomparse di vittime coraggiose e l’assurdità del divieto alle donne di frequentare le università. Shamsia HassaniNon a caso quest’anno ho potuto assistere a una mostra organizzata dal Centro Antiviolenza C.H.I.A.R.A. Onlus di Voghera dei disegni di Samshia Hassani, artista e attivista afghana che protesta contro la guerra con la sua street art ed esiliata per questo dal suo Paese. La sua protesta è tra gli esempi più contemporanei della forza divulgativa insita nell’arte e di come l’arte si tramuti in rivolta per urlare l’oppressione subita dalla cultura patriarcale. Un grido che non smette mai di levarsi da secoli, troppe volte inascoltato e messo a tacere, che questa volta resiste con l’appoggio coraggioso degli uomini delle nuove generazioni.
Non per me sola di Valeria Palumbo . Editori Laterza 2021Per quanto mi riguarda, in questi mesi, ho letto di donne attraverso biografie di poete, scrittrici, e  saggi sul femminile. Cito alcuni di questi libri: lirico e struggente “Come le vene vivono del sangue. Vita imperdonabile di Antonia Pozzi” di Gaia de Pascale, il toccante e intenso “Indagine su Alda Merini” di Margherita Caravello, il sensuale e documentato “Gli occhi eroici” di Alessandra Cenni, il suggestivo e prezioso “Non per me sola” di Valeria Palumbo, il disturbante e ribelle “Il mostruoso femminile” di Jude Ellison S. Doyle. Ho avuto inoltre il piacere di presentare dal vivo il romanzo per ragazzi “Era solo un selfie” di Cristina Obber, che come ho scritto nella recensione è “uno spaccato lucido e feroce della vita dei preadolescenti di oggi, che affronta il tema della violenza psicologica femminile attraverso un episodio di revenge porn.
Dalla parte di lei di Alba de Cespedes. Edizioni MondadoriPresto mi immergeró nella lettura dei romanzi di Alba de Céspedes. Cosa mi ha spinto verso questa direzione? Non saprei dirlo con certezza, è stato come camminare al buio in una stanza conosciuta, sapevo dove mettere i piedi e quali angoli schivare, perché la scrittura femminile arriva così, come il sole che si nasconde e tu non temi le ombre perché sai quanto trattengono del calore diurno, come cenere sempre viva che sa rimandare un bagliore improvviso, quasi impercettibile, che ti dice dove guardare.
Con una penna in mano, le donne hanno innalzato il loro grido verso una battaglia da tempo rimandata, seguite da un esercito di lettrici/lettori che non aspettavano altro che trovare una voce complice che desse sfogo ai proprio pensieri. Oggi, grazie a queste preziose e mirate scelte editoriali, sempre più lettrici si approcciano a personaggi e tematiche letterarie che il passato ha lasciato indietro, ma che contengono, invece, i germi di una nuova e vigorosa fioritura. Non ultima, infatti, la notizia che alla guida di Guanda, come direttore editoriale, a partire dal 30 gennaio ci sarà Federica Manzon. Non ci resta allora che programmare questa imminente e immersiva avventura nella scrittura femminile che, come il cammino di tutte le donne, potrebbe rivelarsi ora lento ora travolgente, ora arduo ora disturbante, ora docile ora feroce, perché, come ci ricorda la scrittrice e filosofa Simone De Beauvoir, fra le più grandi esponenti del femminismo del secolo scorso:

“Donna non si nasce, lo si diventa.”

E in questo divenire, i libri scritti da donne sono alleati determinanti.

