Scheda del libro“Perché l’amore può tutto, anche sconfiggere i dolori più grandi.”

Scheda del libro“Perché l’amore può tutto, anche sconfiggere i dolori più grandi.”
Cinzia Zerba sceglie di mescolare il thriller psicologico al giallo più tradizionale, affidandosi a una vena più “poetica” nelle sottotrame. L’ambientazione è invece un omaggio al territorio natìo, l’Oltrepò Pavese, e per i lettori locali non sarà difficile individuare i luoghi in cui accadono gli eventi, in primis l’abbazia dove si consumano i reati misteriosi sui quali indaga la giovane e neopromossa commissario Viola Ferrari. Sin dalle prime pagine, la protagonista ci viene presentata come una donna determinata, concreta e particolarmente attenta al suo aspetto fisico. Non a caso, la sera in cui si avviano le indagini presso l’Abbazia di San Benedetto indossa un paio di décolleté costose dal tacco dodici. La donna ascolta impassibile la descrizione degli eventi accaduti poche ora prima nell’eremo, definiti “sovrannaturali” da Don Michele, che “si trovava nel chiostro quando aveva udito un urlo disumano, che lui stesso aveva definito demoniaco, e che poco dopo era stato seguito da altri. (…) Si era inginocchiato baciando la statuetta della Madonna, terrorizzato, mentre attorno a lui tracce di sangue spuntavano come tulipani sulle lenzuola bianche, a terra, sui muri, ovunque. Forse il demonio aveva avuto accesso a quel luogo sacro? Lui ne era convinto.” Dall’indole razionale, Viola, invece, ritiene si tratti di una “questione del tutto umana” che di demoniaco non ha alcunché. Affiancata da una squadra di uomini, dal burbero e deciso vicequestore Massimo Castelli, dal risoluto Russo, dal sensibile alle moine femminili Mattia Berardo, e dal premuroso Pieracci, mantiene la sua linea di condotta volitiva e professionale. Quando resta sola, però, le accade di fare incubi e di avere strane visioni che hanno come protagonista un bambino di circa dieci anni. Il passato torna a bussare, con le ingombranti sofferenze che Viola ha imparato a tenere sotto controllo. Proseguendo le indagini, comincerà a ricredersi sulla sua rigida visione razionale della vita. È questo uno degli aspetti singolari di Rosso tulipano. In seguito alle sue ricerche, Viola Ferrari dovrà ravvedersi sui metodi investigativi più tradizionali, conquistando una nuova consapevolezza sull’esistenza umana. Come le nuove protagoniste dei più recenti thriller nostrani, Viola Ferrari si distingue per la voglia di non voler nascondere la sua femminilità, così come i tratti più accudenti della sua personalità, non è insomma indifferente ai richiami dell’amore nel significato più ampio del termine. Lavora in un mondo di uomini senza il conflitto di dover dimostrare la sua competenza. Come la precedente protagonista di Cinzia Zerba in La locanda di Ester, Viola Ferrari rivela una buona dose di resilienza, è una donna che impara a reinventarsi di fronte alle sconfitte e ai dubbi della vita.“Il colpo di pistola risuonò per la stanza, mentre schizzi di sangue imbrattavano la tappezzeria verde dell’hotel Manatthan, che era diventata in un attimo un campo di tulipani rossi.”
Vincenzo è il filo sottile che lega l’arminuta alla nuova famiglia. Adriana, invece, è la pennellata di candore nel grigiore della condizione in cui l’arminuta è costretta a vivere. È curiosa e genuina, ma anche accorta e generosa. È l’anello di congiunzione a un futuro inaspettato per l’arminuta. Eppure, in questo nuovo trapasso d’età, la protagonista cercherà in tutti i modi di ricucire la ferita con il suo passato, affliggendosi con interrogativi che non ottengono facilmente risposte, perché entrare nel mondo adulto è un passaggio arduo e complesso. … e ritrovata «Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro. Un paesaggio desolato che di notte toglie il sonno e fabbrica incubi nel poco che lascia. La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure.» Le due madri della storia possono apparire donne diverse fra loro. Se prima la distanza sociale le rende opposte l’una dall’altra, l’una raffinata e comprensiva, l’altra trascurata e anaffettiva, con il tempo esse si riveleranno due facce della stessa medaglia: entrambe vittime della loro condizione di donne succubi di una mentalità maschilista e chiusa che impedisce loro di disporre liberamente della propria vita. Laddove la prima passa da una relazione all’altra senza poter esprimere del tutto il suo sentimento materno, la seconda deve soffocare miseria e dolori perché non conosce altro modo di stare al mondo. Ed è proprio la conquista di una identità materna che permea le pagine nella seconda parte della storia. La ricerca della vera madre è per l’arminuta un viaggio dentro la sua femminilità. Il disgusto per la condizione dell’altra madre (quella biologica) è la negazione di un aspetto della maternità a cui non è abituata. L’immagine materna che lei conosce è quella dell’immaginario collettivo, della madre buona che accudisce amorevolmente la sua creatura, non le fa mancare nulla e le assicura un futuro luminoso. Al paese, la giovane protagonista scopre una realtà diversa, fatta di sentimenti contrastanti con l’idea di maternità che le è stata trasmessa. La stessa madre buona l’ha abbandonata, ma lei si convince che lo ha fatto perché si è ammalata. La sua vera madre è crudele, percuote i suoi figli, non ha parole buone per loro e la guarda dall’alto in basso, è per lei una estranea. Eppure è sua madre…«Sei tutta coccia. Con le mani sai tenere solo la penna.»
Illustrazione di copertina di Valeria Panzironi
“Non capita spesso di avere a disposizione un numero di sogni così ampio che urge di essere rivelato, portato alla luce, e in questa urgenza appare la necessità dell’esposizione e il senso di questo lavoro: dare particolare valore a una storia di vita che si presenta inizialmente in modo ermetico e poi si snoda con il linguaggio del sogno mostrando frammenti consistenti della realtà.”
“essere madre per me non significava trasmettere i miei ricci, il mio vizio di mordere il labbro inferiore o i miei piedi egizi; essere madre per me significava e significa, prendersi cura di un esserino puro come un diamante grezzo e donargli ali e radici per renderlo una persona libera e felice. Non mi è mai interessato lasciare mie tracce somatiche in qualcun altro, non i miei capelli ma il piacere di sentirli strofinati dal vento; non la mia pelle ma i brividi che la percorrono quando mi emoziono; non i miei occhi ma la curiosità del mio sguardo quando sbircio la Vita. Questo per me era diventare madre di qualcuno: regalargli, regalarle la mia Anima attraverso il semplice esistere.”
“Quando cominci a ritrovarti, a scoprire quanto sei sacra e bella e completa e perfettamente imperfetta così come sei, cominci a vibrare a nuove frequenze che non si armonizzano più con quelle vecchie e disarmoniche di chi da sempre ti vorrebbe diversa e inadeguata.”
Rinasce ancora, Chicca, riemerge dall’acqua che prima l’ha inondata e poi l’ha trascinata verso una nuova riva, che è finalmente la sua Vita.“Certo non è diventare pazzi conoscere se stessi, scandagliare il nostro profondo e realizzare cosa ci fa bene e cosa ci fa male e questo, inevitabilmente, porta ad allontanare le persone che non sono più in sintonia con le nuove frequenze emesse.”