Annie Ernaux. Ritratto di una vita di Sara Durantini

È il 6 ottobre 2022 quando alla nota scrittrice francese Annie Ernaux viene assegnato il Nobel per la Letteratura con la seguente motivazione: «per il coraggio e l’acutezza clinica con cui scopre le radici, gli estraniamenti e i freni collettivi della memoria personale.» In Italia, un piccolo e prezioso manoscritto è già pronto per essere pubblicato. Lo ha scritto una appassionata lettrice dell’autrice francese, e studiosa di letteratura femminile, che ha già parlato di lei in un libro precedente, edito13 Lab, dal titolo L’evento della scrittura. Sull’autobiografia femminile in Colette, Marguerite Duras, Annie Ernaux. Mantovana di origine, laureata in lettere, Sara Durantini scopre Ernaux grazie alla sua professoressa di letteratura francese “una donna imponente, libera e coraggiosa” dall’aspetto austero che spande eloqui durante le sue lezioni con “la sigaretta tra l’indice e il medio, la cenere a formare un lungo e sbilenco cilindro che ricadeva sui libri ammucchiati sulla scrivania.” Una donna che racconta di donne in un tempo che ha segnato un passaggio storico e che, una sera di inverno, la giovane studentessa, che sogna un giorno di visitare Parigi, vedrà per l’ultima volta. Il lascito di questa breve ma indelebile conoscenza sarà il libro “Non sono più uscita dalla mia notte” di Annie Ernaux. Comincia così il viaggio di Sara Durantini nel mondo di Ernaux, di una donna che indaga la vita con precisione chirurgica, facendosi etnologa della parola che estrapola dalla memoria, e che rende vivo il ricordo nel momento in cui riesce a raccontarlo. “Annie Ernaux. Ritratto di una vita”, scritto da Sara Durantini e pubblicato da Dei Merangoli Editrice, è il lavoro preciso e attento di una ricerca che dall’Italia arriva fino in Francia, direttamente nella dimora di Ernaux, a Cergy, dove ha avuto luogo una intervista ricca di importanti testimonianze, riportata nella parte finale del libro. Scheda del libro Annie Ernaux. Ritratto di una vita di Sara Durantini - Dei Merangoli Editrice, 2022 Autore: Sara Durantini Genere: Biografia Casa editrice: Dei Merangoli Editrice Pagine: 154 Prezzo: Euro 18,00 ISBN: 978-8898981984 Copertina: Floriana Porta Fra le pagine dell’appassionato ritratto riviviamo, passo dopo passo, la biografia di Annie Ernaux, dall’umile e difficoltosa infanzia dei primi anni ’40 prima a Lillebonne poi a Yvetot in Normandia, all’adolescenza insicura e sofferente con i conseguenti problemi di bulimia e amenorrea, fino all’approdo graduale a una fiorente consapevolezza femminile, non senza essere prima passata attraverso profonde perdite e dolori. Nel suo libro, Sara Durantini segue le tracce della scrittrice che indaga, finendo per essere avvolta nella stessa trama di scrittura. «(…) è Annie che cerco e non mi fermo fino a quando non riesco a posare il mio sguardo sul suo corpo. Ha circa otto o forse nove anni. La guardo salire in sella alla bicicletta seguita dal padre e, insieme a lui, attraversare il paese fino al cinema per vedere i film con Fernandel. Sono con Annie mentre prende la mano del padre e lo esorta a portarla al luna park e al circo. Smuovo le immagini che ho di lei, disseminate nei libri che scriverà, foto narrate e poi ritrovate nei suoi diari.»
Annie Ernaux. Ritratto di una vita di Sara Durantini - Dei Merangoli Editrice, 2022
Annie Ernaux. Ritratto di una vita è corredato dai suggestivi ritratti acquerellati dell’artista Floriana Porta, autrice della copertina.
Il racconto si alterna a memorie e impressioni personali di Sara Durantini, che rendono il lavoro una singolare inchiesta giornalistica che trasuda entusiasmo e un profondo coinvolgimento emotivo. «Vorrei consolarla ma anche se allungo una mano non riesco a toccare questa ragazza nascosta dietro la porta della sua camera.» E così la immaginiamo, la giovane ricercatrice che giunge, preda di un tumulto di emozioni, dinanzi al cancello della casa di Annie Ernaux, un anno prima del Nobel, pronta a farsi consegnare confidenze inestimabili, fondamentali testimonianze di una evoluzione letteraria dalla portata storica. In “Annie Ernaux. Ritratto di una donna” emerge, infatti, un riverente e rispettoso lavoro, risultato di una intensa passione per un personaggio la cui scrittura si carica di una potenza sociologica che solo un risveglio femminile a lungo evitato può portare alla luce. Le parole di Ernaux, selezionate con attenzione e incise con precisione chirurgica, danno voce alla difficoltà incontrata dalle donne in un momento di passaggio storico determinante per la loro evoluzione sociale. Annie Ernaux diventa la testimonianza della donna che cerca il suo posto nel mondo, che intende lasciare la traccia del suo passaggio nel mondo, “trasformando in scrittura la vita e la vita in scrittura”, raccontando-si e ritrovandosi attraverso l’autobiografia, il genere che ha permesso a un esercito di nuove donne scrittrici di non celarsi più dietro storie che hanno dello scandaloso o del vergognoso per l’opinione pubblica. Ogni evento femminile personale si carica così di una potenza sempre più forte, sempre più collettiva, sempre più storica.