Il percorso che porta alla sua evoluzione non viene però raccontato in maniera dettagliata e forse questo è un aspetto che spiazza un po’ il lettore, che si ritrova catapultato da un evento all’altro in maniera un po’ troppo affrettata, ma la storia di Chicca che parlava con lo zucchero in bocca è comunque il cammino di vita di una donna e, in fondo, di tutte le donne, che devono scoprire che il vero amore non è fuori, ma dentro di sé. Non va cercato o elemosinato, il vero amore va ritrovato dentro di noi. È questo il tesoro più prezioso, il gioiello che potremo indossare con orgoglio al collo e far risplendere sul cuore. È questo il segreto per scoprire la magia dell’universo che ci parla e ci conduce lontano, dentro e fuori di noi, dal centro all’infinito. Scheda del libroRaccontata con una notevole padronanza stilistica, un intreccio cinematografico e una matura coerenza narrativa, la storia de L’educazione sentimentale dell’autore, designer e artista Leandro Conti Celestini, classe 1978, laureato in Storia dell’Arte, è un’iniziazione alla vita attraverso la scoperta di pulsioni sconosciute, brutali e al contempo necessarie. Mi libro in volo ha intervistato l’autore per approfondire le tematiche trattate nel suo secondo romanzo. Ciao Leandro, e benvenuto nello spazio dedicato alle interviste di Mi libro in volo. Ho letto con piacere il tuo romanzo e devo ammettere che offre una serie di spunti di riflessioni. Vorrei, innanzitutto, sottolineare l’audacia dimostrata sia nella selezione delle tematiche affrontate, di cui parleremo a breve, sia della tecnica adottata, ovvero la narrazione in seconda persona per buona parte della storia. Come mai hai optato per questa scelta stilistica? «Ciao, grazie a te per lo spazio, è un piacere fare due chiacchiere! La scelta della seconda persona risale a un paio d’anni prima, quando iniziai a scrivere il mio primo romanzo “Alle corde”. In entrambi ho messo esperienze personali e nello sperimentare a scrivere (non mi ero mai approcciato alla scrittura, sono sempre stato intorno alle arti visive) mi rendevo conto che né la prima né la terza persona, le classiche usate, riuscivano a rendere quello che volevo. La terza “staccava” troppo il personaggio dalle mie esperienze, la prima risultava un po’ troppo presuntuosa e forzata… la seconda invece mi ha dato la possibilità di rivolgermi quasi ad un alter ego in un modo che ho trovato sorprendentemente poetico, fluido e cinematografico. Da lì è diventato un po’ il mio marchio di fabbrica.»“La fama è una gara, certo, e il traguardo è così lontano che a volte sembra non esistere davvero, ma per ora non c’è fretta di raggiungerlo, ed è più bello viaggiare insieme… basta non avere paura di andare avanti, aggrappandosi al proprio talento e prendendo la mano dei tuoi compagni di viaggio.”
“Tu sei sereno, luminoso… così… bello… non ci sono ombre sul tuo viso.”
Da Milano alla California, questi i luoghi in cui ambienti la tua storia, e negli anni ’90, trent’anni prima dell’epilogo, quando la capitale lombarda, come specifichi nel romanzo, non è ancora l’attuale città multietnica, mentre Los Angeles, che descrivi piena di “una moltitudine di stili che si accozzano in risultati variopinti e sorprendentemente belli da guardare” e che “dove se vuoi una cosa, te la prendi senza chiederne il permesso” rappresenta la libertà di espressione per Andreas, nonostante la durezza a cui bisogna sottoporsi per emergere. Si tratta di una città che conosci bene poiché ci abiti. Come mai hai scelto di trasferirti a Los Angeles e quanto di finzione ci hai messo, invece, nel romanzo? «I miei romanzi hanno sempre elementi autobiografici, alla fine si parla sempre di quello che si conosce! In questo libro ho scelto di parlare di alcuni avvenimenti che ho passato come Andreas quando ero ragazzo, mentre nel primo romanzo rifletto sulla mia adolescenza e su come la vedo adesso attraverso i due personaggi principali. Ho scelto Los Angeles proprio per il senso di libertà che il Sogno Americano (dove appunto lì è fortissimo) ti permette di ottenere! Almeno così è successo per me, dopo che ho capito il meccanismo. Anche lo scrivere e molte altre esperienze che non mi sarei mai immaginato di incominciare sono state rese possibili proprio dall’atmosfera creativa che si respira: qui tutti fanno tutto, aprire un business è semplicissimo, anzi sei ispirato a farlo proprio vedendo i tuoi amici o semplicemente scambiando idee con altri creativi.»“La città ti cattura sin dal primo momento: una distesa piatta di strade a scacchiera, edifici, case e palme a perdita d’occhio fino all’orizzonte, contro un cielo sempre azzurro e senza nuvole. Ti colpisce il suo stile veramente eclettico, a tratti vagamente latino, a tratti antico o americano: edifici dai colori vivaci, murales che occupano l’intera facciata dei palazzi, grattacieli di vetro, marciapiedi larghi e affollati, affiancati da strade ancora più larghe e battute da macchine moderne, d’epoca o stravaganti.”
“Sono stati gli anni peggiori della tua vita: non visto, non cercato, assetato di amicizie, amori o qualsiasi cosa pur di non restare solo.”
Andreas, dunque, matura attraversando momenti di euforia giovanile, delusioni cocenti, fino a reazioni di rabbia e grinta. La violenza rappresenta per lui una nuova forza propulsiva che lo mette di fronte alle sue ombre nascoste, proprio come afferma Freud a proposito di Thanatos “trassi la conclusione che, oltre alla pulsione a conservare la sostanza vivente e a legarla in unità sempre più vaste, dovesse esistere un’altra pulsione a essa opposta, che mirava a dissolvere queste unità e a ricondurle allo stato primordiale inorganico. Dunque, oltre a Eros, una pulsione di morte; la loro azione comune o contrastante avrebbe permesso di spiegare i fenomeni della vita”. Quella del ring che racconti vuole essere una metafora di questa duplice pulsione? «Nei momenti sul ring Andreas (e chiunque altro) è come se entrasse in un altro mondo, dove l’inizio è il segnale del gong e la fine è la vittoria o la sconfitta. Non esiste nient’altro, solo buio attorno, quindi le uniche sensazioni sono la ricerca della “conservazione della sostanza vivente” ma anche una sorta di anestesia, dove tutto perde di importanza. Quindi potrebbe decisamente essere una buona metafora!»“Anche tu hai fatto così? Forse non sei sicuro di quale sia il tuo talento ma inizi a non avere più paura di come sarà il tuo futuro; nel presente di adesso hai iniziato qualcosa che ti sembra giusto.”
“Tu sapevi di paura selvaggia, di sogni, di ragazzo affamato, di solitudine e di strade perdute.”
E se gli alberi fossero esseri speciali, scesi sulla terra per nutrire, dare stabilità e, allo stesso tempo, insegnare a guardare in alto? All’interno, ogni albero brulica e freme di vita: scorre linfa che va dalle foglie alle radici, quelle che ondeggiano al vento e quelle che penetrano la terra. Gli alberi sono microcosmi nel macrocosmo che abitiamo. Ogni albero sta e osserva, resta e resiste, cresce e sfiora il cielo. Siamo abituati a osservare gli alberi lungo i viali di città, nelle stagioni più fredde, come braccia che ci proteggono il capo dalla pioggia, ci sollevano dal basso sul tappeto di strato di foglie. Ma è in montagna, nei boschi, che sentiamo gli alberi abitare il loro posto e sussurrare alla natura le loro storie. Scheda del libro“Tra i rami dei grandi alberi mi sono arrampicato per guardare il cielo… con la loro frutta mi sono sfamato, con il loro legno mi sono riscaldato: a loro devo la mia vita…” (Mario Rigoni Stern)
“È un dolore strano il ricordo, è abbraccio che toglie l’aria, carezza che graffia, è immaginazione senza via di fuga, c’è anche quando sembra non esserci.”
Nel lungo anno trascorso in montagna, la donna mette radici in quella terra impervia, fondendosi, stagione dopo stagione, alla natura stessa, scoprendo il miracolo della vita che la natura contiene e che l’uomo ha eclissato, schiacciato da dolori e miserie.“Penso alla farfalla, che si posa sul fiore e agita piano le ali per prendersi il calore del sole che l’aiuterà a volare per il resto del giorno, fra boschi e sopra i ruscelli, in cerca dell’unico atto d’amore prima della scomparsa silenziosa in un ciuffo d’erba, dentro un campo fiorito che canta incessante. (…) Stolti come falene, attendiamo la notte e teniamo chiuse le ali, perdendoci tutto il cielo che c’è.”