Floriana Porta illustratrice - Annie Ernaux. Ritratto di una vita di Sara Durantini - Dei Merangoli Editrice 2022
Annie Ernaux. Ritratto di una vita è corredato dai suggestivi ritratti acquerellati dell’artista Floriana Porta, autrice della copertina.
Fra le pagine del lavoro di Sara Durantini, sorprendiamo Annie Ernaux adolescente che indaga se stessa attraverso i testi di Simone de Beauvoir, la scopriamo figlia di un’epoca di trasformazione in cui le donne cercano di tutelarsi dall’assoggettamento maschilista con prese di posizione spesso inflessibili e che finiscono poi col far soffrire le nuove generazioni. Questo emerge dal ritratto nuovo al pubblico, attraverso un linguaggio tagliente e una raffinata e lucida osservazione, che Ernaux fa di sua madre, una donna dedita al lavoro che fatica a concedersi uno spazio per sé, che dimostra un riverente rispetto per i libri che possono essere aperti solo dopo che ci si è lavati le mani, una donna che assale i familiari con i suoi improvvisi scatti d’ira, che crolla dal sonno appena si poggia sul divano accanto alla figlia che legge. Ma è proprio lei, “la donna bianca che risuona in me” alla quale la scrittrice deve l’introduzione all’emancipazione femminile che la spinge, con urgenza, a narrare la sua vita personale affinando, di volta in volta, il linguaggio, affinché diventi veicolo di una storia che sia la testimonianza di tutte le donne, perché di fronte alla parola scritta si è scoperta parte di un cerchio femminile dal quale non può sottrarsi. Come sua madre anni prima, anche lei fatica, in pieno fermento rivoluzionario femminista, a conciliare lavoro e famiglia, e si sente “come un leone in gabbia divorata dall’imperfezione e dall’ipocrisia.” Così, da nascondersi dietro ad alter ego, finalmente si sente pronta a rivelare di sé, fino ad arrivare:
«al momento in cui ho la sensazione di non poter andare oltre in questa coincidenza (…) tra parole e cose vissute. Quelli che altri chiamano fallimenti nella vita, io li uso come materiale da esplorare per far emergere qualcosa che può essere accettato come verità.»
Annie Ernaux. Ritratto di una vita di Sara Durantini - Dei Merangoli Editrice, 2022. Intervista a Annie Ernaux traduzione di Luigi Romildo
Sara Durantini intervista Annie Ernaux a Cergy – 2021, con la traduzione di Luigi Romildo.
E così, frugando nella sua memoria, indagando se stessa, libro dopo libro, confessione dopo confessione, emergono ora segreti di famiglia (la sorella nascosta del romanzo “L’altra figlia”) ora un sentimento di soffocato e profondo imbarazzo provocato dall’accanimento del padre verso la madre in cantina dopo un pranzo domenicale (“La vergogna)”, poi una adolescente fuori moda di fine anni ’50 nella colonia di Orne che scopre il sesso in maniera brusca e deludente (“Memoria di una ragazza”), la donna che riflette sul cambiamento epocale della condizione femminile (“Gli anni”) e, soprattutto, la fervente studentessa degli anni ’60 che si innamora e resta incinta, affrontando in solitudine una disumana esperienza di aborto raccontata con spietata persoicuità (“L’evento”).
«Come si racconta il dolore? Esiste, forse, una declinazione della narrazione o il pudore blocca ogni superficiale descrizione e allora da dove iniziare? Da un luogo, una persona, una data, un indumento? È la stessa Annie a dare forma ai suoi pensieri più intimi.»
La stessa scrittrice che introietta sempre più la sofferenza, vergogna intima e pubblica, perdite familiari, un divorzio, la scoperta del cancro, calandosi in essa con assoluta trasparenza e, con onesta coscienza la sublima, rivendicandola, con riflessioni storico-sociali e politiche. La vita di Ernaux si dispiega attraverso la genesi dei suoi romanzi e il risultato è una storia che Sara Durantini plasma come un abile artigiano, rendendo ancora più reale a noi lettori l’amata scrittrice francese. Apprendiamo, così, il racconto delle più vite da lei vissute, perché ogni evento, di volta in volta, si compone di nuovi tasselli che ricompongono un mosaico sempre più ampio e sempre più completo. Ogni tessera, ricavata dalla memoria, compone una storia che da intima si fa collettiva, da privata diventa universale, secondo il potere trasfigurante della scrittura.   Chi è Sara Durantini Annie Ernaux. Ritratto di una vita di Sara Durantini - Dei Merangoli Editore, 2022 Sara Durantini, nata a San Martino dall’Argine (MN) nel 1984, è laureata in Lettere moderne e da giovanissima inizia a dedicarsi alla scrittura. Infatti vince l’edizione 2005-2006 per la sezione inediti del Premio Tondelli con il racconto L’odore del fieno e nel 2007 pubblica Nel nome del padre (Fernandel Editore). Partecipa alle antologie collettive di varie case editrici. Nel 2021 pubblica L’evento della scrittura. Sull’autobiografia femminile in Colette, Marguerite Duras, Annie Ernaux (13lab editore). Da oltre dieci anni scrive articoli per riviste letterarie online e cartacee.

Intervista a Carla Ghisani

“Non so parlare dell’emozione
che mi esce dalle costole,
che spinge le ginocchia
nel salto verso il cielo.”
  Prove di volo di Carla Ghisani, Les Flâneurs Edizioni – aprile 2022, è la raccolta di versi di una anima che si interroga, smarrita, dinanzi all’infinito, e che cammina, sull’orlo della vita, come una ape che bacia il suo fiore. Dalla durezza alla dolcezza, con la grazia del verso Carla Ghisani emette il suo sospiro per espandere i polmoni oltre uno sterno che preme sul cuore e rischia di imprigionare le parole. Parole che ottengono la massima libertà, forgiate da una penna che si libera del peso di un corpo, di materia quotidiana, di rumori cittadini, di frenesia contemporanea. Si aprono scenari nuovi, dove gli spazi si dilatano e le membra si sciolgono fino a diventare ali leggere. Un verso libero, sciolto, quasi selvaggio potremmo definire quello di Carla Ghisani, che esplode come un’urgenza e inonda il foglio di emozioni liquide e immagini icastiche, prevalentemente femminili, come l’acqua, la crisalide e le api, per citarne alcune. Scheda del libro Prove di volo di Carla Ghisani. Les Flaneurs 2022 Autore: Carla Ghisani Genere: Silloge poetica Casa editrice: Les Flâneurs Edizioni Pagine: pagg. 152 Prezzo: Euro 13,00 ISBN: 979-1254510667   Mi libro in volo ha deciso di fare quattro chiacchiere con l’autrice di Prove di volo per conoscerla meglio e approfondire il suo rapporto con la poesia.
“Rallenta il cuore/ e apre le vene,/ la poesia. Vive in ritardo,/ è un uncino/ che scava lo sterno,/ dal centro della terra/ alla stella polare./”
Ciao Carla e benvenuta nello spazio dedicato alle interviste di Mi libro in volo. Comincio subito col chiederti perché proprio la poesia per inaugurare il tuo esordio?

«Prima di tutti vorrei ringraziarti per la tua ospitalità, e per aver voluto approfondire, con le tue domande il mio punto di vista, sulla poesia. A parte i miei studi classici, al Liceo, non ho mai avuto una precisa formazione o seguito corso di tecnica di scrittura. Non ho mai avuto velleità né di pubblicare, né di voler scrivere qualcosa di strutturato, come un racconto o addirittura qualcosa di più corposo. Credo sia nella mia natura cogliere impressioni, più che seguire una logica stringente.La poesia ha la caratteristica di poter esprimere emozioni anche piuttosto complesse condensandole in poche frasi, in concetti sfumati, o precisi, a seconda del momento, dell’ispirazione estemporanea.»

“La luna/ parla con voce sommessa/ a Venere,/alle nubi,/ alle stelle/, sorelle del mio destino,/ del cammino/ dei navigati esperti,/ alle mani solerti/ del vento. Alla sua carezza/affido il tormento/, l’amarezza/(che una divinità/la tramuti in grazia,/ in infinita dolcezza,/nel respiro/delle api).”