La donna degli alberi di Lorenzo Marone è un ritirarsi per ritrovarsi, è una storia la cui trama si nutre di silenzi e di pause. Racconta di uno sguardo stanco e di un cuore vuoto che imparano a illuminarsi e a riempirsi, di passi stanchi che riempiono vuoti, di braccia asciutte che accolgono sorgenti di vita.“Un piccolo fiore a dirmi che viviamo tutti senza futuro, e che il nostro compito primario è attendere il sole che verrà, per aprire ancora un giorno la corolla.”
Come nelle fiabe I personaggi che circondano la protagonista della storia sembrano uscire dalle fiabe. Presenze silenziose, appaiono all’improvviso, elargendo doni inaspettati alla protagonista. Dalle sembianze di strega, la Guaritrice in realtà ha movenze di fata. Con discrezione, ricurva e muta, la donna ricuce le ferite e rianima dal dolore con sguardi, abbracci e pozioni. La Rossa invece è la mano benefica che la sostiene, con gesti sicuri, la Benefattrice dona i frutti della terra e sfama il vuoto di vita. Lo Straniero, invece, turba con il rosso della sua giacca il paesaggio candido e innocente, l’angolo di cuore che la donna protegge e nasconde. L’uomo sogna di piantare abeti sul versante nord della montagna nell’intento di sostenere la terra e ridarle vita, si fa madre che con forti braccia vuole proteggerla e darle forza, affidando a lei tutto il suo coraggio. E fa lo stesso con la donna che si rifugia lassù in montagna, che lui cerca con lo sguardo, che le mette “a posto un ciuffo di capelli in burrasca col gesto posato di chi sa dosare la forza, dell’artigiano che si prende cura dei dettagli della sua opera.” La protagonista si muove tra i monti e le valli, circondata sempre dagli alberi, intorno a lei e lungo i fianchi scoscesi della montagna. Si addentra nei boschi, la zona d’ombra da affrontare, il luogo in cui gli eroi incontrano nemici e creature magiche, il posto solitario dove essi si misurano con se stessi.“Da quando c’è il Cane, la Volpe viene molto di rado.”
Anche le presenze animali si caricano di una forte valenza simbolica, sono compagni immaginali. La volpe, selvatica e non addomesticata, si avvicina lentamente alla baita della protagonista e ogni volta si fa messaggera di nuove prese di coscienza. Secondo alcune tradizioni orientali, la volpe ha il potere di tramutarsi, specialmente in donna, per altre tradizioni occidentali si fa messaggera fra il mondo dei vivi e dei morti, e soprattutto non dimentichiamo che è una volpe che funge da maestra di vita per Il Piccolo Principe, insegnandogli che “l’essenziale è invisibile agli occhi.” Oltre alla flora, dunque, anche la fauna si fa veicolo di consapevolezza per la donna. Osservando con il cuore, scopre la potenza delle immagini che la circondano: “Dalle vacche ho imparato la compostezza nello stare al mondo (…) In loro rivedo ancora oggi mia nonna, o quelle come lei, anime timide che sapevano attendere e che però si sono consumate lentamente nell’ignavia, divorate da dentro dalla paura e da insegnamenti scorretti. (…) E mi chiedo quando davvero arriverà l’insurrezione delle donne, quando anche questi grandi bovini, e gli animali tutti, torneranno a prendersi le loro vite liberandosi dall’uomo.” L’Anima ne La donna degli alberi“Se ognuno di noi avesse il garbo del fiore, che regale sta a lasciarsi fecondare, se ci limitassimo a cospargere di bellezza il nostro pezzetto di mondo, se lasciassimo al vento la decisione delle cose e ci limitassimo a fiorire nella vita.”
Con il personaggio de La donna degli alberi, Lorenzo Marone esprime la sua parte Anima, l’energia archetipica del femminile. Attraverso la sua ultima protagonista, l’autore si lascia guidare nel suo mondo interiore vivificando l’immagine di Madre Natura. Tutto vibra di Anima nel romanzo, dalla madre terra che accoglie e sconvolge, dona e toglie la vita, alle comparse femminili e animali che accompagnano la protagonista nella sua ricerca di nuove leggi, nuovi ascolti, nuovi miracoli. E per questo non si poteva che scegliere un diario intimista, sostenuto da uno stile poetico che si fonde al flusso della narrazione come l’acqua fa con la terra.