“Prove di volo” rimanda a leopardiane memorie: l’anima sbigottita di fronte alla natura immensa e incomprensibile, e cerca spiegazioni al suo vivere. Ti capita che la poesia ti dia risposte? «No, non credo che dare risposte sia precisamente ciò che può fare la poesia. Credo che possa far riconoscere a chi ne è predisposto alcune similitudini, affinità del sentire: credo possa tessere ponti fra i cuori delle persone, far riconoscere sentimenti simili, seppur letti attraverso la personale percezione dell’esperienza che ciascun essere umano ‘interpreta’ e vive in modo unico, e spesso non univoco, attraverso le sue personali capacità e caratteristiche.»
“Non ci spiegano quanta forza serva,/ non lo dicono/ alle api/, ai fiori,/ che gli umani/ vivono mille sforzi/ vani/ e quanti/ sanguinosi dolori./”
Questi versi, assieme ad altri, evocano immagini vicine alla poesia confessionale femminile di fine ‘800, in particolare fa pensare a Emily Dickinson. Chi sono le tue muse ispiratrici e che rapporto hai con i classici della letteratura? «Questo è il classico punto dolente, fra tutte le domande che si possa farmi.Non ho mai letto molta poesia, e non è una bella dichiarazione. Ho sempre odiato studiare secondo il metodo adottato ai tempi della mia  ( peraltro non particolarmente brillante, della serie ‘e intelligente, ma non si applica…’ ) esperienza scolastica. Di conseguenza, il ripetere a memoria (memoria a me fortemente mancante anche se ho una certa memoria eidetica ) mi ha un po’ posto in odio gran parte della poesia scolastica. Ho letto frammentariamente poesia, fino a un libro delle opere complete di Montale che mi regalò mio nonno Giuliano. Quel libro mi è molto caro, ma cerco di non leggere troppe cose di altri autori, perché ho semplicemente una strana fobia di poter emulare involontariamente, per suggestione, lo stile di altri. Ed è strano che, per quanto cerchi di convincermi del contrario, questa resti una delle mie fissazioni più difficili da superare. A mia discolpa, credo dipenda dal fatto che reputo di essere una persona facilmente suggestionabile ( se apprezzo uno stile ) e anche un po’ insicura. Talvolta mi sento talmente in colpa, per questa mia fobia assurda, che cerco di agire di conseguenza, ma ben presto mi ritiro, come una chiocciola, nel mio mondo. È un modo per ‘proteggermi’, o proteggere l’originalità della mia ‘voce’.»
“Il volo galleggiante/ delle api,/ quando carezzano i fiori/ e sondano l’essenza./”
L’immagine dell’ape ricorre spesso nei tuoi versi. Cosa rappresenta per te questo insetto? «Le api sono la summa del mio amore per gli animali. Sono esseri apparentemente insignificanti, dai quali dipende invece il nostro (quasi intero) ecosistema. Le api sono cellule viventi della natura, esseri che vivono come un organismo unico, coloro che impollinano e che ci donano bellezza, nutrimento, fiori e piante. L’essere cresciuta in un posto di campagna mi ha consentito di avere a disposizione tanto da vedere, e di cui fare un’esperienza fisica, corporea. La natura è la mia dimensione più spontanea. Ho bisogno di stare all’aperto per restare in contatto con me stessa.»
“In fondo,/ sono sempre quella/ che non ha fatto niente/ per uscire/ dal ventre/ della madre,/ quella/ con una mano/ a opporre resistenza,/ che mai ha collaborato./In fondo,/ forse sapevo/ che la vita non è niente,/ che l’uomo nero/ esiste,/ incastrato in ogni animo umano./”
Dalla luce all’ombra, i tuoi versi attraversano il chiaroscuro della vita, rivelando una particolare sensibilità verso la fragilità umana. Chi o cosa è per Carla l’uomo nero? «L’uomo nero c’è, esiste e fa parte di ognuno di noi. A mio modo di vedere coesiste in tutti, più o meno visibile e ‘pesante’. Poi, in determinate circostanze, talvolta anche senza motivo apparente, prende piede, ci riempie di timori o ci sovrasta. È un po’ il male di vivere, e chi non lo ha sperimentato, specie in questi tempi, tendenti a una inquietante oscurità…»
“L’ansia/ che mi assale in ospedale,/ sui treni/ i particolati dispersi,/ gli infetti./Ogni respiro,/ diventa una preghiera,/ quella strana chimera/ con cui/ non ho mai saputo che fare,/ io,/ che credo nella carne,/ nelle ossa/. (…) Questa città viva e cupa,/ in questi mesi si incrina,/ come se sulle spalle/ portasse il peso/ d’una balena./ E mi dispiace /adesso/ vedere tutti gli umani/ scaraventati/ nel mio mondo capovolto./”
La poesia nella tua silloge si rivela anche memoria, che cattura un dolore e gli dà corpo. Oltre a comporre versi, svolgi una professione che ti porta a contatto con la sofferenza umana, con quel filo sottile, invisibile e misterioso, che unisce i corpi alla vita. Nei versi appena riportati si coglie la cupezza che ci ha assalito nel periodo della pandemia. Quanto ha influito per te la passione poetica in quei momenti? «Per le caratteristiche del mio lavoro, e per garantire continuità assistenziale, specie ai malati fragili, quali sono quelli oncologici, abbiamo continuato a lavorare, anche nel periodo dei primi Lockdown. Vedere una città che va sempre di fretta, come Milano, fermarsi, dover stare lontano dai miei cari per non portare a casa qualcosa di pericoloso, è stato difficile. Una sensazione alienante. Scrivere mi ha aiutato, come sempre, a limitare la portata dell’ansia, delle ombre. Ho scritto tanto, mi  sono molto rifugiata nei miei pensieri. Credo che davvero esprimere quello che sentiamo, nei modi che ci sono più consoni, sia una mezzo per elaborare ciò che viviamo per come lo viviamo, per cercare di armonizzare la nostra realtà interiore con quella esterna, per cercare di farne combaciare almeno alcuni lembi.Nel mio caso, scrivere è una salvezza. È un modo di portarmi in salvo.»
“Ci sono/ persone fragili,/ fatte d’aria,/ che volano senza peso./E quelle solide,/ di roccia e pietra,/ le trattengono a terra,/ fanno/ da contrappeso./Le une/ han bisogno delle altre/ per ergere sogni,/ per disegnare/ vetrate di cattedrali./”
Prove di volo di Carla Ghisani. Les Flaneurs 2022
L’autrice Carla Ghisani, classe 1969, è nata a Cremona. Ha abitato in varie regioni e città d’Italia. Si definisce: onnivora, atea, esteta, tendenzialmente
apolide, ama le parole, gli spazi aperti, le piante, gli animali, umani inclusi. Il mare e il cielo, sopra ogni cosa.
 Ti senti più aria o roccia? «Mi  sento talvolta roccia, talvolta aria. Alla fine l’importante è capire che ruolo avere, che forma assumere, e come viverla, nel momento più opportuno.»
“Al sogno./Che ci accompagni sempre,/perché le ombre esistono/solo perché esiste la luce.”
Nella tradizione poetica il sogno oscilla fra un ricordo passato e un afflato futuro. Per te cosa significa sognare in un’epoca incerta e confusa come quella che stiamo attraversando? «Sognare secondo me è quasi illegittimo, in questo periodo storico. È necessario, certo, ma bisogna cominciare a farlo tenendo i piedi per terra. Questa Terra che abbiamo davvero eccessivamente sfruttato, con una tracotanza che davvero mi lascia senza fiato. Abbiamo passato più di due anni a combattere per i nostri malati fragili, per queste persone, che ho avuto il netto sentire fossero giudicate ‘sacrificabili’ (anziani, malati, fragili, persone con co-patologie) e subito dopo si scatena una guerra come quella in corso. Credo sia ora di cominciare a sognare un mondo diverso. Dove cercare di tutelare il futuro (di tutti gli esseri viventi, non solo dell’essere umano) perché senza futuro non ci sono sogni.»
 “Perdere lo stupore:/questo, per me,/è il vero dolore.”
Concludiamo la piacevole chiacchierata con te con questi tuoi versi che trovo davvero incisivi per riassumere “Prove di volo”. La conoscenza nasce dallo stupore, dal continuo interrogarsi, dall’indagarsi, un uscire da noi stessi e entrare in noi stessi, un lavorìo che spesso stanca, ma che è necessario per uscire dal dolore. La poesia può aiutarci a (ri)trovare noi stessi? «La poesia è una strada, verso gli altri, ma soprattutto verso se stessi: è un suggerimento emotivo, si può sussurrarlo solo a chi ha desiderio di seguire un filo di Arianna, che riporti verso nuovi orizzonti aperti, verso qualcosa che sentiamo, profondamente, intimamente richiamare la nostra essenza più profonda.»  
“Dove nascondo l’anima,
non so.
In un labirinto
fitto di siepi,
in piena luce.